Le predazioni dei lupi ridotte di oltre 90% grazie alla prevenzione, lo studio: “Gli attacchi scesi da 528 a 35, risultati raggiunti in 4-6 anni di lavoro”
Grazie al progetto avviato nel 2014 in Emilia Romagna, in un arco che va dai 4 ai 6 anni, i circa 300 allevatori che hanno adottato le misure di prevenzione hanno visto diminuire le predazioni dei lupi da 528 a 35, con una decrescita del del 93,4%. Ma per le aziende non mancano le difficoltà legate a liquidità e burocrazia

BOLOGNA. “Le misure di mitigazione hanno prodotto una riduzione delle predazioni del 93,4%, da 528 a 35 episodi, in un periodo che va dai 4 ai 6 anni” è questa una delle principali conclusioni che sono emerse da un importante progetto avviato dalla Regione Emilia-Romagna nell’ambito del monitoraggio sui grandi carnivori, in particolare lupi. I risultati dello studio, coordinato da Duccio Berzi, Jacopo Cerri, Carmela Musto e Maria Luisa Zanni, si sono guadagnati la menzione anche su un’importante rivista scientifica del settore.
Il progetto, avviato sul campo nel 2014, è partito da una considerazione semplice ma non necessariamente scontata: i rimborsi per i danni provocati dai grandi carnivori (lupi, orsi e linci) possono contribuire ad alleviare i conflitti aumentando la tolleranza verso queste specie ma gli effetti non possono durare a lungo. Ed è proprio qui che entrano in gioco le misure di prevenzione che, se attuate in maniera ragionata, possono far diminuire in maniera importante le predazioni.
Nel concreto agli allevatori, grazie ai fondi messi a disposizione dalla Regione (ed europei), è stata offerta la possibilità di realizzare una serie di misure di prevenzione, come recinzioni metalliche ed elettriche, cani da guardia e allarmi acustici automatizzati, oltre di entrare a far parte di un programma di assistenza tecnica. Nel frattempo sono state organizzate ispezioni delle aziende danneggiate per raccogliere informazioni utili a migliorare le azioni messe in atto.
Complessivamente, fra fondi regionali ed europei, al progetto hanno aderito 298 aziende. Per quanto riguarda i finanziamenti regionali, solo il 51,1% dei 230mila euro messi a disposizione sono stati spesi, con una spesa media di 2.674 euro per intervento, mentre per i fondi europei il costo medio per intervento è stato di 19.996 euro. Questi ultimi infatti coprivano integralmente anche i costi del lavoro. Come già anticipato, in un arco temporale che va dai 4 ai 6 anni, l’adozione delle misure di prevenzione ha consentito di far diminuire le predazioni da 528 a 35, con una decrescita del del 93,4%.
Se i risultati sul campo sono estremamente positivi, gli esperti non mancano di evidenziare alcune criticità. In primis il fatto che la maggior parte delle aziende hanno rinunciato ai fondi per la realizzazione di opere di prevenzione per mancanza di liquidità (spettava agli allevatori anticipare i soldi che poi sarebbero stati rimborsati). In secondo luogo anche l’eccessiva burocrazia (problemi autorizzativi o poco tempo per accedere ai bandi) può scoraggiare un imprenditore, senza dimenticare le spese di gestione delle opere stesse.
“È un argomento su cui c’è ancora molto da fare – conclude Berzi, uno degli esperti che ha coordinato il progetto – sia da un punto di vista tecnico che procedurale, ma l’aver analizzato a distanza di tempo l’efficacia degli interventi è fondamentale per poter dare delle indicazioni basate su evidenze scientifiche a chi si incammina su questa strada faticosa”. L’obiettivo dunque dev’essere quello di proseguire su un doppio binario: da un lato continuare a risarcire i danni provocati dalle predazioni, dall’altro attivarsi concretamente, attraverso la realizzazione di opere di prevenzione, per farle diminuire. Questa, in altre parole, è la chiave per mitigare i conflitti fra grandi carnivori e allevatori contribuendo a promuovere una convivenza pacifica con i selvatici.












