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Dai farmaci dopanti al mercato nero, fino alle sevizie: ecco l’inferno degli uccelli da richiamo. La Lac: “Pratica da mettere al bando”

Tra maggio e giugno i meleti vengono presi d’assalto dai bracconieri che vogliono mettere le mani sugli uccelli da richiamo che, venduti al mercato nero, possono fruttare fino a 300 euro. La Lac: “Alcuni ne fanno una bandiera di identità culturale ma in realtà l’obiettivo di molti cacciatori è quello di garantirsi una forma di sadico divertimento”

Foto d'archivio, usata puramente a titolo esemplificativo
Di Tiziano Grottolo - 26 April 2022 - 19:47

TRENTO. Un uomo nascosto in un capanno e armato di fucile, attorno innumerevoli gabbie. Dentro ci sono i cosiddetti uccelli da richiamo, quelli che servono per attirare in trappola i propri simili. È questa la scena alla quale si può assistere durante la stagione di caccia e che molte associazioni contestano, battendosi affinché sia messa al bando.

 

In Trentino, ogni anno, sono migliaia gli uccelli che vengono abbattuti dai cacciatori, per alcune specie è consentito usare dei richiami vivi. “È una pratica sadica e crudele”, commenta Caterina Rosa Marino, delegata per il Trentino-Alto Adige della Lega per l’abolizione della caccia. “Capisco che nei secoli scorsi, quando si pativa la fame, per alcune persone questa pratica rappresentasse una risorsa ma ora sarebbe tempo di voltare pagina e chiuderla con questa attività barbara”.

 

Gli uccelli utilizzati come richiami vivi sono sottoposti a condizioni di vita molto dure. Una volta catturati vengono rinchiusi in piccole gabbie che sono tenute appositamente al buio in modo che gli uccelli perdano la percezione del tempo. In questo modo i volatili, una volta “riportati” alla luce, cantano anche fuori stagione diventando un’esca per attirare altri volatili che vengono abbattuti a fucilate.

 

La caccia è spesso associata al fenomeno del bracconaggio che riguarda per l’appunto anche gli uccelli da richiamo. Sul mercato nero un’esca viva può arrivare a costare fino a 300 euro. Nel febbraio 2019 il Corpo forestale della Provincia di Trento aveva coordinato un’articolata operazione anti-bracconaggio che ha portato all’arresto di 7 persone, tutte residenti in altre regioni. In questa circostanza i bracconieri effettuavano dei veri e propri raid fra i meleti del Trentino per rubare i nidi e procurarsi nuovi uccelli da richiamo.

 

Durante la stagione primaverile veniva effettuato il controllo sullo stato di avanzamento dei nidi verificando la presenza di uova. Nel momento in cui ci si accorgeva che il nidiaceo era pronto per essere prelevato, i bracconieri, in gruppi di tre o quattro, percorrevano i filari per “segnare” i nidi da rubare servendosi anche di Gps e contrassegni fosforescenti.

 

Non solo, perché in certi casi questi volatili vengono sottoposti a vere e proprie sevizie. Il cosiddetto “sessaggio” è una pratica cruenta attraverso la quale i bracconieri praticano un’incisione ai piccoli nidiacei per verificarne il sesso: le femmine vengono scartate e lasciate morire agonizzanti mentre i maschi sono quelli che vengono asportati per le loro doti canore.

 

Tra le altre pratiche illegali ci sono le trappole ad archetto che spezzano le gambe agli uccelli. Inoltre, nel corso di un’indagine la forestale scoprì che alcuni cacciatori si servivano del Sustanon, un farmaco vietato a base di testosterone, per far cinguettare di più gli uccelli da richiamo.

 

Secondo le norme italiane le specie che possono fungere da richiami vivi sono: allodola, cesena, tordo sassello, tordo bottaccio, storno, merlo, passero, passera mattugia, pavoncella e colombaccio. Questi uccelli poi dovrebbero obbligatoriamente provenire da allevamenti ed essere marchiati con un apposito anello ma tutto ciò ha un costo notevole. Anche per questo il mercato nero, come dimostrano le operazioni della forestale, è molto florido.

 

“Sappiamo di casi in cui gli anelli vengo rimossi dagli esemplari ‘legali’ che muoiono e trasferiti su nuovi uccelli che arrivano dal mercato nero o vengono catturati direttamente dai cacciatori”, sottolinea Marino. In altre parole, secondo le associazioni, se esiste un mercato per i richiami vivi è anche perché questo tipo di caccia continua a essere tollerato e può essere portato avanti alla luce del sole. Anche per questo gli ambientalisti si battono per chiedere la messa al bando degli uccelli da richiamo.

 

C’è poi chi ne fa una questione di identità, come la Lega di Matteo Salvini che in Lombardia, con la scusa di riportare in auge la tradizione dello spiedo bresciano, ha presentato un disegno di legge che rischia di incentivare le catture illegali. “La materia prima, cioè la selvaggina – spiegavano i promotori del provvedimento – dovrà essere donata volontariamente sempre e soltanto a titolo gratuito dal produttore primario, cioè dal cacciatore, fino al consumatore”.

 

“Ne fanno una bandiera politica e di identità culturale – attacca la delegata della Lac – ma in realtà l’obiettivo è garantirsi quella che per i cacciatori è una forma di divertimento. C’è gente che tutt’ora paga fior di quattrini per mangiare uno spiedo illegale. Ogni anno, soprattutto tra maggio e giugno, un’orda di barbari si avventa sui meleti del Trentino-Alto Adige e i forestali e i volontari delle associazioni non possono controllare tutto il territorio, con l’apertura della stagione venatoria poi, in alcune Valli sembra di assistere a una guerra. La caccia – conclude Marino – andrebbe abolita senza nessuna discussione, come gesto di civiltà”,

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