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| 20 lug 2025 | 06:00

"Lupi, abbatterli non serve e il modello svizzero lo conferma: lì è record di uccisioni ma crescono le predazioni. Preferire il populismo alla scienza porta a questo''

Il referente Grandi Carnivori del Wwf Italia Marco Antonelli spiega a il Dolomiti perché il declassamento dello status di protezione del lupo dell'Unione Europea spinge i Paesi verso il "modello svizzero" e perché secondo lui questa non è una buona notizia

TRENTO. Pochi temi polarizzano come la gestione dei lupi e dei grandi carnivori, e non solo sulle nostre montagne. Da un lato, la necessità di proteggere una specie preziosa e spesso fondamentale per gli ecosistemi; dall’altro, le pressioni di chi dalla presenza sul territorio di quei grandi carnivori si sente non solo spaventato ma anche danneggiato. E’ il caso degli allevatori, che nel lupo vedono una minaccia al proprio bestiame.

 

La soluzione per alcuni Paesi (Svizzera in primis) è la più immediata che potrebbe mai venire in mente: abbattimenti, abbattimenti, abbattimenti. Una strada verso la quale, ad onor del vero, si è di fatto incamminata anche l’Unione Europea con il discusso declassamento dello status di protezione del lupo che rischia di voler estendere presto (tempo un anno/un anno e mezzo) in tutti i Paesi membri il “modello svizzero”.

 

“In effetti siamo in un momento storico delicato”. A dirlo a il Dolomiti è Marco Antonelli, zoologo e referente Grandi Carnivori del WWF Italia. “Nei prossimi mesi, diversi Paesi recepiranno le nuove linee guida europee, e si aprirà una stagione di gestione diversa. La politica, sia europea che dei singoli Stati membri, sta purtroppo scegliendo risposte facili e populiste per compiacere allevatori spaventati o mal supportati. Ma i veri perdenti alla fine saranno gli allevatori stessi, che vedranno i loro problemi irrisolti e scopriranno di essere stati presi in giro da finte promesse: ce lo dicono alcuni studi portati avanti in questi anni”.

 

MODELLO SVIZZERO.

 

In effetti la Svizzera, per certi versi modello d’ispirazione della nuova “stagione” di rapporto con i lupi, sta facendo i conti con alcuni dati che di primo impatto sembrerebbero contro-intuitivi. Gli abbattimenti aumentano, ma aumentano anche i casi di predazioni ai danni degli allevatori.

 

In pochi mesi si è assistito ad un numero record di “prelievi” di esemplari (nel periodo 2024/25, l’Ufficio Ambiente ha approvato l’abbattimento di ben 125 lupi); eppure questo non solo non ha fermato la crescita della specie sul territorio, ma anzi nell’ultimo anno sono cresciuti e di molto i casi di predazioni e di danni agli allevatori dei cantoni. In base ai dati aggiornati al 15 luglio 2025, nel Ticino risultano 23 casi di predazione attribuiti con certezza al lupo e ulteriori 16 episodi attualmente in fase di analisi con la possibilità di arrivare a 39 casi (per lo stesso periodo nel 2024 i casi erano 19, nel 2023 se ne sono contati 11).

 

“Potrei dire che ce lo aspettavamo – riprende Antonelli -. Perché questi dati, alla luce del cambio di gestione in tempi recenti in Svizzera, non fanno altro che confermare quello che la scienza ci dice da anni: gli abbattimenti, sia reattivi che proattivi, non sono una soluzione sostenibile per ridurre i conflitti con i lupi”.

 

“Prima di tutto – prosegue lo zoologo – perché il lupo ha una dinamica demografica molto rapida. Anche eliminando un intero branco, il territorio viene rapidamente ricolonizzato da giovani lupi in dispersione. È un circolo vizioso che non risolve il problema, ma lo perpetua”.

 

“E poi perché non esistono studi che dimostrino che l’eliminazione sistematica di lupi riduca le predazioni nel medio-lungo termine. Anche mettendo in campo il modello svizzero, che si basa su una gestione proattiva con abbattimenti preventivi’, un approccio che risponde a logiche populiste, una scelta politica che semplicemente non sta in piedi”.

 

MONITORARE, TROVARE, ABBATTERE: MIGLIAIA DI ORE DI LAVORO.

 

Anche perché, tanto per rimanere in territorio elvetico, “abbattere un lupo” è più facile a dirsi che a farsi: anche in questo caso tornano utili i freschi dati ufficiali della Svizzera che parlano di un lavoro, quello della regolazione sia reattiva che proattiva, “portato avanti con impegno e serietà”.

 

Nel 2024, solo per dar seguito a due ordini di abbattimento di un lupo singolo e a due ordini di regolazione proattiva di base di due branchi, le ore dedicate dai guardacaccia sono state un migliaio per l’attività di monitoraggio, ronda e appostamento. E al momento sono attivi due ordini di abbattimento per altrettanti lupi singoli per cui l’ingaggio dei guardacaccia ha finora superato le 400 ore lavoro.

 

“Numeri impressionanti – conferma Antonelli -, parliamo di migliaia di ore di lavoro per monitorare e abbattere lupi, un animale elusivo e a bassa densità. È un investimento di tempo e denaro pubblico che potrebbe essere destinato a supportare gli allevatori con tecniche di prevenzione, e probabilmente con maggiore possibilità di successo. Recinzioni, cani da guardiania e formazione richiedono un impegno iniziale, certo, ma costruiscono soluzioni durature che riducono i conflitti”.

 

QUALCUNO PREVIENE.

 

Ma in un oceano di modelli “sbagliati”, Antonelli sa anche individuare qualche “isola” dove mettendo in campo idee virtuose si è migliorata e di molto la coesistenza tra allevatori e lupi.

 

“Gli esempi positivi – riprende il referente del WWF - si trovano dove gli allevatori, invece che lamentarsi, si tirano su le maniche per trovare soluzioni, cambiando la prospettiva con cui affrontano i loro problemi. Nessun allevatore probabilmente finirà mai per ‘amare’ i lupi, ma la coesistenza passa prima di tutto attraverso le strategie di prevenzione”.

 

“E ci sono esempi di territori virtuosi dove i conflitti sono stati mitigati fino quasi a sparire. Mi viene in mente ad esempio la Toscana, una delle aree a più alta densità di lupi in Europa, dove è nata DifesAttiva, un’associazione formata da allevatori che utilizzano strumenti di prevenzione: uno degli ingredienti vincenti della ricetta toscana è stato il fatto che gli allevatori si sono affidati ai tecnici biologi e agli esperti di prevenzione nella cura di ogni dettaglio. E così con recinzioni elettrificate, cani da guardiania e sistemi di sorveglianza i danni sono passati da numerosi a quasi nulli. Chiaro, poi ogni posto e ogni contesto ha le sue peculiarità e le sue necessità: ma la strada dev’essere quella della prevenzione”.

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