"Belluno è la ‘torre dell’acqua’ del Veneto e il cambiamento climatico sta modificando il ciclo dell'acqua in montagna: programmazione interventi fondamentale"
Dal riscaldamento alle siccità, il convegno del Centro Studi Bellunese ha messo in relazione dati scientifici e ricadute su energia, acqua potabile e turismo. L'assessora Venturini: "Il cambiamento climatico non è qualcosa di astratto e ogni ambito della nostra vita risente delle conseguenze legate all’aumento delle temperature"

BELLUNO. “Il cambiamento climatico sta modificando in modo misurabile il ciclo dell’acqua in territorio montano, con effetti che vanno dalla disponibilità della risorsa idrica alla sicurezza idrogeologica e alla produzione energetica e la programmazione degli interventi indicata da più fonti come uno degli strumenti più efficaci per mitigarne gli effetti”. Questo il quadro emerso dal convegno ‘Il cambiamento climatico e l’impatto sul ciclo dell’acqua in territorio montano’, promosso dal Centro Studi Bellunese e ospitato nella sala degli Stemmi del Municipio di Feltre nella giornata di venerdì 8 maggio.
A richiamare l'obiettivo dell'iniziativa - a cui erano presenti anche gli studenti dell’Istituto agrario ‘Della Lucia’ e del Liceo delle Scienze umane di Feltre - è stato il presidente del Centro Studi Giovanni Piccoli, che ha specificato come questo sia “portare i dati scientifici e tecnici fuori da una dimensione specialistica e metterli in relazione con le scelte di programmazione che riguardano comunità montane, amministrazioni e gestori dei servizi”.
Il tema, nello specifico, ha riguardato il passaggio dall’azione a seguito di emergenze a una programmazione stabile delle misure di prevenzione e mitigazione, “perché gli eventi estremi e le fasi di deficit idrico tendono a ripresentarsi con maggiore frequenza e intensità e mettono sotto stress infrastrutture, territori e servizi”.
Ecco perché, è stato specificato, la prevenzione “non si limita al singolo intervento, ma sta piuttosto in un insieme coerente di scelte che partono dal monitoraggio e dall’analisi dei dati, traducono gli scenari in priorità operative e orientano nel tempo investimenti e manutenzioni, riducendo le vulnerabilità prima che diventino danni”. Questo tenendo conto che la programmazione “permette anche di rendere complementari le azioni, dal rafforzamento delle opere strutturali alla gestione del rischio siccità e alla qualità del servizio idrico, mantenendo continuità tra pianificazione, gestione e capacità di risposta”.
“Il cambiamento climatico non è qualcosa di astratto” ha affermato l’assessora regionale all’Ambiente Elisa Venturini che ha rimarcato come “ogni ambito della nostra vita risente delle conseguenze legate all’aumento delle temperature”. E poi lo sguardo sul fronte degli interventi, con Venturini che ha assicurato che “sarà portata in Consiglio regionale la strategia regionale di adattamento al cambiamento climatico che permette una pianificazione nei vari ambiti di intervento della Regione”.
Ma cosa prevede questa strategia? “L’investimento di risorse che tengono conto della fragilità di questo territorio: pensiamo alle frane e all'attività di monitoraggio che viene svolta al riguardo, pensiamo alla gestione delle acque, anche qui in collaborazione con i gestori”. La prevenzione, ha concluso Venturini, “diventa fondamentale in ogni ambito perché prevenire significa evitare poi dei costi legati ai danni che si possono verificare”.
GLI INTERVENTI
Venendo al quadro regionale, presentato da Stefano Micheletti di Arpav, questo descrive “un riscaldamento in accelerazione”. Nel trentennio 1996-2025, è stato specificato, il trend lineare delle temperature medie annue in Veneto risulta positivo e statisticamente significativo, pari a +0,6 °C ogni dieci anni. Nel contesto che rende possibile questa dinamica, viene richiamata anche la crescita dell'anidride carbonica nell'atmosfera.
Per quanto riguarda le evidenze scientifiche in provincia di Belluno è intervenuto Francesco Domenichini, sempre di Arpav, la cui analisi dei dati nivometrici segnala una riduzione della precipitazione nevosa e un quadro di trasformazione che si accompagna al ritiro dei ghiacciai e a una maggiore esposizione a fenomeni intensi. Nel materiale presentato è stata inoltre sottolineata la crescente frequenza di casi estremi di precipitazione su intervalli brevi, con una quota rilevante concentrata negli ultimi anni.
Dal punto di vista idrologico, l’ingegnere Sara Pavan di Arpav ha richiamato gli strumenti di monitoraggio e lettura delle tendenze. Nel periodo recente, l’analisi evidenzia una situazione articolata: segnali di siccità a breve scala su molte aree regionali e un quadro di maggiore normalità su orizzonti più lunghi, a seconda dell’indicatore considerato.
Un passaggio specifico ha riguardato l’attuale stagione e la rapidità con cui la riserva solida si esaurisce quando si combinano scarsa neve e temperature miti. Da ottobre a fine aprile, il deficit di precipitazione nevosa risulta infatti “pari al 30 per cento nelle Dolomiti e al 25 per cento nelle Prealpi”. Un altro dato riguarda lo spessore medio del manto nevoso nelle Dolomiti che da fine aprile è indicato in 13 centimetri a fronte di una norma 33-97, mentre nelle Prealpi risulta 0 centimetri rispetto a una norma 5-24. Aprile 2026, inoltre, “è stato un mese mite, tra i più caldi della serie recente, e le condizioni termiche hanno favorito una fusione accelerata del manto nevoso anche a quote elevate”.
Per quanto riguarda il quadro degli impatti, Enrico Lorenzetti della direzione Difesa del suolo della Regione, ha definito Belluno come una ‘torre dell’acqua’ strategica, richiamando la centralità della risorsa montana per l’intero sistema regionale. Nei materiali presentati è emerso, tra l’altro, la forte dipendenza da acqua di sorgente e l’effetto a catena su energia idroelettrica, turismo e disponibilità idrica per usi potabili e agricoli. In questa lettura, è stato sottolineato, eventi estremi recenti diventano anche un banco di prova della capacità di prevenzione e gestione.
Il tema della programmazione è stato infine affrontato dal punto di vista del Servizio idrico integrato con una relazione dell’ingegnere Giuseppe Romanello, direttore del Consiglio di Bacino Dolomiti Bellunesi.
“Nel territorio delle Dolomiti Bellunesi – è emerso dall'intervento – la dimensione infrastrutturale del sistema conta 593 opere di presa, 229 impianti di filtrazione e disinfezione, 705 serbatoi, 96 stazioni di pompaggio e, sul fronte fognatura e depurazione, 65 stazioni di sollevamento e 309 impianti di depurazione, insieme alle estensioni di rete indicate per acquedotto e fognatura”. Un ultimo sguardo Romanello lo ha dedicato alla “necessità di orientare gli investimenti in chiave di adattamento, dalla riduzione delle perdite e dalle interconnessioni fino alla capacità di invaso e al riuso delle acque reflue, in coerenza con gli obiettivi dell’Unione europea di mitigazione e adattamento”.












