Da Franca Penasa allo zio Carletto: l'orso è parte della storia del Trentino ma non serve un referendum per ricordacelo
A Carisolo qualche giorno fa si è tenuto un convegno organizzato dal Parco naturale Adamello Brenta. Ha preso la parola Franca Penasa e mentre l'ascoltavo ho pensato a quante cosa tenga insieme il discorso sull’orso. Alte e basse. Mi è venuto in mente il “Martanell”, al secolo Luigi Fantoma, da Strembo, figura di eccentrico cacciatore di fine Ottocento passato alla storia come il “Re della Val Genova” e da lì sono partito a lucubrare

CARISOLO. Ho ascoltato l’intervento di Franca Penasa al convegno organizzato qualche giorno fa, a Carisolo, dal Parco naturale Adamello Brenta. Mentre la sentivo parlare, col suo inconfondibile stile e la finezza argomentativa che da sempre è la sua cifra migliore, ho pensato a quante cosa tenga insieme il discorso sull’orso. Alte e basse. Mi è venuto in mente il “Martanell”, al secolo Luigi Fantoma, da Strembo, figura di eccentrico cacciatore di fine Ottocento passato alla storia come il “Re della Val Genova”. Alla fine della sua carriera, di orsi in saccoccia pare ne avesse ben 54.
Ad un signore tedesco che lo aveva incontrato con un camoscio sulle spalle e che gli aveva chiesto se in vita sua avesse ucciso anche altri animali, aveva risposto con cipiglio: “Sissignore, 380 camosci e 150 lepri, più di 60 martore, 50 faine, più di 400 francolini, 17 volpi, 80 tassi, 5 poiane, 180 galli cedroni, 9 falchetti, 30 begai”. Insomma, il Martanell non si faceva mancare niente. Poi ho pensato alla leggenda di San Romedio, l’eremita del IV secolo che entrò a Trento in groppa all’orso che gli aveva sbranato il cavallo. Inutile dilungarsi sui dettagli, in Trentino la conoscono anche i sassi. Alto e basso. Poi mi sono venuti in mente il conte Giangiacomo Gallarati Scotti e i due fondamentali convegni del 1979 e del 1986 sull’orso nelle Alpi che, a Trento, hanno posto le basi per un discorso serio, scientificamente solido, sulla tutela degli ultimi plantigradi.
Ho pensato – tra i tanti - a Fabio Osti, a Franco Pedrotti, a Fausto Stefenelli, a Guido Castelli, a Francesco Borzaga, trentini che per tutta la vita hanno sputato sangue per tenere accesi i riflettori sui destini dell’orso nelle Alpi. E ancora, alto e basso. Solo chi ha radici in Trentino non ha bisogno di spiegazioni per parole come “formigarol” e “patataro”, che nel resto del pianeta non significano assolutamente nulla. Alla fine, ho pensato anche allo zio Carlo, detto Carletto, guardiaboschi, fratello di mia nonna. Non l’ho mai conosciuto, è morto infatti parecchio prima che io nascessi. Non mi sono mai occupato molto di lui. So solo quello che la narrazione familiare - ovvero quel flusso di informazioni disordinate ma indispensabili che in modo del tutto spontaneo passano da una generazione all’altra – mi ha restituito della sua parabola esistenziale.
Che poi si riduce a una cosa sola: lo zio Carletto, un giorno, sul Roen, aveva incontrato l’orso. Lo aveva visto mentre mangiava mirtilli. Archiviato anche lo zio Carletto, ho pensato che se a qualcuno, un giorno, venisse l’idea di proporre ai trentini, a tutti i trentini, una consultazione popolare il cui quesito recitasse più o meno così: “Ritenete che l’orso faccia parte della storia, della memoria collettiva, della tradizione e della cultura popolare del Trentino?”, l’esito sarebbe plebiscitario, una valanga di sì. Perché? Semplicemente perché è la verità. L’orso fa parte della storia, della memoria collettiva, della tradizione e della cultura popolare dei trentini. Di conseguenza, chiedere scelte coerenti rispetto alla tutela di questo patrimonio non sarebbe, e non è, per nulla stravagante. Spero però che nessuno faccia mai una cosa del genere, perché sarebbe una totale idiozia. Orientare le risposte sulla base di un quesito ben congegnato sarebbe un esercizio fin troppo facile. Così come sarebbe altrettanto facile brandire gli esiti del voto come una clava, magari riproponendoli all’infinito come un disco rotto.
Semplice ma perfettamente inutile, perché non servirebbe a nulla rispetto al “qui e oggi”, alle tensioni che dopo la morte di Andrea Papi attraversano la società trentina riguardo alla presenza dell’orso e che hanno in sé molte più sfumature, sfaccettature e contraddizioni di quelle che anche la più onesta delle consultazioni pubbliche potrà mai sperare di rappresentare decentemente. Che è un po’ quello che il Parco Adamello Brenta ha cercato di dire proprio a Carisolo, battendo strade nuove. La speranza è che, anche grazie al contributo delle scienze umane, quelle tensioni si possa iniziare ad affrontarle, se non proprio a scioglierle. Una sola cosa mi resta da capire: come mai questo flusso sghembo di idee, di pensieri diversi e di ricordi mi abbia travolto ascoltando Franca Penasa. Ma tant’è.












