Due fotografi incornati da cervi in due giorni, uno ferito gravemente all'inguine. Incidenti continui, il Parco: ''Gli animali selvatici non sono a nostra disposizione''
Il comportamento di molte persone è incompatibile con il rispetto della natura e dell'ambiente ''e siamo arrivati al paradosso che i Guardiaparco vengono criticati persino quando fanno sorveglianza proprio per evitare che gli animali selvatici vengano disturbati in momenti delicati. Come se mettere una distanza, chiedere di arretrare o impedire un avvicinamento fosse un abuso, invece che un atto di responsabilità verso gli animali e verso le persone''
L'AQUILA. Incidenti continui. Curiosi che si avvicinano per accarezzarli, fotografi che si posizionano a pochi metri per avere la foto migliore, curiosi a caccia del selfie strappa like sui social. E così il Parco Nazionale Abruzzo Lazio e Molise è costretto a fare una comunicazione ufficiale dove chiede attenzione e spiega quel che si pensava lapalissiano ma che lapalissiano, evidentemente, non è. ''Sarebbe troppo semplice iniziare con “l’abbiamo detto tante volte” e sentirsi, per questo, tranquilli - spiegano dal parco -. Non è così. Perché gli episodi degli ultimi due giorni sono stati molto gravi e hanno lasciato, insieme alla preoccupazione per la salute delle persone, un forte senso di frustrazione''.
I fatti
''Il 16 settembre, a Villetta Barrea, un fotografo francese è stato attaccato da un cervo e ha riportato una ferita che ha richiesto il trasporto in ospedale e diversi punti di sutura - ricostruisce il parco -. Ieri, invece, un fotografo, mentre cercava di fotografare i cervi, è stato attaccato da un maschio e ha riportato una ferita molto grave all’inguine, tanto da rendere necessario il trasporto in elisoccorso all’ospedale dell’Aquila. Abbiamo aspettato questa mattina per accertarci che il fotografo, ricoverato all’Aquila fosse fuori pericolo. Resta comunque in ospedale, perché necessita ancora di osservazione e cure. Già ad agosto avevamo raccontato quanto accaduto a Scanno''.
Domande (retoriche)
Il parco si pone allora una serie di quesiti: ''A cosa servono l’informazione e la comunicazione se, dopo pochi giorni, tutto viene dimenticato e continuano a verificarsi comportamenti di avvicinamento agli animali selvatici, sempre più frequenti? Come si fa a far comprendere davvero che questo territorio così particolare, nel quale è ancora possibile osservare la fauna selvatica nel proprio ambiente naturale, non è uno zoo? E soprattutto, come facciamo a ricordarci che quando ci troviamo davanti a un cervo, un lupo, un orso o qualsiasi altro animale selvatico, siamo davanti a un individuo che non è lì per noi? Mentre decidiamo di fotografarlo, osservarlo o avvicinarci, quell’animale sta facendo qualcosa che per lui è molto più importante della nostra presenza. Noi possiamo diventare un ostacolo, una fonte di stress, un disturbo o, in determinate circostanze, una minaccia''.
L'analisi
Mentre solo pochi giorni fa davamo notizia di quanto accaduto in un parco americano, il Grand Teton National Park, un orso è stato abbattuto perché le persone gli davano da mangiare e lasciavano incustodito cibo e rifiuti, di fatto rendendolo confidente e condannandolo a morte (''Dobbiamo essere chiari: questo orso è stato abbattuto per colpa dei visitatori. Se avete il tempo di prendere il telefono potete anche portare via cibo e rifiuti'') pare incredibile ma anche il Parco d'Abruzzo, Lazio e Molise è costretto a ricordare ai visitatori che i loro comportamenti possono compromettere la natura e la vita degli animali selvatici.
''Le persone coinvolte negli episodi di questi giorni - scrivono - possono aver sottovalutato, o forse non conosciuto, cosa significhi per un cervo maschio il periodo degli amori e quanto possa diminuire, in questa fase, la sua tolleranza alla presenza e alla vicinanza delle persone. Anche quando l’animale appare tranquillo. Forse il problema più grande è proprio questo: noi, che pure siamo animali, abbiamo perso la capacità di leggere gli altri esseri viventi e di riconoscere che esistono limiti a quello che si può fare. Pretendiamo che tutto sia a nostra disposizione. Vogliamo che gli animali selvatici restino lontani quando la loro presenza ci crea problemi, ma nello stesso tempo vogliamo poterci avvicinare quando ci emozionano, fotografarli nei momenti più intimi o delicati della loro vita e trovarli lì, sempre disponibili per noi. Anche quando facciamo escursioni, troppo spesso, continuiamo a comportarci come se fossimo comunque i padroni di casa e loro sempre ospiti, graditi o sgraditi a seconda delle situazioni. Chissà se, a parti invertite, noi lo sopporteremmo presi come siamo dal ribadire continuamente l’importanza della nostra libertà individuale e della nostra privacy?''.
La conclusione (apparentemente ovvia ma che evidentemente ovvia non è)
''Siamo arrivati a un paradosso - concludono dal parco -: i Guardiaparco vengono criticati persino quando fanno sorveglianza proprio per evitare che gli animali selvatici vengano disturbati in momenti delicati. Come se mettere una distanza, chiedere di arretrare o impedire un avvicinamento fosse un abuso, invece che un atto di responsabilità verso gli animali e verso le persone. Queste premesse, purtroppo, non aiutano certo la costruzione della coesistenza né di un rapporto migliore con la Natura. La giusta distanza e il senso del limite, lo ripetiamo da anni, sono tra le forme più concrete di rispetto e amore che possiamo mettere in pratica. Una fotografia, per quanto bella, non potrà mai raccontare da sola la complessità di un animale selvatico o di un ecosistema. E non dimostrerà mai quanto amiamo la natura. Le nostre azioni, invece, sì''.














