Dal Nerina di Malgolo al Boivin di Levico Terme, nessuna o quasi segnalazione a Trento e Rovereto. Ecco Osterie d'Italia di Slow Food

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia
Il sussidiario della cucina tipica italiana - Osterie d’Italia di Slow Food - è stato presentato (e in parte assaggiato) anche a Trento, nelle sale del Muse, presenti bongustai, osti e docenti universitari decisi a monitorare il cibo come elemento di studio e strumento di promozione culturale.
L’elenco delle osterie - meglio chiamarli ristoranti tipici - è numericamente nella consuetudine. Conferme storiche con posti del "cibo buono, pulito e giusto" riservate solo ai veri alfieri della cucina popolare dolomitica. Pochi, decisamente veri. Citazione doverosa per la ciurma del Nerina di Malgolo, per la famiglia Sicher del Pineta di Tavon. Pure per il Boivin di Levico e - con la rinnovata gestione - del Morelli di Canezza.
Subito una triste constatazione: Trento non ha alcuna segnalazione, a parte l’osteria Sant’Anna di Sopramonte. Per la città - come per Rovereto - niente ristorazione che coniughi il popolare con la qualità e un prezzo consono.
Lo ha sottolineato pure il curatore Tommaso Martini, presidente di Slow Food Trentino Alto Adige: "La situazione trentina fotografata dalla scorsa edizione, era caratterizzata da una forte incertezza, segnata dalla chiusura di alcune realtà storiche e dalla rinuncia a nuovi progetti. Ma dobbiamo rinnovare l’appello per riuscire a coinvolgere di più il mondo della formazione nella trasmissione di un modello di ristorazione che è un patrimonio essenziale del Trentino. Sono 30 – ha proseguito - le osterie in Guida, distribuite nelle varie valli. Di queste otto premiate con il riconoscimento della 'chiocciola', a indicare una particolare capacità di esprimere i valori di una osteria ed essere di esempio".
Una situazione che molti operatori della ristorazione stentano a recepire. In città è un rifiorir di aperture di locali con proposte spesso banali, presentate come innovazione. Cucine gestite da operatori realmente radicati nella ‘trentinità’.
Un fattore, questo, che potrebbe essere stimolo al confronto, a recuperare memorie sensoriali sopite. Intanto sulle insegne di osterie storiche compare l’abbinamento con la pizza, con preparazioni di pietanze stile orientale. D’accordo, ci sono dei posti di buon livello, ma decisamente poco rispettosi della giusta tradizione gastronomica dolomitica.
Fortunatamente la Guida Osterie elenca le poche malghe che ancora resistono alla chiusura, all’oblio dell’alpeggio. Queste sono davvero dei presidi territoriali che custodiscono memoria. E tentano di trasferire in città le loro identitarie produzioni.
La serata è poi proseguita tra i piani del museo con una grande degustazione: venti osterie trentine, mentre i produttori dei Presìdi Slow Food hanno offerto un viaggio nei sapori del territorio: miele di alta montagna, Casolet della Val di Rabbi, Sole e Pejo, e le noci bleggiane. Il mondo del caffè era rappresentato da I Druper, mentre la Comunità Slow Food per la cultura dell’olio extravergine ha chiuso la serata con un dolce abbinamento tra oli trentini e gelato artigianale.
L’invito è di andare a trovare osti e ostesse nelle valli del Trentino e aiutarli ogni giorno a tener vivi i sistemi locali del cibo nei quali si inseriscono.












