Cannoni sonori contro la grandine, in Veneto (incredibilmente) ancora si usano: ''Li acquistano amministrazioni pubbliche ma non c'è nulla di scientifico, è superstizione''
Dopo la violenta ondata di maltempo che negli scorsi giorni ha interessato buona parte del Nord Italia, in particolare nella fascia Pedemontana veneta si è riaccesa la discussione sull'utilizzo dei cosiddetti cannoni anti-grandine: “Sono del tutto inefficaci – spiega a il Dolomiti il meteorologo Marco Rabito – ma molte persone hanno sviluppato una sorta di 'fede' nel loro funzionamento”

VICENZA. “Bombardare” il cielo con onde sonore prima dei temporali per inibire il processo di formazione della grandine – e salvare, così, i raccolti. È questo il meccanismo attraverso il quale i cosiddetti cannoni anti-grandine dovrebbero – il condizionale è d'obbligo – agire per scongiurare quella che, da sempre, è una delle maggiori paure per il mondo dell'agricoltura. Si tratta di una pratica che ha radici lontane – per non dire lontanissime: su il Dolomiti avevamo raccontato di quando, anche in Trentino, si utilizzavano addirittura dei veri e propri razzi, con tutti i rischi, e le vittime, del caso – ma che nel 2026, nonostante tutto, non è ancora stata del tutto abbandonata.
In particolare nella fascia pedemontana veneta infatti – tra il Vicentino e il Trevigiano, alcune delle aree più colpite dalla grandine degli scorsi giorni – sono ancora diversi i 'cannoni' in funzione, che accompagnano con i loro boati, ripetuti a distanza di circa trenta secondi l'uno dall'altro, le fasi perturbate quando le nubi minacciano di rovesciare la grandine sui raccolti. Come ci spiega però il meteorologo Marco Rabito – vice-sindaco del Comune di Monticello Conte Otto e presidente di Meteo in Veneto – da un punto di vista scientifico “non ci sono dubbi sull'inefficacia di questi sistemi”. Ma procediamo con ordine.
“Il principio alla base dei 'cannoni' – dice l'esperto – è una camera di scoppio, alimentata in passato ad acetilene ed oggi a gpl, innescata da una candela del tutto simile a quella che si troverebbe su un'auto. Attraverso degli scoppi controllati, l'obiettivo è di emanare verso l'alto un'onda sonora: in altre parole, delle vibrazioni determinate dal rumore dello scoppio stesso. L'idea è che tramite un processo fisico noto, la cavitazione, si possa così inibire la formazione dei chicchi di grandine. Da un punto di vista scientifico però, i limiti di questa pratica sono molti”.
Innanzitutto, spiega Rabito: “Il rumore generato dal cannone si riduce ad uno schiocco di dita a circa 2mila metri di quota. Mediamente, in un cumulonembo gli embrioni dei chicchi di grandine si formano dai 4mila metri in su e fino anche ai 10-12mila metri. In altre parole, stiamo parlando di ordini di grandezza completamente fuori scala per poter registrare effetti concreti da parte di un'onda sonora prodotta da un cannone: tecnicamente, i valori di pressione si rivelano assolutamente insufficienti per causare l'effetto di cavitazione o per 'rompere' le correnti discendenti dal cumulonembo. Per usare una figura retorica: è come affrontare un arsenale nucleare con una pistola a pallini”.
D'altronde, continua l'esperto: “Se le onde sonore effettivamente funzionassero, non sarebbero sufficienti quelle, molto più intense tra l'altro, prodotte dai tuoni? Invece sappiamo che proprio i temporali con maggiori fulminazioni sono quelli nei quali gli eventi grandinigeni sono i più intensi. Nel concreto, inoltre, in tutte le aree del Vicentino nelle quali sono in funzione i cannoni, gli agricoltori si proteggono in ogni caso con le reti anti-grandine, dimostrando come loro in primis non si affidino all'efficacia di questi sistemi. Tra l'altro non parliamo certo di una novità: i primi cannoni anti-grandine sono stati introdotti in Italia, dall'Austria, alla fine dell'800. Dopo una discreta diffusione nella prima metà del '900, in particolare a partire dagli anni '80/'90 il loro utilizzo è drasticamente calato e in molte aree sono stati rimossi. Si parla di oltre un secolo di storia insomma, nel corso del quale non è mai stato effettuato uno studio scientifico serio che ne dimostri l'efficacia: da un paio d'anni è in corso, finalmente, una sperimentazione che coinvolge anche l'Università di Padova e l'Arpav che, speriamo, chiarirà ogni dubbio”.
“Di certo già oggi – spiega Rabito – ci sono gli effetti collaterali di questi sistemi sulla fauna selvatica: il rumore infatti disturba sia la nidificazione degli uccelli nelle zone vicine ai cannoni che la fauna domestica nell'area. Ad acquistare questi apparecchi sono Comuni o Comunità montane nella zona: niente contro un privato che decida di investire i suoi soldi in sistemi del genere, ma i fondi pubblici dovrebbero essere spesi su progettualità che hanno basi scientifiche. Le misure di difesa passive dalla grandine, le reti moderne ad esempio, sono sempre più efficaci. Quando si parla dei cannoni, molte persone hanno sviluppato una sorta di 'fede' nel loro funzionamento, che come tale è molto difficile mettere in discussione. Il fenomeno stesso della grandine però ha effetti estremamente irregolari, che spesso risultano ingannevoli per gli osservatori: la grandine colpisce fasce o corridoi di territorio molto limitati e il gradiente tra le aree con danni, anche estremi, e quelle senza danni può risultare netto, nell'ordine di poche decine di metri. Tutto ciò rende molto più complicato per l'osservatore avere contezza del fenomeno e si finisce così per percepire un effetto diverso da quello reale. Il dato di partenza dovrebbe essere proprio questo: su questi temi il confronto dovrebbe essere su basi scientifiche".












