La crisi climatica e l'aumento delle temperature tra le sfide dei vigneti: la cooperativa Padergnone festeggia 70 anni e guarda al futuro: "Ricerca e vitigni resistenti"

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia
La qualità di un vino scaturisce dalla forza del vitigno. Per garantire l’identità delle viti è però indispensabile il ruolo dei vivaisti, quelli che forniscono alle aziende vinicole le cosiddette ‘barbatelle’, tralci radicati che formeranno specifici vigneti. Operazione da precise ricerche, con legami ancestrali e stimoli futuribili, sinergie tra scienziati e tecnici viticoli. Con una singolarità tutta trentina: a Padergnone, in Valle dei Laghi, ha sede la seconda azienda vivaistica viticola nazionale, tra le più autorevoli d’Europa. Cooperativa che ha appena festeggiato i 70 anni. Spronando altre iniziative viticole, con Padergnone ritenuto il ‘cuore vitato’ del settore.
Viti sane, per altrettanti buoni vini. Una sicurezza vegetativa con storie tra sfide e altrettante incredibili intuizioni. Si deve a Jiulies Guyot, l’agronomo francese che già a metà dell’Ottocento stimolò importanti scienziati a trovare urgente rimedio alle devastazioni provocate dalla Fillossera, l’insetto fitofago che attacca solo le radici (facendole essiccare) delle ‘Vitis vinifera’, le uniche piante fino a quel periodo coltivate ottenere buoni vini.
Per salvarle si mobilitarono docenti universitari, pure temerari esploratori. Trovando - dopo peripezie e misteriose spedizioni - una davvero radicale soluzione: innestare il legno delle viti insidiate dal ‘ragnetto’ sopra tralci di viti scovate in America, piante naturalmente resistenti alla Fillossera. E quindi far radicare nel terreno solo la parte inferiore dell’innesto, sfruttando l’apparato radicale dei legni d’Oltreoceano".
Escamotage fondamentale che in pratica ha salvato le viti e consente una produzione vinaria garantita. Con il ruolo dei vivaisti viticoli indispensabile. La Cooperativa Vivai Padergnone lo ha sottolineato durante la cerimonia del suo 70.esimo compleanno.
“Negli ultimi decenni siamo cambiati radicalmente, dalle prime tecniche di coltivazione alle nuove tecnologie moderne - spiega il direttore Fabio Comai - ma è cambiato anche il mercato e i numeri, siamo passati infatti dai 2 milioni di piante alle 10 dell'ultimo anno”.
Nata nel 1955 la cooperativa ha 23 soci e dà lavoro a quasi 150 persone, produce quasi 7 milioni di barbatelle con un fatturato attorno agli 8 milioni di euro. Con richieste da Paesi lontani, aree viticole che spaziano dalla Serbia alle steppe russe, Sud America compresa. Sempre con Padergnone citata in ogni Convegno vitivinicolo, un paese che ha dato pure i natali a Rebo Rigotti, il genetista visionario operativo nella metà del secolo scorso a San Michele all’Adige e sicuramente tra i fautori del vivaismo moderno.
Ricordiamo che la barbatella è innanzitutto una talea, ovvero una propaggine di vite caratterizzata dalla “barba”, vale a dire le radici, che viene utilizzata per la propagazione vegetativa della vite senza dover partire dal seme. Le barbatelle si compongono di un piede franco (portainnesto) di vite americana indenne dalla Fillossera, sul quale viene innestato un tralcio di vite europea della varietà desiderata.
Padergnone, insomma, mette a dimora viti legate al fascino del mistero. Una storia scaturita dalla ricerca spasmodica di trovare una soluzione alla Fillossera. Decisivo il ruolo di Pierre Viala, agronomo francese che tra il giugno e dicembre del 1887 s’avventurò in inesplorate spontanee colture di viti selvatiche nelle zone dell’America centrale. Ispezionò aree del Massachusetts, New Jersey, Maryland, Delawere, Virginia, Pennsylvenia, pure il distretto di Colombia, Kentucky, Ohio, Tennessee, tra gli Indiani del Missouri, nonché Colorado e Nuovo Messico. Cercando, instancabilmente, originarie piante di viti selvatiche, quelle che - s’era intuito - non venivano aggredite dal ‘ragnetto fillosserico’.
Alto livello d’avventura e altrettanti rischi. Ricerca parzialmente interrotta in Arizona…per paura dei crotali. Proprio così. Il versante di una vallata splendidamente vitata da specifiche piante ancestrali era infestata dai serpenti. Impossibile quindi proseguire nell’ispezione vegetativa. Una missione che Pierre Viala tentò più volte di completare, anche se con i suoi viaggi selezionò i tralci di viti americane - appunto gli attuali ‘portainnesti’ - sfruttati dai vivaisti per battere la Fillossera.
E ancora. La moderna ricerca viticola è impegnata nel sperimentare nuovi portainnesti. Lo stanno facendo con successo l’Università di Milano, in sinergia con la Fondazione Mach. In azione ‘sul campo’ pure tra la Cooperativa Padergnone. Per attenere viti - innestate su legni opportuni - che resistano alla siccità, ma soprattutto piante per produzioni d’uva senza uso massiccio di trattamenti chimici. Nuove combinazioni di innesto, una maggiore scelta varietale e migliori selezioni clonali per rispondere al meglio anche ai mercati allora emergenti.
"Le sfide future – ha precisato il direttore della cooperativa Fabio Comai – sono rappresentate dalla produzione di viti resistenti alle diverse malattie e virosi che oggi colpiscono la viticoltura europea anche in relazione ai cambiamenti climatici e all’aumento delle temperature. Per questi motivi è stato costituito il Civit, il Consorzio Innovazione Vite, formato al 70% dalle quote di Avit, l’Associazione dei Vivaisti Viticoli Trentini (a cui aderisce la Padergnone Vivai), e dalla Fondazione Mach, con il 30% delle restanti quote. Fra i compiti del Consorzio figura la ricerca per nuove selezioni clonali, la messa a punto di varietà resistenti e tolleranti ai diversi fitopatogeni e lo studio di nuovi portainnesti più performanti rispetto alla carenza idrica e alla crisi climatica". In onore anche a quel giovane agronomo, spaventato dai crotali, di nome Pierre Viala.












