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| 31 mar 2025 | 17:19

L'Alto Adige pronto a lanciare un Pinot nero dedicato a Giorgio Grai, un vino che appare in un documento di ringraziamento all'imperatore Costantino

DAL BLOG
Di Ades, by Nereo Pederzolli - 31 marzo 2025

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia

Per dirlo con un motto del "maledetto" drammaturgo francese Antonin Artaud, il Pinot nero incarna il detto "con me l’assoluto o niente". Del resto è il vino di un vitigno che risale al III-IV secolo dopo Cristo, come appare da un documento di ringraziamento all’imperatore Costantino del 312,  da parte degli abitanti della città di Autun, dove viene citato un vigneto famoso per la sua qualità, nel pagus Arebrignus, nella Cote de Nuits. A quei tempi non si citava la varietà, ma si sottolineava il valore del "cepage", cioè del ceppo di viti che garantiscono buoni vini.

 

Dopo quasi 2000 anni l’analisi del Dna della vite non solo chiarisce le sue origini ma anche il contributo del Pinot nero alla creazione di altri vitigni europei.

 

Infatti il Pinot nero è il risultato di un incrocio spontaneo tra il Traminer e un Pinot meunier, così chiamato per la patina farinosa delle sue foglie, vitigno considerato un ancestrale dei Pinots. Il Pinot nero quindi, a contatto con queste varietà, ha dato origine allo Chardonnay e con lui altri quindici vitigni della regione borgognona tra quali i Gamays. Tracce genetiche di Pinot nero sono peraltro riscontrabili anche nel Lagrein, nel Teroldego, pure in vitigni d’uva a bacca bianca come la Ribolla.

 

Pinot nero che tra le Dolomiti è riuscito a diventare il vitigno dell’assoluto. Specialmente in Alto Adige. Dove una schiera di viticoltori, cantinieri e visionari enologi l’hanno trasformato in un vino memorabile. Tra questi pionieri del Pinonero, un ruolo decisivo l’ha avuto l’indimenticabile Giorgio Grai, bolzanino, figura eccelsa nel panorama del buon bere.

 

Lui cercava l’essenza, l’anima di un nettare. Lo faceva senza alcuna concessione alla banalità, giudicando con micidiale precisione quanto stava annusando – sì, proprio così – ancor prima di portare il vino al palato. 

 

Così a quasi 6 anni dalla sua scomparsa tornano d’attualità alcune chicche vinificate rispettando rigorosamente i canoni "graiani". Merito di un team di enologi e amici del mitico selezionatore bolzanino.

 

In previsione dell’imminente Vinitaly ecco una vera eno-leccornia: un Alto Adige Pinot nero 2022, con Giorgio Grai in etichetta.

 

Vino rosso intenso, rubro nel riflesso granato, garbato ma subitaneo nel rilanciare al naso la sensualità classica di questa tipologia di vino, richiami al ribes e l’intrigante sfumatura del pepe, la grinta della grafite. Che in bocca stimolano la ghiottoneria del sorso, carezzevole nella sua finissima possanza gustativa. Con l’altrettanta integrata freschezza tipica del grande vino dolomitico, pronto a sfidare stagionature, contando solo sulla sua essenziale struttura.

 

Da cercare sulle piattaforme digitali proposte da Felsen, spumante Trento Doc, con la "verticalità immortale delle rocce dolomitiche" proprio come i vini di Giorgio Grai.

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