Nei giorni di Pasqua è il vino per antonomasia, il Vino Santo Trentino Doc potrebbe essere iconico ma è ancora incompreso tra giacenze e bottiglie che restano in esposizione

Cercherò di stuzzicare curiosità e piacevolezze. Lasciando sempre spazio nel bicchiere alla fantasia
In questi giorni di Pasqua è il vino per antonomasia. Prezioso, in tutti i sensi. Al punto da essere assurdamente incompreso. Lo è pure tra gli stessi operatori economici - turismo compreso - della valle dove nasce il Vino Santo Trentino Doc, la zona incastonata tra il Brenta, il lago di Garda e il versante solatio del monte Bondone. Raro e custodito con gelosia, da 6 lacustri vignaioli dolomitici, con una parsimonia incondizionata. Non è stato servito neppure agli spettatori della recente scenografica ‘spremitura’ delle uve Nosiola del ‘24 lasciate appassire sulle ‘arele’ fino ai primi d’aprile. Difesa dell’intrinseco valore o strategia comunicativa? Con una capziosa altra domanda: il pubblico (compreso quello che assisteva la torchiatura) capisce la rarità di questo nettare che viene proposto a quasi 40 euro la piccola bottiglia, prezzo impegnativo, ma decisamente molto inferiore alla reale ‘santità’ del vino?
Vanta sperticati elogi, è al centro di roboanti degustazioni, ma purtroppo le bottiglie con questo prezioso passito…spesso rimangono in esposizione. Stappate solo da quanti (pochi) hanno la passione dei passiti. E questo non è assolutamente giusto. Non rende onore a quanti caparbiamente lo producono rispettando una tradizione secolare, gestualità contadina, un rito per un mito enologico che ha bisogno di una rivisitazione. Non serve santificarlo: bisogna berlo.
Le cantine della vallata hanno giacenze importanti, con vinificazioni memorabili, annate storiche, incredibilmente vitali, vibranti, oro liquido suadente. Vino pronto a sfidare qualsiasi confronto, ma l’iter non decolla.
Gli uffici della Provincia lo incensano, ma poi mormorano. L’analisi si ferma al prezzo di vendita, non potenzia la particolarità del prodotto, la sua indole rurale che lo eleva ad essere - data l’aureola -‘un sorso divino’. E’ piuttosto la dimostrazione di come anche il Vino Santo subisca le discrepanze gestionali del settore enologico trentino. Sterili, sopiti contrasti tra vignaioli veraci e coltivatori che conferiscono le uve Nosiola alla stanziale Cantina sociale, già impegnata - nel 1965 - a ‘sdoganare’ sul mercato questa tipologia decisamente ‘toblinera’.
D’accordo, i vini dolci sono generalmente in sofferenza, dei rossi meglio rinviare la discussione a Natale, ma non per questo bisogna relegare il Vino Santo a icona trentina irraggiungibile. Tanti i condizionamenti.
Come la rincorsa all’apoteosi dello spumante classico a scapito di vini decisamente ‘nostrani’, autenticamente ‘di territorio’, ma drammaticamente relegati nella marginalità. Citati solo quanto i dirigenti del comparto vitivinicolo vogliono stupire la platea, vantando storie rivolte solo al recupero del passato. Senza puntare al domani.
Poche pure le tutele del disciplinare di produzione. Bocciata a suo tempo l’attuazione della Docg, col rafforzativo ‘Arèle’ a garanzia della consueta Trentino Doc. E pensare che tutto era stato perfettamente definito, con il placet ministeriale. E’ mancato l’entusiasmo di alcune aziende, in contrasto con la cooperazione e con progetti lungimiranti verso l’export. Così tutto s’è fermato e questa tipologia vinaria deve ‘votarsi al santo’ ogni anno, la vigilia di Pasqua.
Mantiene comunque il suo indiscutibile fascino. E’ il vino della rinascita, che supera la stagionalità e si trasforma in qualcosa di magico, decisamente esclusivo. Libera il sogno, rilancia la passione. Intesa come coinvolgimento sensoriale. Unico e pure bino. Due modi, due stili diversi di vinificazione, medesimo il vitigno: Nosiola. Precisa e determinante la zona d’elezione: in Valle dei Laghi, prevalentemente nel Comune di Madruzzo.
Nosiola e la sua duplice elaborazione: immediato, fragrante e di semplice beva se consumato dopo poche stagioni dalla vendemmia. Decisamente più autorevole, suadente, pastoso, passionale, longevo e pure...santo se frutto di una tecnica enologica che sfrutta la lentezza, l’appassimento delle uve, l’affinamento del vino in botti.
Vino che custodisce il rito di vendemmie lontane, vino che soddisfa la bramosia, che trasforma tante fatiche viticole e tecniche di cantina in meritati piaceri. Intimi, poiché riservati, gelosi – o meglio: golosamente – cercati. Fatiche e speranze. Pochi altri vini hanno radici così profonde nell’esperienza viticola del Trentino.
Contrapposizioni, sfide, piacevolezze. Scandiscono i ritmi rurali, i cicli della vite sincronizzati quasi con quelli della vita. Un vino dolce che ha la sua forza nell’acidità. Equilibrio, suadente, possente, gentilezza, vigoria, setosità. Mai monocorde. E’ il passito che ricorda il sapore dell’uva appena raccolta e immediatamente rilancia altri sentori, stimola sensazioni gustative che richiamano alla mente saperi dimenticati, custoditi, sedimentati in una memoria enoica di una minuscola comunità di vignaioli. Saperi che possono essere tramandati, scoperti e rilanciati proprio grazie all’assaggio.
Dolce per antonomasia, e dunque indiscutibilmente buono. Del resto ha dalla sua parte anche il rafforzativo ‘santo’. Che non è una definizione di poco conto. D’accordo, probabilmente è ‘santo’ perché le uve che lo generano sono pigiate la settimana santa, poche ore prima della Pasqua.
Scaturisce non solo dal sole che bacia i grappoli in autunno, ma soprattutto grazie al vento, l’aria - l’Ora, la brezza aurea che spira dal Garda - e il microclima della ‘Val del vent’. Proprio così: è il clima che consente o no l’appassimento delle uve per vini dolci. Quelle che subito dopo la vendemmia devono concentrare gli zuccheri nei chicchi, trasformando lentamente gli acini, brutti da vedere, ma pregni di carattere, di sostanze indispensabili per poter far nascere il ‘passito dei passiti’, appunto il Vino Santo trentino.












