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Alessandro Preziosi è Van Gogh tra creatività e pazzia ne ''L’odore assordante del bianco''

Il grande attore italiano (forse un po' troppo curato nel costume di scena, anzitutto per taglio dei capelli), si trasforma in uno straordinario artista, rinnegato in vita, incompreso, goffo, trascurato, con un’umanità incredibile
Dal blog di Alda Baglioni - 09 febbraio 2019 - 19:58

Genio e sregolatezza. Il mito di Van Gogh colpisce ancora. Alessandro Preziosi, al Teatro Sociale di Trento, in questo fine settimana, presenta “Vincent van Gogh. L’odore assordante del bianco”, regia di Alessandro Maggi. La pièce nasce dalle mani di Stefano Massini, famoso autore teatrale che riceve nel 2005 il Premio Pier Vittorio Tondelli - Riccione Teatro.

 

Preziosi, interprete poliedrico, napoletano di nascita, si destreggia con grande abilità in generi differenti, nell’ultima apparizione televisiva “I Medici”, era Filippo Brunelleschi. Dall’architettura alla pittura. Arte a tutto tondo. Nel cinema, di recente, Willem Dafoe riceve la Coppa Volpi a Venezia 2017, con “Sulla soglia dell’eternità” dell’artista regista Julian Schnabel. Il film conquista il botteghino superando un milione di incassi in Italia. Schnabel fa partire la storia di Van Gogh dal 1888 nel periodo di Arles fino alla sua morte, 1890.

 

Dal video, al palcoscenico. Un’interpretazione intensa, dove l’ansia di vivere dell’artista si calma solo con in mano un pennello. Ora si vuole restringere ulteriormente il periodo da interpretare, all’anno 1889. Il pittore è nel manicomio di Saint Paul de Manson e “L’odore assordante del bianco” è una sinestesia tripla. Il colore bianco che Vincent ha intorno, in quella stanza monotona con pareti che rimbalzano i sordi rumori dei passi e delle voci degli internati, rivela il dubbio esistenziale. Solo una piantina in fiore è lì sul pavimento per rappresentare la speranza ed il profumo della vita.

 

Il finale, molto d’effetto, illumina l’incubo che opprime la mente dell’artista. Azione teatrale intrigante, con una certa suspence, per un dialogo che non ammette pause, calzante quanto coinvolgente. Per squarciare certe false convinzioni, per riflettere sul concetto di creatività e giusta istrioneria. Preziosi (forse un po' troppo curato nel costume di scena, anzitutto per taglio dei capelli), si trasforma in uno straordinario artista, rinnegato in vita, incompreso, goffo, trascurato, con un’umanità incredibile.

 

Si vuole mostrare Vincent con le idee di Antonin Artaud, il grande drammaturgo dell’’assurdo francese’. Anch’egli ha vissuto lo stesso isolamento ed ha scritto ”Van Gogh- il suicidato della società”. Nella pièce Theo (l’attore Massimo Nicolini) entra in conflitto (immaginario) con il fratello Vincent. L’artista dalle pennellate “come inchiodate”, si fa sentire anche dai due psichiatri i quali, in modo differente, con un po' d’invidia, lo curano. “Il malato mentale a noi spaventa” dice Preziosi al Foyer della Prosa, incontro coordinato da Denis Viva.

 

Lo spettacolo è anche una critica ai metodi adottati per sedare i pazienti che ci portano a pensare ai nostri giorni, alla legge Basaglia che ha chiuso giustamente i manicomi, ai problemi che un malato psichiatrico dà alla famiglia, se non è aiutato in modo adeguato. L’arte anticipa i tempi ed ora Van Gogh, ridicolizzato e straziato all’epoca, esprime la sofferenza dell’uomo contemporaneo. Prossimo appuntamento del calendario con la Grande Prosa: “Dieci piccoli indiani...e non rimase nessuno!” dal 21 al 24 febbraio, al Teatro Sociale di Trento.

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