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''I nomi delle vittime della dittatura sono scolpiti nei sassi'', il Trento Film Festival mette in scena i filmati degli anni settanta e la gente imprigionata nello stadio di Santiago in Cile

Un altro documentario presentato nella sezione Orizzonti vicini “Oro rosso” (“Oro rosso” era anche il titolo di un film di Jafar Panahi scritto da Abbas Kiarostami, ma si parlava di gioielli) della regista Katia Bernardi indaga in un luogo che ci parla del passato
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Di Alda Baglioni - 30 agosto 2020

Insegna arte al Bonporti con chaplin nel cuore

Parlare della Cordigliera non era rivoluzionario, ora mi intriga per comprendere il Cile di oggi”. E’ il regista Patricio Guzman, la voce fuori campo del suo documentario “La Cordillera de los suenos-La Cordigliera dei miei sogni”, in concorso al Trento Film Festival, presentato a Cannes nella sezione miglior documentario.

 

La montagna racconta. Il regista esplora “le Ande che conservano le leggi della poesia” come dice uno scultore intervistato. Le nuvole, come pennellate, dialogano con le rughe delle rocce.

 

Le rughe del tempo, Santiago, città in cui Guzman è nato nel 1941 e che ha dovuto lasciare per i drammatici eventi politici, colpo di stato di Pinochet, Salvador Allende estromesso. Anche Guzman è stato arrestato. Ora vive in Francia.

 

Nel documentario vengono intervistati intellettuali cileni che non hanno lasciato la loro terra. Come Pablo Salas, videomaker, che per decenni ha filmato gli eventi politici della sua terra. Lui, nel suo studio immerso nelle bobine e cassette, è la memoria storica del Cile.

 

I filmati degli anni settanta, la gente imprigionata nello stadio di Santiago per giorni, manifestazioni pacifiche tormentate dagli idranti della polizia, arresti, gente che scomparirà. “I nomi delle vittime della dittatura sono scolpiti nei sassi”. Il regista entra negli uffici deserti di Pinochet, dove l’11 settembre 1973 sembra risuonare nei muri.

 

Treni “invisibili” si muovono in un immenso territorio ricco di rame. Villaggi invisibili appartengono ad un passato da dimenticare. Come la casa in cui il regista ha vissuto l’infanzia, stranamente ancora lì diroccata, fra gli svettanti grattacieli e frequentata solo da immondizie.

Il Cile recuperi l’infanzia e l’allegria” ma è solo la voce finale dell’utopia fuori campo? Un altro documentario presentato nella sezione Orizzonti vicini “Oro rosso” (“Oro rosso” era anche il titolo di un film di Jafar Panahi scritto da Abbas Kiarostami, ma si parlava di gioielli) della regista Katia Bernardi indaga in un luogo che ci parla del passato.

 

Albiano, valle di Cembra, dove la pietra ha modificato un territorio e le cave hanno stravolto una valle. Edj Ravanelli un artigiano del luogo ci conduce tra le cave. “L’uomo ha la forza di cambiare le cose”. Lo dice l’artista Annamaria Gelmi, protagonista del documentario, ma questi cambiamenti sono sempre rispettosi della natura? L’artista ha ideato una scultura all’ingresso del paese, un lavoro che ci mostra una piramide tagliata in sezioni di porfido. Il tutto è sostenuto da un basamento rosso porpora (non a caso) in cemento che ci permette di attraversare l’opera.

 

L’artista ci mostra il suo atelier, gli attrezzi del suo lavoro. Niente computer, la mano, la matita e la riga sono i suoi strumenti che sostengono le sue chiare idee. Andare in cava a scegliere i pezzi, vederli vivere nel suo progetto con l’aiuto del personale della cava e dell’architetto Filippi, hanno permesso all’artista di realizzare un suo sogno: saper controllare la materia.

 

Quanti sogni sono stati realizzati in tutto il mondo, con l’utilizzo dell’oro rosso da Tolosa a Francoforte, a New York e Los Angeles fino in Australia. Quante storie viste nei filmati d’epoca. “Lavoro dalle cinque del mattino alle sette di sera”. dirà in un’intervista un operaio della cava, negli anni trenta. Si racconta la montagna, i suoi cambiamenti, i suoi turbamenti mentre la banda suona e passa per unire i due documentari in una melodia di ritmi sempre uguali nel tempo.

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