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| 24 luglio | 16:58

Iran, non solo Hormuz: la minaccia degli Houthi nel Mar Rosso, il petrolio saudita e lo scontro interno a Teheran. L'analisi: "Attacchi Usa preludio di un'azione di terra?"

L'analisi di Luigi Toninelli (Ispi): "In Iran si sta consumando una battaglia interna tra chi vuole continuare sulla via diplomatica e i massimalisti. Gli attacchi Usa? Per alcuni analisti potrebbero essere il preludio di un'operazione più vasta, anche via terra"

TRENTO. Da Hormuz a Bab el Mandeb, dal Golfo Persico al Mar Rosso. Nel pieno dell'escalation militare che ha riacceso la guerra tra Stati Uniti e Iran in Medio Oriente, negli scorsi giorni gli Houthi – una milizia sciita alleata con Teheran e attiva nella porzione occidentale dello Yemen, proprio a ridosso dello stretto che separa la penisola arabica dal Corno d'Africa – hanno annunciato un blocco per le navi saudite che vogliono attraversare Bab el Mandeb, impedendo quindi l'accesso all'Oceano Indiano e al mercato asiatico per il petrolio saudita.

 

Si tratta di una svolta non di poco conto, visto che dopo la crisi innescata nel Golfo persico dalle incertezze legate allo stretto di Hormuz, Ryad aveva dirottato milioni di barili di petrolio verso il Mar Rosso – nella città portuale di Yanbu – la maggior parte dei quali destinata proprio ai Paesi asiatici. Un blocco delle forniture saudite potrebbe togliere dal mercato circa il 4% delle forniture di petrolio a livello globale, aggravando le tensioni sul fronte energetico innescate dall'attacco israelo-statunitense all'Iran del febbraio scorso.

 

Ed è proprio la situazione in Iran – dove da ormai più di dieci giorni sono ripresi gli attacchi aerei degli Stati Uniti e le risposte di Teheran, che stanno prendendo di mira in questa fase in particolare la Giordania con l'uccisione di due militari Usa – a costituire il quadro entro cui inserire l'ennesimo sviluppo sul fronte della crisi in Medio Oriente. Come interpretare, quindi, l'annuncio degli Houthi? Qual è la strategia americana nel riprendere gli attacchi? E quale, ad oggi, la situazione interna in Iran? Per rispondere a queste domande il Dolomiti ha contattato Luigi Toninelli, ricercatore Ispi specializzato proprio nel contesto iraniano.

 

“Innanzitutto – spiega – la ripresa degli attacchi Usa rappresenta un elemento che non sorprende di fronte al fragile cessate il fuoco raggiunto con il memorandum d'intesa tra Washington e Teheran. Le questioni dirimenti tra le parti, il nucleare e la gestione dello stretto di Hormuz, non erano state affrontate in maniera soddisfacente, aprendo inevitabilmente a un futuro incrinarsi dell'accordo”. D'altronde, aggiunge l'esperto, su entrambi i fronti l'amministrazione americana si ritrova a dover gestire una situazione ben peggiore di quella precedente l'inizio della guerra.

 

“Per Washington oggi – continua Toninelli – il ritorno a un accordo sul nucleare sul modello di quello siglato nel 2015 dal presidente Obama rappresenterebbe chiaramente la soluzione migliore. Per quanto riguarda Hormuz, le autorità iraniane sembrano intenzionate a voler sancire de iure e de facto il totale controllo dello stretto, anche attraverso il pagamento di un obolo per la manutenzione e il monitoraggio del passaggio marittimo. E Trump non può politicamente permettersi di presentare alla base Maga, da sempre contraria all'intervento in Iran, una conclusione del conflitto peggiorativa rispetto alla situazione precedente. Allo stesso modo, il presidente non può accontentarsi di un accordo sul modello del Jcpoa davanti ai 'falchi' neo-con che invece la guerra l'hanno voluta e sostenuta, chiedendo apertamente un regime change in Iran”.

 

In altre parole, Trump oggi non può accettare ciò che Teheran vuole di più: che la Repubblica islamica controlli lo stretto. “Le autorità iraniane si sono rese conto che Hormuz rappresenta la loro arma migliore. Qualcuno ha addirittura parlato dello stretto paragonandolo all'arma atomica. Personalmente credo che il paragone sia esagerato (la fragilità dello stretto è condivisa da altri attori della regione, dall'Oman ai Paesi del Golfo) ma è chiaro che Teheran ha individuato nella stretta che può operare sui mercati occidentali l'arma più importante per la sua strategia”.

 

E proprio qui si inserisce la questione di Bab El Mandeb: “Dopo il 7 ottobre e la risposta militare di Israele a Gaza – spiega ancora l'esperto Ispi – gli Houthi avevano bloccato il transito delle navi attraverso lo stretto, facendo crescere rapidamente i costi e i tempi di trasporto e causando, a catena, generalizzati aumenti dei prezzi. Nel 2025 gli Houthi raggiunsero un cessate al fuoco con gli Stati Uniti, che in questo modo ne riconobbero di fatto il ruolo di interlocutore. Rispetto ad Hamas ed Hezbollah, entrambe colpite duramente da Israele, la milizia yemenita si è dimostrata l'attore più forte su scala regionale per Teheran, rappresentandone oggi il vero cardine a livello strategico”.

 

Allo stesso modo però, gli Houthi sono stati storicamente il gruppo affiliato alla Repubblica Islamica che ha mantenuto maggiormente la propria autonomia: “Le autorità iraniane – continua Toninelli – hanno fornito loro armi, droni e missili, oltre a finanziamenti, per rappresentare una spina nel fianco all'Arabia Saudita. Ma a livello operativo il gruppo è indipendente. Con l'annuncio degli scorsi giorni, gli Houthi hanno rotto una fase di tregua in vigore con Ryad da quattro anni: il punto di domanda è se il gruppo riuscirà effettivamente a bloccare i traffici attraverso lo stretto, ma il rischio di escalation oggi è evidente”.

 

Per colpire i traffici sauditi, i miliziani hanno però un'altra opzione rispetto al blocco dello stretto: attaccare direttamente l'hub di Yanbu, dove è stato dirottato molto del petrolio saudita dopo l'inizio della crisi ad Hormuz. “Sappiamo che la portata delle armi in mano agli Houthi è sufficiente per arrivare a colpire i terminal del porto. Questo rende la minaccia ancora più credibile. Da un punto di vista tattico, in questa fase possiamo certamente individuare un interessa da parte iraniana, che con il blocco di Bab El Mandeb alzerebbe la pressione sui due choke-point più importanti nella regione. Allo stesso tempo però possiamo interpretare la decisione degli Houthi con riguardo alla situazione interna del gruppo, la cui leadership è stata attaccata negli scorsi giorni dalle forze saudite all'aeroporto di Sana'a di ritorno dal funerale della Guida suprema Alì Khamenei. La fine della tregua tra i miliziani e Ryad potrebbe essere un mossa politica per la leadership degli Houthi, che si legittima nei momenti di guerra, nascondendo invece le evidenti difficoltà sul fronte della gestione amministrativa dei territori che controlla”.

 

A rendere più complicata la lettura della situazione è la grande confusione che si registra nella stessa Repubblica Islamica: “Innanzitutto – spiega Toninelli – non si sa che fine abbia fatto la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, mai apparso in pubblico. Le ipotesi sono due: una grave menomazione seguita agli attacchi israelo-americani o la volontà di nasconderlo, per evitare che la fitta rete di spie israeliane nel Paese possa ricostruirne i movimenti. Tel Aviv ha accesso alle sfere più alte della politica iraniana e agli apparati di sicurezza, sia con asset sul terreno sia attraverso l'accesso, per esempio, alle reti di videosorveglianza. E questa capacità pervasiva è fortemente temuta da Teheran”.

 

A livello politico, continua il ricercatore, nel Paese oggi si registra un'importante divisione tra i favorevoli a un accordo negoziale con gli Stati Uniti e i contrari: “Si sta consumando una battaglia interna alle autorità iraniane. Da una parte c'è chi, come il ministro degli esteri Araghchi, considera il campo di battaglia come uno strumento nel contesto di un processo negoziale. Dall'altra invece, in particolare tra i leader dei Guardiani della rivoluzione, il processo diplomatico è visto come uno strumento subordinato alla guerra”. Una visione massimalista che s'inserisce nelle già citate fragilità dell'accordo raggiunto con il memorandum tra Washington e Teheran, la cui dissoluzione ha favorito politicamente i critici dell'approccio diplomatico.

 

“Sul fronte interno – spiega Toninelli – le proteste che hanno scosso il Paese nei mesi precedenti l'attacco americano sono sostanzialmente rientrate di fronte al perdurare della guerra e alle misure di repressione del regime. Probabilmente non si conoscerà mai il numero esatto, ma una stima realistica delle vittime della brutale repressione delle autorità iraniane si aggira tra le 20mila e le 30mila. La guerra però ha posto fine a ogni tentativo di ribellione interna e protesta, mentre l'azione del regime si è concentrata in particolare contro la minoranza curda, la più organizzata durante le proteste degli ultimi mesi e osservata speciale di fronte al paventato rischio di una possibile invasione dal Kurdistan iracheno. Questo non vuol dire che il dissenso interno sia venuto a scemare o che non esista più, anzi. È altamente probabile che in futuro si riaccenderanno nuove ondate di proteste se non ci saranno cambiamenti drastici a livello politico ed economico”.

 

“Nel frattempo però – conclude il ricercatore – gli attacchi degli Stati Uniti proseguono in questa fase contro infrastrutture civili, energetiche e militari in particolare lungo la costa sud-occidentale, che da Hormuz risale verso l'entroterra iraniano. Per alcuni analisti, è possibile che la campagna di attacchi aerei rappresenti il preludio di un'operazione di più larga scala, che preveda anche l'utilizzo di truppe di terra da parte statunitense e che vada oltre il tentativo di prendere il controllo di alcune isole al largo della costa iraniana, spingendosi verso un ingresso di forze americane nelle zone costiere dell'Iran continentale”.

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