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''Tra paesaggi mozzafiato ci sono dei conflitti che non emergono mai, il tasso dei suicidi è forse il più alto d’Italia'', la regista trentina Cecilia Bozza Wolf racconta ''Rispet''

Cecilia è nata a Castelnuovo in Valsugana e la vita di paese la conosce bene. Tra vigneti e campagne, con la troupe, da un paio di settimane è andata in val di Cembra, tra Cembra, Segonzano, Altavalle, Lisignago, per realizzare il suo primo lungometraggio. Aveva esordito con “Vergot”, un documentario, e subito si è fatta conoscere, conquistando ambiti premi
DAL BLOG
Di Alda Baglioni - 05 aprile 2021

Insegna arte al Bonporti con chaplin nel cuore

Tutto il mondo è paese. La giovane regista Cecilia Bozza Wolf, figlia d’arte (il padre Gianluigi Bozza è critico cinematografico) il cinema lo vuole fare in prima persona. Non a caso lei imbraccia pure la videocamera, come responsabile delle riprese.

 

Cecilia è nata a Castelnuovo in Valsugana e la vita di paese la conosce bene. Tra vigneti e campagne, con la troupe, da un paio di settimane è andata in val di Cembra, tra Cembra, Segonzano, Altavalle, Lisignago, per realizzare il suo primo lungometraggio.

 

Aveva esordito con “Vergot”, un documentario, e subito si è fatta conoscere, conquistando ambiti premi. Un filo conduttore unisce i due lavori a partire dal dialetto, il numero delle lettere, i luoghi, le tematiche. “Rispet” è la storia di un ragazzo che si sente diverso e così viene trattato dalla comunità del paese.

 

Nicola, il protagonista, viene soprannominato “Corvaz”- corvaccio. Lui ha vissuto una tragedia familiare che lo ha indebolito, rendendolo passivo con gli altri, in nome del rispetto, inteso come paura. Qualcosa però lo sbloccherà. Abbiamo scambiato con la regista alcune domande per saperne di più.

 

Vergot” e “Rispetil dialetto è per te importante?

Il dialetto è fondamentale per me. In “Vergot”, era un documentario quindi dovevano parlare il loro linguaggio. In “Rispet” il cast è formato da attori non professionisti, tutti trentini e molti della val di Cembra, altri no, non è possibile farli parlare in un altro modo. Ognuno parla il proprio dialetto. Questo è un film di finzione ma rispetta il linguaggio della vita di tutti i giorni.

 

Tra documentario e fiction, una cruda storia di paese, si mettono in luce o si indaga tra i conflitti?

Le due cose sono un po’ la stessa cosa, è un film di finzione. C’è una sceneggiatura, una troupe, le scene girate più volte. Da quattro anni abbiamo indagato tra i conflitti ed abbiamo impostato un’idea di racconto. Con il co-sceneggiatore ho impostato delle idee di racconto.

 

Poi si sono cercati i personaggi come la barista che è stata per anni al banco del bar di Cembra. Lei si è ritrovata proprio nella sua storia. Tutto è casuale ma non troppo.

 

Il libro dell’antropologo Christian Arnoldi -Tristi montagne, guida ai malesseri alpini- è stata un’illuminazione per me e mi ha portato ad indagare, come con “Vergot” , sulle comunità alpine. Dal soggetto alla sceneggiatura c’è stato un lavoro di partecipazione collettiva con gli attori.

 

Nell’immaginario collettivo i luoghi di montagna sono visti come : Heidi, che bello sui monti le caprette ti fanno ciao..  Io suonavo con un gruppo punk con cui ho scritto una canzoncina “Chi ha ucciso Heidi”. La realtà è diversa, la realtà sono incidenti in moto, suicidi ed alcolismo.

 

Gli attori non sono professionisti, tu fai un percorso con loro?

Io vivo da due anni a Cembra ma ci lavoro già dal 2011, ho creato con gli attori scelti un forte legame di amicizia, le scene le costruiamo assieme, ci possono essere delle modifiche concordate con loro. L’idea è che il personaggio sia cucito addosso, che loro se lo sentano. Ognuno reagisce in modo diverso. C’è chi ha un controllo sul personaggio e chi tutte le volte se lo vive davvero il suo personaggio, a volte in modo drammatico.

 

La colonna sonora è rilevante?

Usiamo la musica di sottofondo, colonna sonora diegetica, privilegiamo gruppi locali, qui c’è un potentissimo movimento metal, ma la musica non deve essere invasiva. Comunque è una storia che parla disagi, con momenti anche divertenti, una sorta di “canederli western”, c’è anche un po’ di Pop.”

I registi di riferimento di Cecilia sono i fratelli Dardenne: la musica quasi inesistente, basso costo di produzione, attori non professionisti, crudo realismo della narrazione, coinvolgimento dello spettatore raggiunto con l’uso della steadycam per le riprese.

 

Cosa vorresti trasmettere, nel film c’è un messaggio etico?

Non voglio puntare il dito sui paesi di montagna. Io voglio raccontare perché amo il mio territorio e lo conosco. Tra i paesaggi mozzafiato ci sono dei conflitti che non emergono mai, il tasso dei suicidi per esempio è forse il più alto d’Italia. Ci sono dei disagi potenti. Solo aprendo il libro di Arnoldi ci si rende conto. Perché le cose brutte si nascondono per rispetto di qualcuno. Forse questa gente ha bisogno di aiuto. Forse bisognerebbe parlarne, perché averne rispetto?

 

Il tuo film vuole ottenere la certificazione GreenFilm per l’attenzione alla sostenibilità ambientale, ce lo spieghi in che modo?

Noi non usiamo la plastica, non ci sono generatori, nel catering ogni confezione è biodegradabile.

 

Come si gira in un periodo di pandemia, per esempio le scene notturne ora che si deve rientrare alle ventidue?

Un’emozione stranissima. Nelle cave di porfido abbandonate ci siamo ritrovati ad assaporare la notte. Ci sei solo tu. Nessuno in giro. Per noi è meglio. Siamo in pochi. Certi sono gli amici ex compagni della scuola Zelig di Bolzano legati al mio periodo universitario. Altri trentini, la direttrice della fotografia Michela Tomasi, come Daniela Campiello la scenografa. L’attenzione comunque è alta, nessuno vuole mettere in pericolo l’altro, c’è la costante tensione e paura per il tampone, con il rischio di bloccare tutto.

 

Come e quando si potrà vedere il film?

Probabilmente nel 2022, deciderà la produzione Stefilm Internazionale, Stefano Tealdi in particolare, uno dei più grandi produttori di documentari, docente alla Zelig ed alla Trentino film Commission, che non aveva mai fatto un film di finzione.

 

In chiusura, il cinema non si è fermato, cosa pensi dell’eterna chiusura dei teatri e dei cinematografi?

Devo dirlo con parole eleganti? Penso che sia una follia assoluta. Si al supermercato dove sono tutti ammassati e no a teatro o al cinema? Andare al cinema è anche un antidepressivo. Non riesco a capacitarmi su dove sia il problema. Facciamo lavorare chi si occupa di cultura che è un bene primario.

La troupe girerà fino al 24 aprile.

 

“Rispet” è scritto da Raffaele Pizzatti Sertorelli e Cecilia Bozza Wolf, montaggio Pierpaolo Filomeno, è realizzato con la collaborazione della Trentino Film Commission, partecipazione della Provincia di Bolzano e della Bls, sostegno Direzione generale cinema audiovisivo, sostegno Film Commission Torino, Piemonte, Film Tv Development Found, Rai Cinema e Montura. Ci auguriamo che questo film possa essere visto in sala.

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