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Il buon pastore dà la propria vita per le pecore

Il “buon pastore” è colui che è disposto a de-porre (letteralmente) la propria vita per il suo gregge. Per il buon pastore la vita delle pecore è più importante della sua stessa vita
Dal blog di Alessandro Anderle - 21 aprile 2018 - 20:14

Gv 10,11-18 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

In questo celebre brano tratto dal vangelo secondo Giovanni, Gesù si proclama il “buon pastore”. Come è noto, la figura del pastore è un tema molto ricorrente nella scrittura biblica, già a partire dall'Antico Testamento – per questo viene utilizzata da Gesù stesso.

 

Il “buon pastore” è colui che è disposto a de-porre (letteralmente) la propria vita per il suo gregge. Per il buon pastore la vita delle pecore è più importante della sua stessa vita. Perché? Perché il pastore buono è colui che conosce le sue pecore, che si preoccupa per loro, che sa chiamarle una ad una e che è disposto a rischiare di perdere l'intero gregge, piuttosto che una sola di esse si smarrisca.

 

Il pastore che si occupa delle pecore solamente per il guadagno, per il proprio tornaconto personale – anche solamente di carattere “egoico” -, non è realmente interessato alle pecore: esse sono solamente un mezzo per raggiungere i propri fini. Il mercenario non ha dubbi e, davanti al pericolo, fugge per mettere in salvo se stesso, abbandonando il gregge, lasciando che le pecore si dis-perdano, inghiottite dalla notte.

 

Giovanni ambienta questo racconto a Gerusalemme e gli interlocutori a cui Gesù sta parlando sono, ovviamente, giudei. Per questo dice loro che le sue pecore non provengono solamente da quel recinto, dal “recinto ebraico”, ma esse verranno anche dal “recinto pagano”.

 

Queste parole di Cristo rappresento uno dei migliori antidoti alla chiusura su se stessi dei vari raggruppamenti, comunità o istituzioni cristiane. In prima battuta le parole di Gesù dicono che le pecore sono sue, e solamente sue – mentre la storia della cristianità racconta qualcosa di diverso. In seconda battuta queste parole dicono a tutti i fedeli che la Parola di Verità di Gesù è per tutti, e nessun gruppo può anche solo pensare di essere il primo, di essere meglio degli altri – con buona pace dei “puristi” e nostalgici del colonialismo europeo.

 

Con gli ultimi versetti di questa pericope Giovanni apre uno spiraglio nella Trinità, mostrando il rapporto che vige fra il Padre e il Figlio – rapporto costitutivo, dialettica strutturale. A differenza dei primi tre vangeli, dove Gesù ripete più volte di compiere la volontà del Padre, qui l'evangelista mostra la libera volontà di Gesù, il Figlio, nei confronti del Padre.

 

Nessuno gli toglie la vita, ma è lui che, liberamente, decide di de-porla. Giovanni, qui, ci mostra la profondità di questo mistero cristiano: il mistero del Figlio che è tutt'uno con il Padre, il mistero del Figlio che si spoglia della sua “pienezza” per sperimentare la vita e la morte, l'incarnazione e la croce. Dopo questo evento, che non esaurisce né risolve il mistero, il mondo muterà, e la Trinità con esso.

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