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La Trinità, l'amore e le verità ancora da rivelare, ma i discepoli non sono pronti a portarne il peso

La domenica dopo la Pentecoste, la Chiesa celebra la cosiddetta “Trinità” - l'essere Uno delle tre persone divine. Non si tratta del memoriale di un evento direttamente conducibile alla vita di Gesù – nel testo biblico mai compare la parola “trinità” -, ma di una formula dogmatica derivante da due concilii fondamentali per il cristianesimo
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Di Alessandro Anderle - 15 giugno 2019

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Gv 16,12-15 [In quel tempo], disse Gesù ai suoi discepoli: "Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà".

 

La domenica dopo la Pentecoste, la Chiesa celebra la cosiddetta “Trinità” - l'essere Uno delle tre persone divine. Non si tratta del memoriale di un evento direttamente conducibile alla vita di Gesù – nel testo biblico mai compare la parola “trinità” -, ma di una formula dogmatica derivante da due concilii fondamentali per il cristianesimo: Nicea (325) e Costantinopoli I (381). I Padri, ed in particolare Tertulliano, desumono dalla Bibbia che in Dio vi sono tre persone distinte (Padre, Figlio e Spirito), ma unite nella stessa sostanza – per la teologia contemporanea questa sostanza è una relazione ben definita: l'amore.

 

Tornando più propriamente al testo (nel quale, appunto, la parola trinità non viene pronunciata da Gesù) si leggono le parole del Risorto. La prima notazione importante viene proprio dal primo versetto: Gesù avrebbe ancora molte cose da dire, molte verità da rivelare, ma decide di non farlo perché i suoi discepoli non sono ancora pronti a portarne il peso. E può farlo perché la venuta dello Spirito di Verità renderà piena la rivelazione in chi lo voglia accogliere. Anche la verità ha un tempo per maturare nelle persone, non può essere “imposta” forzosamente. E alla verità bisogna essere pronti, aperti in accoglienza. Nessuno riamane indietro, ma ognuno ha diritto a camminare sul proprio sentiero, verso l'unico orizzonte.

 

La seconda annotazione riguarda la venuta dello Spirito di verità, e di libertà, poiché lo Spirito soffia dove vuole. Nessuno può dire: "io posseggo lo Spirito di verità", nessuna persona, nessuna istituzione, nessuna organizzazione. Lo Spirito è libero, ed in questa libertà deve essere semplicemente accolto, in perdita di volontà a trattenere. Ognuno decide la propria via verso la verità dell'amore, lo Spirito sostiene e apre gli occhi sulle briciole di questa verità che si incontrano giorno dopo giorno.

 

Come si è detto in principio, la parola “trinità” non compare mai nella Bibbia. Da questo brano del vangelo secondo Giovanni, però, qualcosa se ne può dire. Gesù qui infatti afferma che tutto ciò che è del Padre, è anche suo, e che lo Spirito attingerà a quella stessa fonte. Padre, Figlio e Spirito sono in una eterna relazione, vale a dire che Dio stesso è, costitutivamente, relazione.

 

È affascinante rileggere il testo biblico alla luce di questo: un testo che – per la salvezza dell'uomo – indica per lo più delle norme relazionali, date da un Dio relazionale. L'etimologia stessa della parola logos in greco deriva da un verbo che significa “tenere legato”, quindi relazione. Così, il prologo giovanneo, suonerebbe: "In principio era la relazione, e la relazione era presso Dio, e la relazione era Dio".

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