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Poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia

Nella domenica che precede la Pentecoste, la chiesa cattolica riflette sul brano evangelico della cosiddetta ascensione, tratto dal vangelo secondo Luca. Il racconto si colloca fra le apparizioni del Risorto ai suoi discepoli
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 01 giugno 2019

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Lc 24,46-53 [In quel tempo], Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall'alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

 

Nella domenica che precede la Pentecoste, la chiesa cattolica riflette sul brano evangelico della cosiddetta ascensione, tratto dal vangelo secondo Luca. Il racconto si colloca fra le apparizioni del Risorto ai suoi discepoli, dove Gesù affida loro le ultime istruzioni e chiede di avere ancora fiducia in lui.

 

Gesù colloca la sua vita terrena come compimento della Legge di Mosè, dei Profeti e degli Scritti dell'Antico Testamento, affidando a coloro che avranno fiducia in lui l'approfondimento del suo mistero attraverso l'approfondimento delle Scritture. Lo “scopo” è quello di predicare un cambio di vita, cambiamento esistenziale, anche agli altri popoli, affinché la redenzione già avvenuta si incarni in tutta l'umanità. Secondo la tradizione ciò doveva avvenire per forza a partire dalla città santa, la città di Gerusalemme.

 

Ciò di cui deve rendere conto colui che prova fiducia nella rivelazione della Parolamore è la testimonianza. Testimonianza, qui, traduce la parola greca che, letteralmente, significa “martirio”. Testimoniare la verità dell'amore anche a costo della vita, perché colui che vorrà salvare la propria vita non sarà nell'Amore, e la perderà. La testimonianza viene fatta con la propria vita, perché secondo la parola di Gesù ne va della propria vita. Vale a dire che è la vita di ognuno, l'essere che è anche fare, ad assurgere al livello di testimonianza, che significa che se non metto a disposizione la mia vita, non posso essere un testimone credibile, degno di fiducia come lo fu, a suo modo, Gesù stesso.

 

Dopo la morte di croce, prima di entrare definitivamente nella comunione assoluta con il Padre, Gesù benedice chi ebbe fiducia in lui. Dopo essere stato ucciso in maniera ignominiosa, dopo essere stato rifiutato dal mondo – se non fosse per quel sparuto gruppo di discepoli, anziché assecondare la delusione e maledire, Gesù lascia la vita terrena dicendo bene di lei, benedicendo in qualche modo la vita stessa, oltre ai discepoli. Vede nella sconfitta, una parola buona.

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