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Shavu'òt è una parola ebraica, una festività che ringrazia Dio per il dono della Torah. Per noi è la Pentecoste, la festività che ringrazia Dio per il dono dello Spirito Santo

Era una delle feste di pellegrinaggio al tempo di Gesù (per questo i discepoli si trovano nuovamente a Gerusalemme, a Shavu'òt riceveranno lo Spirito Santo, la via di Cristo). Oggi, il popolo ebraico, durante questi giorni (uno a Gerusalemme, due per gli ebrei in diaspora) legge il rotolo di Rut, che nella nostra Bibbia sta fra il libro dei Giudici ed il primo libro di Samuele.
Dal blog di Alessandro Anderle - 03 giugno 2017 - 19:31

Shavu'òt è una parola ebraica che significa, letteralmente, Settimane, e la sua traduzione greca è Pentecosté – cinquanta giorni (dopo Pesach/Pasqua). Il popolo ebraico ha festeggiato la scorsa settimana Shavu'òt, una festività che affonda le proprie origini nella prima mietitura, era la festa delle primizie in un'arcaica civiltà contadina.

 

Da questa tradizione si è sviluppata la celebrazione “moderna” di Shavu'òt, di ringraziamento per il dono della Torah (che è via, insegnamento, non solo “legge”). Sembra interessante notare che il digiuno di Ramadan, per i mussulmani, celebra, santifica e fa memoria della ricezione del Corano.

 

Era una delle feste di pellegrinaggio al tempo di Gesù (per questo i discepoli si trovano nuovamente a Gerusalemme, a Shavu'òt riceveranno lo Spirito Santo, la via di Cristo). Oggi, il popolo ebraico, durante questi giorni (uno a Gerusalemme, due per gli ebrei in diaspora) legge il rotolo di Rut, che nella nostra Bibbia sta fra il libro dei Giudici ed il primo libro di Samuele.

 

Domenica, per i cristiani (ortodossi, cattolici e protestanti) la Pentecoste chiude il Tempo Pasquale.

 

Gv 20,19-23

In quel tempo, 19 la sera del primo giorno della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

 

Prima della lettura dal vangelo secondo Giovanni, nella solennità di Pentecoste viene letto il racconto degli Atti degli Apostoli – scritti da Luca – in cui vi è narrato il dono dello Spirito santo (cf. At 2,1-11). Non sarà sfuggito che abbiamo già commentato precedentemente la conclusione del vangelo giovanneo, ma proviamo a lasciarci nuovamente interrogare dal testo (tornare sempre al testo biblico e “lasciarlo essere”, senza proiettare su di esso ciò che si pensa di sapere già, cercando di interpretarlo esistenzialmente – che non è mera attualizzazione - è antidoto contro ogni forma di fondamentalismo).

 

«Siamo dunque nel primo giorno della settimana, il primo dopo il sabato che era Pasqua in quell’anno, il 7 aprile dell’anno 30: è il giorno della scoperta della tomba vuota, perché Gesù è risorto da morte. I discepoli di Gesù, che erano fuggiti al momento dell’arresto, sono chiusi nella loro casa a Gerusalemme, oppressi dalla paura di essere anche loro accusati, ricercati e imprigionati come il loro rabbi e profeta Gesù. Sì, la comunità di Gesù è questa: uomini e donne fuggiti per paura, paralizzati dalla paura, senza il coraggio che viene dalla convinzione e dalla fiducia, dalla fede in colui che avevano seguito senza capirlo in profondità» (E. Bianchi).

 

La prima parola del Messiah, il primo dono che fa ai discepoli impauriti e quindi rinchiusi in se stessi, sprangati in casa, incapaci di confrontarsi con una realtà che sembrava aver spento le loro speranze, ebbene, il riconoscimento della presenza di Gesù in mezzo a loro passa attraverso la parola Shalom, pace a voi. È il dono di pace, che precede quello dello Spirito, a far ritrovare Gesù ai discepoli, ancor prima delle “prove fisiche”: «”Pace a voi!”. 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore».

 

Gesù, prossimo al ritorno definitivo al Padre, sollecita i discepoli a non aver paura, a proseguire l'annuncio della “buona novella”. Per fare questo, Gesù “soffiò” lo Spirito ai discepoli, come Dio “soffiò” - il greco utilizza lo stesso termine nei due brani – un alito di vita nell'uomo plasmato dalla terra (cf. Gn 2,7). Il dono dello Spirito è il compimento del vangelo, come profetizzato da Giovanni Battista all'inizio del testo giovanneo, quando presentò Gesù come: «colui che battezza in Spirito santo» (Gv 1,33). Prima di fare questo, però, Gesù – secondo la teologia, l'interpretazione di Giovanni – ha dovuto realmente essere «l'Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo». (cf. Gv 1,33).

 

Il dono dello Spirito è dono di vita nuova, scaturita dal dono totale di sé che Gesù compì sul Golgota, dove fonda il nuovo Tempio nel tempo definitivo, il tempo di salvezza, sul suo corpo. La fuoriuscita di acqua dal costato è prefigurazione del dono dello Spirito. Gesù apre il tempo definitivo, il tempo dello Spirito, e lo fa con il dono dello Spirito stesso.

 

Chi è in grado di mettersi in ascolto di questo soffio di vita e verità – l'immagine del vento rappresenta una qualità teologica fondamentale: soffia dove vuole e nessun essere umano può dire di possederlo – verrà ri-creato. Il dono (e l'accettazione) dello Spirito inducono sempre una nuova creazione, una creazione nell'amore del Padre. È forse la via esistenziale più semplice, quella dell'amore nella verità, per un uomo che non voglia dominare onnipotentemente la realtà, ma accoglierla.

 

«Ma quando quegli verrà, lo Spirito della verità, vi guiderà alla verità intera, perché non parlerà da se stesso, ma dirà quanto avrà udito, e vi annunzierà le cose che verranno» (Gv 16,13). Come recita lo stesso Gesù nella sua ultima preghiera al Padre, questa verità, anche per Dio, è amore, e si conosce Dio se si ama: «Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato; e ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, affinché l'amore con cui mi hai mandato sia in essi e io in essi» (Gv 17,25-26).

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