"Nessun dolore", un film potente e onirico, devastante e introspettivo: difficile che le lacrime non scorrano e una piccola parte di te cambia

Ribelle quanto basta amo gli animali e in particolare i gatti. Inseguo sempre i miei sogni come quello di scrivere e da sempre racconto storie spesso e volentieri di mici e micie.
Scorre l'ultima scena. Per un attimo si ferma il cuore. E poi le parole sgorgano letteralmente come un fiume in piena, e si rincorrono impazienti e leggere sulla pagina.
"Nessun dolore", presentato fuori concorso all’83esima Mostra del cinema di Venezia, regia Gianni Amelio, sceneggiatura Gianni Amelio e Davide Serino, cast Alessandro Borghi, Beidja Yahiaoui, Ramzy Lafrindi, Valeria Golino, Valerio Mastandrea, Ramzi Lafrindi, Gabriel Bovino.
Un film potente, onirico, per certi versi devastante, introspettivo in maniera molto profonda. Difficile da dimenticare, altrettanto complesso cercare di non lasciarsi turbare fino in fondo.
Ti lascia letteralmente basito per la crudeltà di questo destino senza pietà, che avviluppa i personaggi come le spire di un serpente. Amore, morte, follia, sopraffazione, disperazione pura, redenzione.
Un caleidoscopio dai colori scuri e cupi avvolge l'atmosfera in ogni scena, in ogni particolare. Una vicenda che potrebbe essere reale, ma non lo è, come recita il titolo di testa: “Questa storia deve ancora accadere”.
Una favola crudele dei tempi moderni, con una morale ben precisa. Un film attuale, davvero scottante, che infastidisce, provoca, turba e a volte davvero sconvolge. Argomenti che bruciano. Verità roventi.
E' impossibile non pensare al contrasto stridente fra la vita che può, e non ne comprendiamo appieno il valore, scorrere tranquilla, e vedere quello che succede qui. Un film d'autore, come si suol dire, e ciò traspare da tutto, proprio da ogni minimo particolare.
In primis il copione, che rende le scene intense e potenti, poderosa la sottile tristezza che permea invadente gli animi dei protagonisti, pazzesco il contrasto stridente delle vite delle persone, ed efficace la rassegnata disperazione che viene dipinta come un affresco rinascimentale, in tutte le sue sfaccettature.
Valeria Golino e Alessandro Borghi sono a dir poco divini nei loro personaggi. L'intensità dei loro sguardi, le mani che si sfiorano impacciate, la pervicace volontà di dimenticare volutamente la realtà e vivere attimi sfuggente e intensi, panacea della reale disperazione, li rendono unici.
Ognuno di loro vive a modo suo un inferno personale, chi da sempre, chi se lo è inavvertitamente procurato, ma la sostanza, in effetti, non cambia. I primi piani dei loro occhi cerulei sono volutamente già rassegnati a quello che li aspetta, che sanno essere ineluttabile. La vita cambia in un istante.
Lo sappiamo bene ma fino a che non succede davvero è difficile immaginarlo o solo pensarci. Davide ne è perfettamente a conoscenza e cerca, per tutto lo scorrere della sua storia una redenzione che reputa indispensabile per sopravvivere. Elsa è intensa, disperata, sola. E ne è conscia. A volte la vita ti consente di fingere per un piccolo frammenti della tua esistenza. E questo è bellissimo.
Il pensiero fluttuante della felicità che il personaggio di Valeria Golino legge ai suoi studenti. E' difficile che le lacrime non scorrano, soprattutto per una così sensibile come me. In realtà, però, sono preziose, perché non sono fini a se stesse o soltanto alla vicenda. Una piccola parte di te cambia senza che tu te ne accorga. Si aggiunge silenzioso un tassello di riflessione che ti rimane dentro e non ti lascia più. "I libri devono camminare...".


















