Scelto per rappresentare l'Italia nella corsa all'Oscar, "L'estranea" di Paolo Strippoli è un puzzle di tanti piccoli pezzi

Ribelle quanto basta amo gli animali e in particolare i gatti. Inseguo sempre i miei sogni come quello di scrivere e da sempre racconto storie spesso e volentieri di mici e micie.
E' incredibile come, dopo la visione di certe pellicole, le idee si affastellino nella mente velocemente, senza soluzione di continuità, grazie alle sensazioni forti che si sono provate. E quando sono così potenti, talvolta è difficile renderle intellegibili.
E' un periodo particolarmente fecondo per il cinema italiano, confesso che in passato non era esattamente nelle mie corde, ma devo ammettere che mi sto assolutamente ricredendo. "L'estranea", regia di Paolo Strippoli.
Scelto per rappresentare l’Italia nella corsa all’Oscar. E a ragion veduta. Non vi è dubbio alcuno. Terzo in classifica al Box Office. Cast eccezionale. Jasmine Trinca, due David di Donatello, sei Nastri d'argento e altro ancora, Romana Maggiora Vergano 28 anni, che nel 2024 recita nel ruolo protagonista di Francesca nel "Il tempo che ci vuole" di Francesca Comencini, ottenendo una candidatura come migliore attrice protagonista sia ai David di Donatello che ai Nastri d'argento che vince, Adriano Giannini, figlio d'arte, somigliante al padre in maniera pazzesca, Valeria Bruni Tedeschi, chi non ricorda la sua sublime Eleonora Duse?
Come lo definiamo? Thriller, horror, dramma borghese, descrittivo del bullismo adolescenziale, apoteosi dell'amore materno, malato e ossessivo? Direi tutto questo. E anche di più.
E la parte più unica e affascinante della faccenda è proprio questa particolarità. Generi diversi, contesti diversi ognuno con la sua precipua narrazione e il relativo ambiente e momento, convivono amalgamandosi come in un disegno superiore, già definito, portando chi guarda letteralmente sulle montagne russe.
Persino la natura segue l'onda della narrazione, passiamo dal sole caldo e suadente della Puglia a un nubifragio devastante che riduce Roma alle strette. Quasi in rovina.
È un film inquieto, ambiguo, sconcertante. Alta tensione, horror, scene soprannaturali, dipinte come le pennellate di un impressionista, convivono senza sbavature con il ritratto patinato di una famiglia benestante pugliese, negli anni novanta-duemila e con eventi reali e tangibili, come le scene, quasi apocalittiche, della vittoria della squadra italiana di calcio ai mondiali del 2006. Svelare la trama sarebbe davvero come un sacrilegio è talmente particolare e unica nel suo genere, (e io non lo faccio già mai per principio) che davvero non le renderebbe assolutamente giustizia, grazie alla potenza narrativa insita nelle sue scene.
La ricostruzione concreta della vita di queste persone è perfettamente allineata con la realtà dell'epoca. Ricca famiglia borghese, ricevimenti sontuosi nella villa stratosferica, apparenza, apparenza ed ancora apparenza. Il loro tutto, l'universo della loro vita. E poi si dipana la storia, diversa enigmatica, oscura. La metafora esiste. Tangibile e didascalica.
Terribile per certi versi. Fa riflettere, indubbiamente. È angosciante, soffocante, ti spaventa. Devi riprendere fiato. Le ultime scene sono davvero intense e sconvolgenti.
Poi però ci ripensi. E capisci. E il significato profondo prende forma nella tua testa, ogni cosa assume il posto giusto, come in un puzzle fatto di tantissimi piccoli pezzi. All'inizio sembra difficilissimo assemblarli ma poi come per magia tutto ha un senso.
Da vedere. "Respira a fondo, respira piano, se chiudi gli occhi il male è lontano".













