E' controverso, irrisolto e americano fino al midollo ma "The dog stars" mi ha insegnato qualcosa e il film ti resta dentro

Ribelle quanto basta amo gli animali e in particolare i gatti. Inseguo sempre i miei sogni come quello di scrivere e da sempre racconto storie spesso e volentieri di mici e micie.
Lo confesso. A cuore aperto. Sono un tipo curioso per antonomasia, adoro il cinema e non ho preclusioni di sorta ma questa volta la molla scatenante è stato lui. Dopo "Cime tempestose" in cui si mostrava in tutta la sua beltade mi è rimasta la curiosità di rivederlo. Jacob Elordi, classe 1997. Australiano, 1.96 di perfezione. Segni particolari: bellissimo.
E credo che lo pensi il 99% periodico del genere femminile. 88 anni. Ridley Scott. Il regista. La sua primaria passione era dipingere. E in un certo qual modo ha continuato a farlo.
"Girare un film è come dipingere, uso la macchina da presa come fosse un pennello”. Alien, Blade Runner, Thelma e Louise, Il gladiatore. E chi più ne ha più ne metta. E non serve aggiungere altro credo.
Un binomio interessante. Foriero di originalità, abilità e classe, assoluta innegabile classe. Non si può definire in altro modo.
The Dog Stars – Le stelle dopo la fine. Uno scenario quasi tutto italiano. Friuli, Veneto, Abruzzo e Cinecittà.
Nel cast, oltre al nostro splendido uomo, anche Josh Brolin, Margaret Qualley (chi non ricorda "The Substance"?), Guy Pearce e il cane Jasper, fantastico a dir poco.
Elordi ha sviluppato un rapporto simbiotico profondissimo con il quadrupede, tanto da sfilare fiero e amorevole sul red carpet della première mondiale a Londra, nel mese di agosto appena trascorso.
E' italiana anche lei, perché di una ragazza pelosa si tratta...Raksha. Sinuosa, orecchie sempre ritte e una carriera cinematografica già da professionista. Ruba la scena spesso al suo amico umano e sinceramente ne ha ben donde, tanto di cappello alla sua trainer Carolina Basile della Dogstudios di Formello.
Per comunicare con lei, Elordi ha dovuto persino imparare qualche frase in italiano. "Raksha è un'attrice incredibile. Era un genio: faceva tutto". Un amore nato sul set.
Tratto dal romanzo di Peter Heller del 2012, il film è una metafora bizzarra e a tratti persino stranamente dolce della vita, che può cambiare da un momento all'altro, radicalmente.
In maniera apocalittica e crudele, mantenendo però comunque dei lati romantici e teneri. Scenari incredibili, una natura selvaggia e potente, un'apoteosi di avvenimenti incalzanti, che ti attanagliano spesso l'anima. Ti tengono emotivamente vigile, in un crescendo rossiniano di tensione.
A volte sembra davvero di essere lì dentro. Gli ingredienti ci sono proprio tutti. Ambiente post catastrofe, pericoli imminenti, nostalgia del tempo che fu, paura del futuro, personaggi davvero tanto trash quanto singolari. Non manca nulla, quasi un tocco di bacchetta magica e si approda in un mondo strano, angosciante e crudele, dal quale fuggire immantinenti.
La grande dote di questa pellicola, e questa volta è davvero difficilissimo non anticipare nulla del fluire della storia, è che la dolcezza e la tenerezza che a tratti compare, non stona. Non fa pensare a quelle storie che vanno avanti a tarallucci e vino, come si suol dire. Anzi. Il contrasto con la disperazione, la solitudine, e la frenetica ricerca della salvezza si incastra perfettamente a questi momenti, per tornare in tema, quasi dipinti con tocco leggero, impalpabile.
Emerge sicuramente la crudeltà insita negli esseri umani, scatenata dalla situazione angosciosa, gli istinti primordiali più potenti, sia nel bene che nel male, e questo, purtroppo, nel mondo d'oggi è stranamente famigliare come se la narrazione del testo avesse in un certo qual modo anticipato i tempi a venire.
E un film visto in tanti modi, controverso, irrisolto, americano fino al midollo, e ancora e ancora. Molti lo hanno criticato.
Credo nel libero arbitrio del giudizio, e penso che un film vada giudicato essenzialmente per quello che ti lascia dentro. Per ciò che comunica. E il prato e la luna e la costellazione con il nome di Jasper, mi hanno insegnato qualcosa.
La speranza e l'amore rimangono nei cuori, nonostante tutto. "Voglio immaginare che 'la stella del cane' sia una costellazione lassù nell'universo, forse vicino alla Cintura di Orione, e che ciascuno che la guardi possa parlare al cane che ha perso”.


















