Potente, contraddittorio e inquietante: il film Ink di Danny Boyle apre la Mostra del cinema di Venezia
La Mostra del cinema di Venezia è iniziata con Ink del regista Danny Boyle, la pellicola sull'impero mediatico del gruppo Murdoch. Nel film non manca il fascino di come si confeziona un giornale. Memorabile la scena che l’editore e in direttore si sdraiano sull’asfalto della strada sopra la loro tipografia, quella vecchio stile, tutto piombo e rumore assordante

VENEZIA. Potente, contraddittorio, decisamente inquietante per l’uso indiscriminato del potere editoriale. La Mostra parte con Ink, titolo per sancire la nascita dell’impero mediatico del gruppo Murdoch.
Titolo stimolante Ink, anche se l’inchiostro sarà spesso destinato a stampare grossolane fake, mirate esclusivamente alle vendite. Milioni di copie del giornale simbolo del magnate australiano Murdoch. Quel The Sun dato alle stampe a partire dal 1969, quasi in sordina, affidato ad un direttore che di scrupoli non ne ha e con una ‘visione giornalistica’ basata sul clamore bigotto quanto scandalistico. Titoli sparati, sensazionalistici, decisamente ‘acchiappa lettori’. Al punto che sarà in prima linea a pubblicare quotidianamente fotografie osè, belle ragazze come richiamo all’acquisto di un giornale poco autorevole quanto assolutamente molto popolare.
La regia è di Danny Boyle, grande esperienza e una direzione in equilibrio tra forma spettacolare e cadenze teatrali. Sempre in bilico tra una rappresentazione veritiera e la forma più civettuola del giornale in questione. Dove il vero si mescola con l’assurdo, la fake news ostentata, sparata a titoli cubitali, tra immagini provocanti e notizie in bilico tra l’assurdo e il plateale.
Nel film non manca il fascino di come si confeziona un giornale. Memorabile la scena che l’editore e in direttore si sdraiano sull’asfalto della strada sopra la loro tipografia, quella vecchio stile, tutto piombo e rumore assordante. Il rombo delle rotative che segnano pure l’evoluzione non solo della tipologia di stampa, ma pure del modo di usare l’inchiostro.
Aprendo pure qualche (sopito) interrogativo su come l’intelligenza artificiale scardinerà il giornalismo e il modo di fare un quotidiano cartaceo. Con l’AI che parlerà solo in base al criterio del potere che l’ha generata. Film di carattere e di sicura fama, forse una delle migliori opere cinematografiche finora prodotte sul modo di condizionale i media. Discussione aperta anche senza dover sfruttare l’inchiostro per stampare pagine cartacei di giornali in carenza di lettori.
Torniamo ai film di concorso. Se Ink stampa l’elogio, altrettanto discutibile è l’ultimo lavoro del navigato regista tedesco Werner Herzog. Titolo introverso - Buking fastard - con due sorelle ‘unisone’ vale a dire che parlano, si muovono, toccano oggetti e manipolano cose ( e vite) sempre una legata l’altra. Citazioni surrealistiche, qualche riferimento a Linch, ma tanto spazio all’assurdo. Tra citazioni antropologiche e scenari naturalistici tanto cari all’oramai anziano cineasta di Monaco.
Inizia con un curioso processo e finisce - senza lasciare conferme - tra il labirinto di una grotta. Con le sorelle sempre più strampalate. Peccato, per un film che forse stona tra l’interminabile quanto monumentale opera cinematografica di questo autentico Maestro. Che ha sempre onorato la montagna. Spettacolare e preziosi lavori come quello con Reinhold Messner, la Montagna lucente, del 1984. Qui a Venezia Herzog non ha scalato alcunché e - stando ai commenti del pubblico a fine proiezione - imbastito il gradimento.


















