Venezia, "Naza": inchiesta sui sistemi di attacco israeliani a Gaza che coinvolge, non solo la mostra del cinema

Appassionata di arte e cinema con Chaplin nel cuore
Siamo in chiusura, domani si sapranno i vincitori di Venezia83, e dopo una giornata di grandi piogge al Lido è ritornato il sereno, ma il docufilm israeliano Naza sui massacri di Gaza ha sicuramente sconvolto non solo il pronostico, pure l’iter festivaliero di una rassegna ricca comunque di film interessanti.
Dal divertente “Wild horse Nine” di Martin McDonagh al delicato “Look back” di Hirokazu Koreeda, al più gettonato “Possible love” di Lee Chang- dong, all’ultimo film straniero presentato “Kami Nour” dell’iraniano Ali Asgari.
Tutto questo fino alla proiezione di Naza, registrato di notte, sui tetti di Tel Aviv, 80 minuti di ‘girato’ che lasciano un segno indelebile. Impossibile da dimenticare a prescindere dall’esito della Mostra.
Gli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro già registi di “No Other Land” Premio Oscar 2025 come documentario, in tre anni di lavoro hanno indagato sui sistemi con cui le forze israeliane pianificano gli attacchi a Gaza.
Registrando le testimonianze di 24 membri dei servizi segreti e dell’esercito israeliano che dopo il 7 ottobre hanno pianificato la distruzione di Gaza e l’annientamento dei suoi abitanti. Il lavoro è nato dalle inchieste pubblicate tra il 2023 ed il 2025 da +972 Magazine, Local Call e The Guardian.
Gli autori intervistano nel buio, con lo skyline di Tel Aviv come sfondo, ufficiali militari (con opportune maschere) che rispondono a domande sui loro sistemi di uccisione di massa di palestinesi.
Naza è un acronimo dell’intelligence israeliana usato per indicare la stima delle vittime civili di un attacco. Quando un presunto militante di Hamas o qualche esponente di organizzazione palestinese impegnata nella denuncia del massacro in atto, gli specialisti dell’esercito entrano in azione con una micidiale strategia bellica: per ucciderlo lo bombardano nei momenti di riposo, quando è in famiglia in quanto più vulnerabile, devastando ogni vicina abitazione, l’intero quartiere, senza scrupoli, distruggendo i Naza, addirittura anche 500 persone alla volta. E lo fanno senza alcun senso di colpa o di vergogna. Eseguono ordini, e questo loro basta.
Le voci e i volti dei soldati sono stati modificati con l’uso dell’intelligenza artificiale per proteggere le fonti. Gli intervistatori non potevano che essere israeliani. Un giornalismo d’inchiesta che va oltre le parole per responsabilizzare ed informare.
Sopra i tetti di una città che si diverte e riposa le parole forti degli ufficiali sono freddi ghiaccioli nella schiena quando parlano con disinvoltura del loro ruolo. Loro sono dei tecnici che adottano quotidianamente un sistema determinato ad eliminare una popolazione. Non esiste etica. Il documentario inserisce anche filmati d’epoca che riportano alla fondazione della città di Tel Aviv nel 1900.
"Abbiamo realizzato questo film spinti dal senso del dovere di usare la nostra posizione di israeliani per esaminare il sistema di uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile” dicono i registi.
Il film in concorso, presentato l’altra sera a Venezia83, ha ricevuto venticinque minuti di applausi in Sala Grande, standing ovation che non può essere ignorata dalla Giuria Internazionale. Chissà, magari con un Leone per la Pace.
I coraggiosi filmmaker hanno fatto un’analisi dei meccanismi che portano ad un massacro di massa per spingere i media ed i civili del loro Paese a chiedersi come sia potuto accadere tutto ciò’ e mettere in luce, nel buio delle riprese, le responsabilità di migliaia di morti di civili palestinesi. “Naza” ha segnato un cambiamento di visione tra i film in concorso: la realtà supera la finzione.


















