Elezioni in Israele, dalla sfida "interna" a Netanyahu del generale Winter ai sionisti religiosi, dagli ultra-ortodossi ai partiti arabi: l'analisi. "I voti si cercano a destra"
La situazione politica attuale, i sondaggi e gli scenari possibili: la ricercatrice Ispi Sara Isabella Leykin fa il punto sulle elezioni in Israele, in programma per il 27 ottobre. "In Israele – dice – la principale divisione politica oggi non è tra destra o sinistra, ma piuttosto tra pro e anti-Netanyahu, con i partiti arabi a rappresentare come sempre degli outsider"

TRENTO. Mentre si avvicinano sempre di più le elezioni con le quali, il 27 ottobre prossimo, i cittadini israeliani voteranno per rinnovare la Knesset – portando, così, alla formazione di un nuovo governo – la coalizione dei partiti che si oppongono all'attuale maggioranza, capeggiata dal leader del partito centrista Yashar! (“Avanti!" in ebraico) Gadi Eisenkot, sembrerebbe avere la meglio negli ultimi sondaggi – pur mantenendosi a diversi seggi dalla maggioranza nel Parlamento unicamerale israeliano.
Gli ultimi sondaggi
Stando agli ultimi polls pubblicati da Haaretz, il blocco di Eisenkot – formato, oltre che dal suo partito Yashar!, dall'alleanza elettorale 'Together' degli ex primi ministri Naftali Bennet e Yair Lapid, dai Democratici di Yair Golan e da Israel Beitenu di Avigdor Lieberman, che rappresenta soprattutto gli emigrati dell'ex blocco sovietico – potrebbe contare su 55 dei 120 seggi della Knesset, contro i 52 dell'insieme dei partiti che trovano nell'attuale primo ministro, e leader della Likud, Benjamin Netanyahu una figura di sintesi – oltre alla stessa Likud, si contano gli ultra-ortodossi ashkenaziti dell'Ebraismo della Torah Unito e i sefarditi di Shas, i sionisti religiosi di Potere ebraico, il partito di estrema destra e ultranazionalista guidato da Itamar Ben-Gvir, e del Partito sionismo religioso, guidato da Bezalel Smotrich, con l'incognita rappresentata da Amcha Yisrael (“Il tuo popolo, Israele”), il nuovo partito di estrema destra lanciato negli scorsi giorni dall'ex generale dell'esercito Ofer Winter.
Nel mezzo, esclusi per ora da entrambe le coalizioni, stanno i 13 seggi ad oggi attribuiti ai partiti arabi-israeliani: la Joint List (8 seggi) e la United Arab List - Ra'am - (5 seggi).
“L'unica certezza è che non ci sono certezze: le coalizioni potrebbero cambiare radicalmente dopo il voto”
Al di là dei numeri però, spiega a il Dolomiti la ricercatrice Ispi Sara Isabella Leykin, specializzata proprio nel contesto israeliano e mediorientale: “L'unica certezza ad oggi è che non ci sono certezze. Il sistema politico israeliano è estremamente complesso e la vera partita si giocherà dopo le elezioni quando, numeri alla mano, le coalizioni e i posizionamenti dei singoli partiti potrebbero cambiare, anche radicalmente”. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto, dice Leykin, tolti i Democratici di Golan – il partito che più di tutti si potrebbe definire “di sinistra” nello spettro politico israeliano – e naturalmente i partiti arabo-israeliani, nessuno dei partiti che si presenteranno alle elezioni si oppone apertamente alle guerre che, negli ultimi anni, l'attuale maggioranza ha avviato – né appoggia l'avvio di un processo di formazione di uno Stato palestinese. In altre parole, se dall'esterno i temi principali nel discutere le politiche d'Israele sono, naturalmente, le decine di migliaia di vittime civili e l'emergenza umanitaria a Gaza o i continui attacchi dell'Idf in Libano, a livello elettorale la discussione all'interno d'Israele è ben diversa.
Dove si cercano i voti?
“I partiti, compresi quelli d'opposizione – dice la ricercatrice – non criticano Netanyahu per il tragico bilancio degli oltre 70mila morti a Gaza, lo criticano perché non è riuscito a vincere in maniera decisiva. La stessa dinamica, a livello elettorale, si trova nel contesto della guerra contro Hezbollah in Libano, o nell'attacco all'Iran. In Israele la sicurezza è vista come la priorità assoluta, ed è su quella che si giocano anche queste elezioni”.
Elezioni nelle quali, come detto, si andrà a rinnovare il parlamento unicamerale del Paese – la Knesset – attraverso un sistema proporzionale puro, con sbarramento al 3,25%. In questo contesto, il formarsi di coalizioni per arrivare ad avere la maggioranza di 61 seggi è sostanzialmente inevitabile, come inevitabile è una certa eterogeneità all'interno delle coalizioni stesse. In altre parole: anche partiti relativamente piccoli, come i movimenti estremisti rappresentati nell'attuale maggioranza da Smotrich e Ben-Gvir, possono avere un peso sproporzionato rispetto ai loro effettivi risultati elettorali.
“In tutto questo – aggiunge Leykin – un ruolo particolare è giocato dai partiti arabo-israeliani. Per la prima volta nel 2021-2022, nel governo Lapid-Bennett, uno dei partiti arabi era entrato in maggioranza, ma la coalizione è durata poco. E dopo il 7 ottobre la situazione si è naturalmente complicata molto a livello politico”. Il problema principale, spiega la ricercatrice, è di natura elettorale: “Tutti i partiti stanno in questo momento competendo per un pool di voti ben definito: gli israeliani nazionalisti, di destra, scontenti dalla Likud e di Benjamin Netanyahu. Per questo anche la coalizione che si oppone alla maggioranza attuale sta tergiversando sulla possibile inclusione dei partiti arabi, per paura di perdere proprio i voti di quell'area politica”.
Guardando infatti ai partiti che sostengono Netanyahu, gli unici voti che verosimilmente potrebbero spostarsi verso il blocco di Eisenkot sono proprio quelli della Likud: “Il partito per eccellenza della destra israeliana – precisa la ricercatrice – sta vivendo da anni un processo di importante personalizzazione ad opera di Netanyahu, e sono in diversi oggi a chiedere un cambio di leadership. Per quanto riguarda però gli altri partiti nella coalizione, è difficile immaginare un passaggio di consensi verso il blocco opposto: parliamo infatti da una parte di partiti religiosi ultraortodossi, legati quindi alle comunità haredim, e dall'altra degli estremisti che rappresentano la componente messianica della politica israeliana: i sionisti religiosi”.
Ultra-ortodossi, sionisti religiosi e l'incognita Winter
Per i primi, gli ultra-ortodossi, la questione politica in assoluto più importante è legata all'esenzione dalla leva militare obbligatoria, la cui revoca è stata ipotizzata negli scorsi mesi anche da Netanyahu - provocando una crisi di governo che sembrava destinata a portare ad elezioni anticipate - e fortemente osteggiata da Eisenkot e da altri partiti nel blocco d'opposizione, quello di Lieberman in primis: proprio la netta posizione sul tema espressa dal leader di Yashar! rende molto difficile immaginare un avvicinamento politico tra lui e gli haredim – i due partiti ultra-ortodossi raccoglierebbero secondo gli ultimi sondaggi 15 seggi alla Knesset.
“La grande differenza tra gli ultra-ortodossi e sionisti religiosi – continua Leykin – è rappresentata dalla loro visione dello Stato d'Israele e dal loro rapporto con l'autorità politica. Per i primi infatti Israele non rappresenta che la soluzione migliore al problema della sicurezza: le comunità haredim vivono sostanzialmente allo stesso modo che si trovino a New York o Gerusalemme. Non attribuiscono un significato religioso allo Stato d'Israele. Il contrario avviene invece tra i sionisti religiosi: per loro lo Stato d'Israele è la nazione biblica promessa al popolo ebraico ed è la manifestazione tangibile della volontà divina, oltre che segnale inequivocabile per il prossimo arrivo del messia”.
Il legame con lo Stato ebraico, in altre parole, è onnicomprensivo: “Anche per questo – dice ancora la ricercatrice Ispi – i movimenti sionisti religiosi hanno storicamente posizioni durissime per quanto riguarda la questione palestinese, come abbiamo visto negli ultimi anni con il ministro alla sicurezza nazionale d'Israele Itamar Ben-Gvir, e sono strettamente legati alle frange più violente dei coloni, quelle che compiono veri e propri atti di terrorismo contro la popolazione palestinese”.
E proprio nell'area nazional-religiosa israeliana negli ultimi giorni è emersa una nuova incognita, rappresentata dal partito Amcha Yisrael lanciato da Ofer Winter, un ex generale dell'Idf. Il movimento è stato lanciato con uno slogan ripreso dalla celebre saga di Game of Thrones: “Winter is coming”, e le posizioni del suo leader sono riconducibili a quelle più estreme uscite negli ultimi anni dall'ultradestra israeliana.
“Winter – dice Leykin – cerca di porsi più a destra della Likud, dove già oggi si trova il partito di Ben-Gvir, la cui corrente ideologica (il kahanismo) punterebbe alla rimozione dal Paese di tutti gli arabi che vivono all'interno dei suoi confini. Winter al contrario punta a includere anche nell'esercito i cittadini arabi che si identificano con lo Stato di Israele, dichiarando però allo stesso tempo di voler prendere il controllo totale della Striscia di Gaza, portando all'emigrazione di tutti i palestinesi. Rappresenta un'incognita proprio perché sta cercando di accentrare su di sé i voti dell'area di destra scontenta di Netanyahu e dei partiti del sionismo religioso attuale”.
Nel suo programma è presente inoltre la rimozione dell'esenzione al servizio militare per gli ultra-ortodossi, rappresentando un ulteriore punto di tensione per un'eventuale coalizione con il blocco che appoggia Netanyahu. Per il leader della Likud il problema è quindi duplice, visto e considerato che una crescita dei voti per Winter potrebbe colpire in particolare il partito di Smotrich, in difficoltà negli ultimi sondaggi, che rischierebbe così di non superare la soglia di sbarramento. E visti i consensi raccolti dal blocco di Eisenkot, ogni seggio sarà probabilmente decisivo.
L'opposizione: “La distinzione non è 'destra' o 'sinistra' come in Italia, ma tra pro e anti-Netanyahu”
Proprio guardando però all'altro schieramento – o almeno al blocco che attualmente rappresenta l'alternativa alla coalizione di governo – le posizioni espresse, conclude Leykin, non sono in definitiva così differenti.
“In Israele – dice – la principale divisione politica oggi non è tra destra o sinistra, ma piuttosto tra pro e anti-Netanyahu, con i partiti arabi a rappresentare come sempre degli outsider. Se guardiamo ai due principali partiti nel Paese, Yashar! e la Likud, la differenza di idee e di proposte politiche non è così ampia. La questione di base, naturalmente, è sempre quella palestinese. Lo stesso Eisenkot nelle scorse settimane ha dichiarato di fatto di non guardare alla formazione di uno Stato palestinese. Bennett è un politico di destra, sionista religioso che da sempre porta avanti le istanze dei coloni. L'unico ad aver criticato apertamente le operazioni militari e i crimini compiuti a Gaza è stato Yair Golan, leader del partito dei democratici”.
Gli stessi attacchi rivolti al premier, come detto, sono legati principalmente al tema della sicurezza: “In entrambi gli schieramenti – spiega Leykin – i leader parlano del 7 ottobre attaccando chi non è riuscito a garantire la sicurezza dei cittadini israeliani”. Proprio la priorità sugli aspetti securitari rende in definitiva prese di posizioni più aperturiste molto rischiose a livello elettorale: “Per quanto riguarda i coloni per esempio – continua l'esperta – anche il blocco di Eisenkot si muove coi piedi di piombo, nonostante l'obiettivo dichiarato sia di formare un governo che possa presentarsi come un interlocutore serio alla comunità internazionale. Dopo il voto la formazione di una maggioranza sarà inevitabilmente frutto di pesanti compromessi: ad oggi è impossibile prevedere cosa succederà”.














