Una pellicola d'azione e di passione, decisamente vecchio stile: con il film ho capito il fascino della Formula 1

Ribelle quanto basta amo gli animali e in particolare i gatti. Inseguo sempre i miei sogni come quello di scrivere e da sempre racconto storie spesso e volentieri di mici e micie.
Ho capito. Finalmente ho compreso il fascino di questa cosa. Per anni una persona a me vicina, che ancora continua, ha passato tutte le domeniche delle sue estati letteralmente incollato al televisore, alla sua adorata Formula Uno.
E quando ho visto in cartellone F1, non ho resistito. Per giunta il protagonista era un sempre verde Brad Pitt, il che non guasta di sicuro. Bellissimo e adrenalinico, sia lui che il film.
Due ore sono letteralmente volate, 120 minuti in questo mondo pazzesco e strano, in cui la tensione e il pathos regnano sovrani. Pathos, letteralmente la capacità di suscitare un'intensa emozione e una totale partecipazione sul piano estetico o affettivo. E questo rispecchia perfettamente quanto successo nel buio di quella sala. Il sessantenne Brad, affascinante e sensuale, cattura lo schermo e l'attenzione con consumata e noncurante abilità. Un film d'azione e di passione, decisamente vecchio stile.
Risuonano echi di Top Gun, di Giorni di Tuono, e infatti i produttori sono gli stessi. E Brad, alias Sonny Hayes, incarna perfettamente un eroe romantico Anni '80.
Aitante, sfrontato e ribelle quanto basta, fa del pericolo il suo pane, e sfida la morte con la consumata scioltezza di un giocatore di scacchi.
E non è da meno il suo amico, un iconico Janvier Barden, scanzonato e irriverente e un pochino matto, come lui, e Damson Idris, alias Joshua Pearce, il suo giovane antagonista.
Prima dell'inizio delle riprese, Pitt e Idris si sono allenati a lungo su auto di Formula 3 e Formula 2 sul circuito Paul Ricard, in Francia.
È una vera e propria magia il rapimento che ti prende guardando queste figure in perenne movimento e le riprese pazzesche delle macchine snelle, che sfrecciano sulla pista ad una velocità irreale, contro il muro del suono.
È la prima volta che le gare vengono riprese in modo così attento e fedele alla realtà. E contestualmente è piacevole vivere da vicino e da profani, come nel mio caso, lo strano e contorto regolamento delle corse di Formula Uno.
E particolare molto significativo, la figura di spicco in questo è una donna e mi è piaciuto un sacco, detto da una che di macchine è digiuna alquanto. Un dramma sportivo tradizionale nel suo costrutto ma assolutamente vivo e innovativo nel suo metodo narrativo.
Vince sicuramente l'esperienza e quanto imparato dalle vicissitudini della vita. Non manca l'amore, che fa capolino sornione dapprima dipinto con sguardi impacciati e poi passionale e tenero, come da tradizione. Insomma non manca nulla, ma soprattutto quello che colpisce è il messaggio intrinseco della narrazione. Un messaggio positivo e potente, dove vince la solidarietà e l'amicizia.
Molto americano? Assolutamente sì.
In maniera piacevole però, e per nulla artificiosa, anzi semplice, immediata, schietta, come dovrebbe essere la relazione fra persone che si stimano e si rispettano. Anche se la vicenda può sembrare un deja vu, lo spirito selvaggio che anima la sceneggiatura lo rende vivo, palpitante, carismatico.
Non per niente il film è primo in classifica al Box Office. Perché guardarlo? Perché è soprattutto vero e genuino. E in questo mondo artefatto e costruito, i sentimenti veri, quelli belli, a parer mio, sono preziosi. "L'ultima cosa che farò è guidare quella macchina, io me la prendo quella vita...Mille volte".












