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Il generale Vittorio che tra insulti, polemiche e litigi ha trasformato il Mart in una CaserMart dove lui comanda (e a volte concede)

Ne sa qualcosa Silvio Cattani, vicepresidente alla “CaserMart”: artista, ex preside e altro. S’è sognato di ragionare a mezzo stampa della collocazione di una mostra futura sul roveretano Depero. Ha proposto di allestirla nella sua città natale, a Rovereto, anziché a Trento, alle Albere. Il generale non ha gradito come da facile e perfino noiosa previsione. Lo ha “cazziato”, a mezzo stampa. Gli ha spiegato – a mezzo stampa - che in “CaserMart” la legge la fa uno e tutti gli altri son nessuno. Poi, messo alle strette, da vero generale ha concesso
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 27 April 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Quando riaprirà, perché riaprirà, potrebbe aver già cambiato nome. Da Mart, (museo d’arte di Rovereto e Trento), a “CaserMart”. Una “CaserMart” da fare invidia per architettura, perché il cupolone di Botta continuerà ad essere una botta di vita: estetica. Ma se un museo non è solo estetica, per il Mart il futuro rischia di diventare ancor più gramo del presente. E pure di un passato nel quale la pista di decollo è sempre stata di lunghezza infinita. Tanto che il museo non è mai riuscito a prendere davvero il volo. Non c’è “CaserMart” senza un generale. Da qualche tempo – un tempo corto che per ineleganza sembra già un’eternità – il generale della “CaserMart” è Vittorio Sgarbi, detto Littorio per la sua attitudine all’egocentrismo iperbolico. Né di destra né di sinistra, che per lui non sono categorie. Lui c’è, come una volta si trovava scritto suoi muri.

 

Come definirlo sto generale? Rubando un mini ritratto che Elias Canetti, Nobel letterario nel 1981, coniò per altri ma definizione che a Sgarbi s’attaglia: “Ha l’arguzia della sua malvagità, la smemoratezza della sua età, la limitatezza della sua stirpe e la brutalità del suo mestiere: un grande generale”. Che sia grande di suo oppure come spesso accade grande solo con i piccoli, di Sgarbi non è dato sapere. Di certo le cronache antiche, attuali e di sicuro anche prossime di cui Sgarbi è protagonista ne evidenziano l’arguzia. Ed è così che dopo aver acceso la miccia, scatenato la polemica, detto di tacere al suo vice al Mart pubblicamente, capita la malaparata ha fatto un passo indietro da magnanimo signore concedendo la mostra di Depero e scrivendo direttamente ''ai roveretani'' come si confà a un generale del suo calibro (QUI ARTICOLO).

 

Se c’è da provocare, poi, lui provoca. Parla e più spesso straparla da rodato bastian-contrario di ogni decoro. Turpiloquia beato, vanesio, ad ogni chiamata televisiva. A nessuno di coloro che lo invitano importa una cippa di ciò che dice. Ma tutti coloro che sono perfino peggio di lui nel degradare il confronto a scontro, sanno che nel mondo alla rovescia dei talk show l’urlo, l’insulto, la panzana e la teoria divisiva sono una manna. Per gli indici di gradimento. Sulla smemoratezza dell’età, meglio glissare. Se preso in sequenza tra una comparsata e l’altra Littorio si scoprirà più di una volta in contraddizione con sé stesso. Ma succede a tutti coloro che avanzano in età. Non è una colpa. È un fatto di neuroni che si spengono inesorabilmente.

 

Unica ed inimitabile è invece la brutalità del suo “mestiere” di ipercritico. L’arte? Non c’entra. Il suo deve essere un mestiere duro perché riesce incredibile pensare che per tutta la vita – quella pubblica almeno – un personaggio debba essere per forza prigioniero di un cliché alla Marchese del Grillo: “Io sono io e voi non siete un c…”. Fin qui lo Sgarbi che conosciamo. E che per sopravvivenza alcuni di noi avrebbero preferito evitare. Nulla più che un replicante che va a memoria senza un guizzo di fantasia. Ma che lo fa con una maestria che gli si deve: quando commenta e quando sgomenta. Sa infervorarsi per qualsiasi argomento: l’economia e i tuberi, il gossip e la vita vera, la politica che massacra giorno dopo giorno tranne il giorno in cui la politica gli versa uno stipendio (da parlamentare), gli enti e le istituzioni che a suo dire non lo meritano ma che colleziona con lo stesso impegno con cui fa crescere la sua personale galleria d’arte.

 

Di Sgarbi dunque non c’è più nulla da scoprire? Nulla di cui meravigliarsi? Non esattamente. Da quando una Provincia da “stendiamo un velo tra i tanti” lo ha scelto per presiedere il Mart, Sgarbi ha vestito anche una divisa. Quella, appunto, del generale. E il Mart, appunto, sta diventando “CaserMart”. Ordine e disciplina, (Littorio lo impone a tutti meno che a sé stesso). Che nessuno fiati perché il compito di dar fiato più agli umori che ai fatti, (ma quali?) spetta solo al generale.

S’è mai vista una caserma di insubordinati? Ne sa qualcosa Silvio Cattani, vicepresidente alla “CaserMart”: artista, ex preside e altro. S’è sognato di ragionare a mezzo stampa della collocazione di una mostra futura sul roveretano Depero.

 

Ha proposto di allestirla nella sua città natale, a Rovereto, anziché a Trento, alle Albere. Il generale non ha gradito come da facile e perfino noiosa previsione. Lo ha “cazziato”, a mezzo stampa. Gli ha spiegato – a mezzo stampa - che in “CaserMart” la legge la fa uno e tutti gli altri son nessuno. Consiglio di amministrazione? C’è, ma sembra quasi un orpello. E sì che l’arte dovrebbe essere un universo di libertà, financo di libere opinioni. Altrove forse, non nella “CaserMart” ad ampie vetrate di Rovereto. Il generale-imperatore che i vignettisti disegnerebbero con in testa lo scolapasta – (ocio Vittorio che la satira è libertà) – non è tipo da accontentarsi del diavolo al quattro sul modello della vecchia canzone “E qui comando io, e questa è casa mia”. Lui, Sgarbi, vuole il diavolo ad otto, sedici, ventiquattro. Si copre. Già in passato quando tutto il suo museo si era esposto contro le sue dichiarazioni sul coronavirus o le opposizioni lo avevano messo lui non aveva chiesto l'aiuto di chi in Trentino lo ha portato: Fugatti e Bisesti.

 

Il presidente della Provincia e l’assessore alla cultura che, se lo hanno scelto, non possono – a suo dire – negargli i pieni poteri. Sgarbi fa sempre così: “O io o gli altri”. E loro, gli amministratori che dignità vorrebbe capaci di respingere condizioni di infima lega, non mostrano nemmeno il coraggio di abboccare. Se ne stanno zitti, muti, supini, proni al generale di “CaserMart”. O se parlano – l’ha fatto il Bisesti – minimizzano, svicolano, s’appellano ad una ragionevolezza che se rivolta a Sgarbi è come provare a spegnere il fuoco mettendo benzina al posto dell’acqua nell’idrante.

 

Fugatti e Bisesti – e viceversa – conoscono un’unica, perdente, tecnica: far finta di niente. Sperando che il generale si stanchi prima o poi di guerreggiare con il mondo concentrandosi sulle sorti progressive del museo. Sorti che fino ad oggi non si sono nemmeno intuite. Si è intuito, al contrario, che nella “CaserMart” serpeggia il malumore. Serpeggia tra i dipendenti che si sono dissociati dal generale ai tempi recenti delle sue esternazioni cliniche contro chi provava a fatica a salvarci da un virus. Serpeggia in un consiglio di amministrazione dove il “zitto e mosca” non può essere un mandato accettato come se fosse legge. Forse serpeggia anche nel povero Panizza che Sgarbi ha voluto al fianco. Ma anche Panizza tace quando, in fondo, tutto sommato, resta pur sempre il presidente di un partito.

 

Cosa altro deve accadere prima che Fugatti e Bisesti prendano atto con paragrammatismo che il Trentino può anche fare a meno di una “CaserMart”? Da terra pacifista il Trentino può affidare a Sgarbi ripetute dichiarazioni di guerra a tutto e a tutti? Pubblicità dirà qualcuno in Provincia. Sì, ma pubblicità regresso. Il Bounty è roba da film e l’ammutinamento è un po’ demodè. Ma a volte anche un film può ispirare. Specie quando chi potrebbe risolvere il problema con una firma su una delibera di revoca ha la penna sempre secca.

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