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La scienza si mette in prosa. E meraviglia

Dal 22 febbraio a Sanbàpolis la seconda edizione dell'innovativo festival ideato da Andrea Brunello e Stefano Oss che al debutto ebbe un sorprendente successo. Spettacoli e lezioni "aumentate" per unire arte e ricerca in un linguaggio comprensibile, comunicativo ed emozionante. Esplorando i misteri. E per non stare a guardare il mondo che va a rotoli
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Di Carmine Ragozzino - 06 febbraio 2018

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Albert Einstein ci scherzava: seriamente. “E’ più difficile scindere un pregiudizio che un atomo”, diceva lo scienziato dal capello in libertà, eroe di una relatività prima estetica che teorica. Se si parla di scienza, il pregiudizio spesso – purtroppo -  incombe. E allontana da una frequentazione che a dirla tutta potrebbe essere salvifica per un’umanità che tra guerre, devastazioni ambientali e negazione di diritti sta elevando il nichilismo a formula quotidiana.

 

La scienza è ostica. Il  delirio delle formule è una manifestazione aliena. Eppure il pregiudizio – e non solo quello che riguarda la scienza - è una malattia curabile. La cura può dare ottimi  risultati – perfino sorprendenti – se esce da un laboratorio e si trasferisce in un teatro. Sì, perché la cura anti-pregiudizio è una pozione dagli ingredienti semplici: linguaggio, dialogo, clima, sorpresa, coinvolgimento.

 

Il “Teatro della meraviglia” – la rassegna che dal 22 febbraio al 4 marzo farà spettacolo “con” e “per” la scienza, non è più una scommessa. Al debutto – lo scorso anno – fece “bingo” la rassegna che materializza la doppia passione di Andrea Brunello per la fisica e per il teatro civile. Sanbàpolis, il teatro mai del tutto decollato dello studentato a Trento Sud,  fece il pieno. Non fu solo un pieno di studenti universitari e delle superiori.

 

Il cosiddetto “pubblico generalista”- di tutto un po’ per cultura e formazione – colse l’occasione. Si fece attrarre dall’irritualità di una proposta multipla: prosa e lezione, emozione e didattica, divertimento e conoscenza. O meglio divertimento della conoscenza.

Su questa scorta la seconda edizione del “Teatro della meraviglia” può solo migliorare il suo impatto e i suoi risultati. Ci credono – e ne ha hanno legittima facoltà – il registattore Andrea Brunello e Stefano Oss, responsabile del laboratorio della comunicazione della facoltà di Fisica a Mesiano. Ci credono l’Università e l’Opera universitaria che fa un’opera buona assicurando il sostegno logistico e promozionale alla manifestazione.

 

Con ogni probabilità ci crederà – ed è quello che più conta – un pubblico che nel “Teatro delle meraviglia” è chiamato a sottoporsi ad un esame del tutto particolare. Si può affrontare – comodamente seduti in platea, senza nulla sapere di protoni, materia, anti – materia, numeri e intelligenze artificiali.

 

Si passa l’esame mostrando disponibilità. La disponibilità all’intrigante che può diventare interesse e, perché no, passione per provare a rispondere alla domanda delle domande: “Dove andiamo?” Gli attori e i professori - chi anima i palchi e chi riempiono le lavagne di geroglifici o le provette di strani colori salva-vita – nel “Teatro delle meraviglia” si fanno compagnia. Non è un modo di dire.

 

Gli spettacoli – indagano su misteri che il progresso scientifico rende sempre memo misteriosi. Lo faranno anche quest’anno volgarizzando esperimenti e teorie sull’universo, sul corpo, sulla mente. Spettacoli che Andrea Brunello annuncia magici per intensità. Ma è una magia senza trucchi e senza inganni: la magia di una conoscenza che può toglierci dalle peste. E la magia dell’arte – (teatro e non solo) – che se si mette al servizio della conoscenza permette a tutti – (ma proprio a tutti), di entrare nel laboratorio della vita senza camice, mascherine e altre sterilità.

 

Agli spettacoli del “Teatro della meraviglia” gli studiosi, gli esperti, danno sostanza. Una sostanza di argomenti, di ricerca, di passi avanti sempre più grossi e sempre più importanti. Ma nel “Teatro delle meraviglia” gli scienziati non stanno dietro le quinte. Vanno in scena, si prendono la scena. Nelle “lezioni aumentate” che s’alterneranno agli spettacoli avranno però “l’aiutino”. L’aiuto, cioè, di  un artista per così dire “guardiano”. Attento a quel che la scienza racconta ma ancor più attento a farla raccontare in un modo comprensibile, divulgativo, stuzzicante.

 

“Quello che vogliamo fare con il Teatro delle Meraviglie – dice Andrea Brunello – è una celebrazione al tempo umile ma fortemente convinta. La scienza e l’arte sono le due cose più preziose che abbiamo. Dobbiamo valorizzarle entrambe. Proviamo a dimostrare che l’esperimento si può e si deve fare”. Come lo dimostreranno? Passando dalle operette morali di Giacomo Leopardi ai viaggi di Dante verso un Paradiso messo in relazione con la fisica contemporanea. Oppure affidandosi a tre scienziati che armeggiano tra laser, specchi e cascate di gas per far illuminare le proprietà della luce e le potenzialità della materia.

 

E ancora, cucinando. Il “master chef”  della scienza non è fatto per soli Bastianic-contrari ma di termodinamica, moto browniano o sospensioni colloidali. Ma il “master chef” della scienza è un gioco salutare – serve ad evitare l’indigestione di schifezze – senza smettere di essere un gioco. Una scienza che nel “Teatro della meraviglia” non scappa dal quotidiano. Anzi, mira a darne una chiave di lettura piuttosto utile: destra e sinistra, ad esempio, sono già distinte a livello delle leggi fondamentali dell’universo.

 

Volendo esagerare si potrebbe azzardare che se nell’universo destra e sinistra sono distinte è antiscientifica la tesi imperante che le vorrebbe indistinte nella miseria della politica nazionale. Ma questa è altra storia. Una storia che non c’entra con il “Teatro delle meraviglia”. O forse, al contrario, c’entra eccome.

 

“Se capiamo quanto la scienza sia necessaria per l'uomo – spiega Andrea Brunello - quanto possa indicarci la strada per migliorare noi stessi e il mondo forse la smetteremo di far del male a noi stessi e al mondo”. Non è utopia. E’ semplicemente buon senso. Quel buon senso che il “Teatro della meraviglia” prova ad attrezzare con argomenti solidi che si adattano alla comunicazione e alla fascinazione della prosa.

 

Una fascinazione – il rapporto tra scienza e teatro – che sta crescendo anche tra chi il teatro lo pratica. “Abbiamo avuto un centinaio di proposte – dice Andrea Brunello – e crediamo di aver scelto il meglio per concretezza scientifica dei messaggi e per capacità di comunicazione. Il festival è solo al secondo ma la  sua unicità credo stia davvero emergendo in campo nazionale”.

 

“Il teatro della meraviglia” aprirà il 22 febbraio con “Des revulutionisbus, la miseria del genere umano” della compagnia siciliana pluripremiata Carullo-Minasi. Uno spettacolo sul doppio assassinio della dignità umana e della natura. Lo stesso Brunello, (Arditodesio/Jet Propulsion Theatre) proporrà “Noi robot”, un’esplorazione del cervello umano in relazione al cervello collettivo, (l’universo). E si capirà, con amarezza, come e quanto involve il primo rispetto all’evoluzione del secondo. Con “Fatti e numeri” il Teatro dell’Orsa s’aggrappa al bisogno di rendere i cittadini liberi anziché solo consumatori. Gli “open data” sembrano arzigogoli? Macché, sono l’acquedotto pubblico da cui sgorga la possibilità di leggere e capire i cambiamenti.

 

“Sotto un’altra luce” è un inno alla curiosità. Senza curiosità non c’è ricerca. Senza ricerca non c’è scoperta. Ma lo stupore di fronte ad un fenomeno scientifico è lo stesso che si prova davanti ad un sipario che si apre. E infine le lezioni. Aumentate dall’arte, in scena. Saranno tante, dall’”Ultima passeggiata sulla luna” - che fa passeggiare un docente e un musicista – al vocabolario che traduca l’incomprensibile di “Il cosmonauta, Dante alle origini dell’Universo”. E ancora da “Parla come mangi” alle “Cose dell’anti mondo”.

Non tutto, ma di tutto. La scienza a teatro non si pone limiti – fa capire Brunello – e sembra destinata a fare proseliti oltre il pubblico: un investimento. “La più grande soddisfazione? – spiega il promotore – una quarantina di studenti che si sono offerti di collaborare all’organizzazione del festival. Lo scorso anno erano 16”. Non tutto ma di tutto.

 

 C'è una speranza. Che è di chi scrive. Speriamo che la scienza un giorno ci faccia capire dove finiscono i neuroni dell’umanità perduta. Ritrovassimo quelli di razzisti, dei fascisti, dei fancazzisti e dei Salvini ci iscriveremmo ad un corso rapido di neurochirurgia per reimpiantarli. C’è un vuoto  di cultura e di umanità da riempire. I buchi neri non sono solo nell'universo. Se ci inghiottono, è finita.

 

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