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Non chiamiamolo ''esame di maturità'', questa volta siano le commissioni a prendere appunti su quanto hanno vissuto gli studenti

Se quella del 2020 deve per forza essere ancora la maturità, che sia almeno una maturità alla rovescia. O al contrario. O fate voi. Che sia, insomma, un’occasione. La maturità 2020 è la convivenza imbarazzante con il lungo divieto di vicinanza, è il figlio che scopre il terrore di un padre e di una madre che rischiano il lavoro, è un nonno o una nonna che se ne vanno lasciandoti i ricordi e l’orrore di un ultimo saluto negato
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Di Carmine Ragozzino - 18 maggio 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Ma perché insistere a chiamarlo “esame di maturità”? Già prima della pandemia questa definizione, ad alto tasso di paternalismo, strideva come e più di un disco dei freni quando ulula la sua usura. Oggi l’era virale ha costretto e costringerà tutti ad una revisione costante, non programmata e non programmabile, del proprio vivere. Anche del vivere giovane. Perseverare nel voler decretare la “maturità” di ragazze e ragazzi appare oggi un atto piuttosto immaturo. Stavolta la definizione “esame di maturità” rasenta l’offesa.

 

Certo, il rito – quel rito che riforme e controriforme abborracciate non hanno mai saputo vestire di presente - sarà irrituale. Ci sarà una forzata rivoluzione nei tempi e nei modi dell’esame. Che però resta un esame. L’esame sarà un accompagnamento molto più indolore del recente passato verso i centesimi che indirizzano all’università, oppure all’addio agli studi. Nell’uno e nell’altro caso sarà arduo trovare il recapito di un lavoro. Ancora più arduo aggiungere la parola “futuro” alla carta d’identità dei neo maggiorenni. Esame di maturità “come virus comanda”. Muteranno i criteri. Si andrà per sottrazione: di regole e di consuetudini. Più corto: un’ora. Minore il tempo stress. Un tempo – quello delle prove scritte e del colloquio orale - che prima durava giorni e notti.

 

Sarà più amica - (probabile ma non scontato) - la commissione: tutta interna meno uno, il presidente esterno. Che ad occhio stavolta varrà davvero uno. Se lo si fosse evitato non sarebbe crollato il mondo. Rischia invece di essere più frustrante che mai la dinamica emergenziale dell’esame. Che è solo apparentemente rassicurante. I cinque candidati al giorno, scaglionati nel loro appuntamento con il primo dei traguardi in salita. Con prussiana disciplina sanitaria, non avranno il conforto amicale. Non quello “fisico”, almeno. Non quella fisicità del cazzeggio solidale che caratterizzava il primo e il dopo esame. Sì perché l’esame di maturità era un fatto singolo da declinare collettivamente. Nell’epoca vicinissima ma ormai lontanissima della normalità, si svolgeva dentro ma soprattutto fuori l’aula del tribunale didattico. Un tribunale quasi per nulla propenso alle condanne, ma pur sempre stimolo di timori e di ansie.

 

La maturità virale non sarà tecnicamente uno spauracchio – (adelante ragazzi, c’è di peggio). Tuttavia il paradosso del nome dell’esame è tutt’altro che una mera questione linguistica. Se quella del 2020 deve per forza essere ancora la maturità, che sia almeno una maturità alla rovescia. O al contrario. O fate voi. Che sia, insomma, un’occasione. Si poteva chiamarla “lezione di sopravvivenza”. Oppure “adesso fateci capire”. O anche ''Paperino'', che fa lo stesso. Ma non “esame di maturità”.

Un esame in stato di necessità sarebbe potuto diventare un’enciclopedia di sentimenti: scritta, anzi raccontata, dagli studenti. Un’enciclopedia di pensieri espressi ma anche dei tanti pensieri inespressi. Pensieri grandi, piccoli, medi ma in ogni caso intensi, unici.

 

Sentimenti, quelli sì, didattici. Il “tutto chiuso”, il “tutti a casa” è stato un esercizio di vita prigioniera durato un paio di mesi che valgono anni. Un esame di continua (o discontinua) maturità che i ragazzi hanno sostenuto giorno dopo giorno nelle case. Si sono interrogati da soli e spesso ci hanno azzeccato in sensibilità e comprensione quando si sono ritrovati a tavola colazione, pranzo e cena. La tavola dell'imprevisto famigliare: un esame forzatamente duraturo, non intermittente. La maturità 2020 è una gioventù inviata senza processo all’ergastolo delle abitudini, degli affetti, degli ormoni. Del disequilibrio tra effervescenza e depressioni tipiche di un’età comune. Ognuno ha dovuto misurarsi con sé stesso e con gli altri. Ognuno in modo diverso.

 

La maturità 2020 è la convivenza imbarazzante con il lungo divieto di vicinanza: un trauma per una generazione che comunica con la vicinanza degli abbracci e dei baci prima che con le parole. Troppi adulti la ignorano questa vitale necessità di vicinanza. Si crogiolano nell’illusione che un cellulare sia una filosofia piuttosto che uno strumento. La maturità 2020 è la presa di coscienza. La maturità 2020 è il figlio che scopre il terrore di un padre e di una madre che rischiano il lavoro. È la frenesia di un fratello e di una sorella più piccoli che non ti lasciano in pace in uno spazio troppo piccolo per tutti. È rendersi conto che non ti è concessa più alcuna ora d’aria. La maturità 2020 è un nonno o una nonna che se ne vanno lasciandoti i ricordi e l’orrore di un ultimo saluto negato. La maturità 2020 è una chat nella quale ti rifugi per aggrapparti alla tua urgenza di comunità o di tribù. L’urgenza di un’altra comunità: la tua.

 

La maturità è anche la video-chiamata in gruppo: un “Presente” che non sarà mai come l’appello in classe. È anche uno spritz telematico: sul momento mette allegria ma poi ti si pianta sullo stomaco. La maturità 2020 è una nuova, sconosciuta, forma di resistenza, o resilienza. Si dice che i ragazzi hanno resistito meglio, che sono stati più resilienti degli adulti. Sarà anche vero se è vero che l’isteria che ha fatto la cronaCovid è parsa piuttosto avanti con gli anni. Ma chi sproloquia che i ragazzi sono più resilienti perché assuefatti ai cellulari e agli altri tecno aggeggi, s’aggrappa ad una teoria scema. O consolatoria. Certo, sono ragazzi più abili, meno imbarazzati, nella tecnologia. Ma certo non sono alieni da una realtà che ha imposto a loro la ricerca e la valorizzazione di ogni residuo di energia per far fronte all’imprevedibile.

 

Ecco perché non si può sentire che il giugno di quest’anno sia ancora il giugno dell’esame di maturità. Non è giusto chiamarlo ancora “esame di maturità”. Nell’utopia di una scuola che” impara” anziché solo insegnare, gli studenti non dovrebbero essere “esaminati”. Non sulle materie, almeno non stavolta: per quello bastano cinque anni di lezioni e ce n’è di troppo. Questa volta, come non mai, gli studenti andrebbero semplicemente ascoltati: “Diteci se per voi il virus è stato un accidente o un’occasione. Come e perché”. Dei loro racconti – un’ora è abbastanza se si lasciano per una volta alla porta Manzoni e Cartesio – la commissione dovrebbe prendere appunti: con cura. Messi assieme – da nord a sud isole comprese – quegli appunti potrebbero diventare una poderosa radiografia di una generazione: prima, durante e dopo il Covid 19.

 

Una radiografia “matura”. Una chiave di lettura, di scoperta. Di conferme e di sorprese. Una radiografia “matura” costruita su un esperimento sociale mai così importante perché mai ad una ragazza o ad un ragazzo è stato chiesto così tanto in così poco tempo. E chissenefrega se non ha metabolizzato il primo principio della termodinamica.

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