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Otto registi per lo stesso testo assurdo. "Fantasio al potere"

La ventesima edizione del premio quest'anno ha lanciato la sfida complicata di Ionesco che attraverso il non senso dei dialoghi comunica l'incomunicabilità. Ha vinto Francesco Sgrò mettendo in scena una ribellione affidata a due attori di talento. Ma sul palco del teatro di Villazzano vincono le idee, la passione, l'entusiasmo e l'interazione che si respirano in ognuno degli otto mini spettacoli. E questo conta più della classifica
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Di Carmine Ragozzino - 10 dicembre 2019

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

I signori Smith, i signori Martin, la cameriera Mary, un pompiere, (ma anche no). Personaggi in cerca di autore? Semmai, personaggi in cerca di un senso. Anzi no, personaggi in controsenso. Non c’è una storia, non c’è una trama, non c’è nulla che corra in aiuto allo spettatore quando si arrovella per capire quando gli si chiede solo di stare dentro il gioco senza porsi chissà quali domande.

 

 C’è dunque, semmai, un dissenso: dalle regole e dai riti della prosa.  Il dissenso praticato da Eugene Ionesco nel lontano 1950. Senza quell’incalzante incedere nel nulla verbale il teatro di Ionesco non sarebbe mai diventato un “genere”. Un genere copiato, interpretato, maltrattato, coccolato, stravolto. Eccetera. Non ci sarebbe stato il “teatro dell’assurdo” senza la presa per i fondelli – all’inglese – della pochezza borghese inglese: targata Ionesco.  Senza il suo teatro – non teatro, cioè, che fa dell’incomunicabilità una delle più coinvolgenti, spiazzanti e provocatorie forme di comunicazione.

 

 Per approcciare – oggi - il teatro dell’assurdo occorre avere un certo coraggio e una buona dose di adesione ai guai crescenti della contemporaneità. Serve una fantasia ben calibrata. Serve “Fantasio”. Sì, il “Fantasio”, l’appuntamento culto tra le stagioni del Teatro di Villazzano. Il “Fantasio” è una sfida tra regie. Una sfida tra registi che ormai da vent’anni, (un bel traguardo, mica bruscolini), sono chiamati a cucinare e servire la loro creatività teatrale utilizzando tutti gli stessi ingredienti, (identico testo), per proporre piatti dai gusti assolutamente differenti l’uno dall’altro.

 

  È un po’ come la “mistery box” di Master Chef. Solo che dal contenitore non escono cipolle o tagli di manzo: escono attori. Un gruppo di attori (alcuni talentuosi, tutti appassionati) vengono assegnati “a caso” ad ogni regista-cuoco. Si cucinano le idee al Fantasio. Le idee, (teatrali), diventano sapori che lasciano al palato, (dello spettatore), la voglia di andare oltre l’assaggio per immaginare come e quanto registi e attori sapranno crescere.

 

  Sì perché il “Fantasio” – realtà sempre più solida nel suo intento di mettere in vetrina tanta qualità artistica, magari acerba ma certamente meritevole di un palco – è più una missione che un concorso. Il “Fantasio” regala l’occasione di intuire come e quanto registi e attori possano crescere quando vengono messi nelle condizioni di interagire prima ancora di agire. Prima di creare. Prima di dirigere. Lo fanno vivendo tutti assieme, per una decina di giorni, il delirio singolo e collettivo degli allestimenti a costo infimo (un budget di 100 euro) ma straricchi di intensità, emotività e, perché no, di idealità.

 

 Al “Fantasio” nascono una serie di mini spettacoli: questo è il concorso. Ma al “Fantasio” si coltiva la cultura intensiva dello scambio e del confronto. E questo va al di là e conta di più del concorso. Nel periodo di residenza al teatro di Villazzano – sede di costruzione e messa in scena dei “corti” (spettacoli di 18 minuti, non uno di più ma volendo anche di meno), si sperimentano anche la stima reciproca e la solidarietà tra i partecipanti. Sono sentimenti che si respirano prima, durante e dopo le otto “piece” – gli otto studi – che alla fine decretano un vincitore.

 La condivisione di intuizioni, competenze, curriculum, certezze e dubbi, sogni e speranze legate al teatro: questo è il “Fantasio”. E per questo il “Fantasio” è un concorso empatico prima che simpatico.  Tuttavia il “Fantasio” resta “anche” un concorso. E quest’anno – affrontando “La cantatrice calva” ha alzato non poco la posta della sua scommessa annuale.

 

 “La cantatrice calva” di Ionesco è – infatti – è rompicapo per chi lo maneggia e per chi assiste al prodotto del maneggio. Le parole, un fiume in piena, viaggiano per conto loro. Si rincorrono ma non si incontrano. Significati? Probabilmente tanti, ma tutti sottotraccia. A partire dalla critica ferocemente divertita di una società perfettina ne modi ma drammaticamente vuota di contenuti.

 

 E allora che fare? Allora campo libero al teletrasporto del contesto di metà 900 per collocarlo nel presente. Eccolo il filo preso in mano – ognuno con la propria sensibilità – da tutti gli otto registi finalisti al “Fantasio” nella finale di alcuni giorni fa a Villazzano.

 

 Ha fatto più centro degli altri chi all’incomunicabilità si è ribellato in modo palese. Francesco Sgrò ha indicato a due attori centrati e concentrati , (Sathya Nardelli e Giacomo Martini), una strada di libertà: frantumare l’involucro della separazione e “ritrovarsi” nelle effusioni. Senza vestito, senza maschera. Quasi nudi alla mèta di un rapporto nel quale, finalmente, le distanze si annullano e la scena riconquista un senso “fregando” il non senso del testo.

 

 Sgrò ha vinto il “Fantasio” 2019 con un accenno di spettacolo che se diventerà opera finita ne farà vedere delle belle. Un altro regista – Tomaso Pitta – si è guadagnato la menzione catapultando Ionesco in una casa di riposo. Nelle case di riposo è dura trovare convergenze tra i monologhi dei vecchi che hanno pezzi di mondo da raccontare ma lo raccontano quasi sempre solo a sé stessi. Una trovata? Ma no, tanto rispetto e perfino una certa invidia per quell’assenza di inibizioni e di regole che negli ospizi è scomoda, imbarazzante ma “vera” normalità.

 

  Ha fatto colpo, al “Fantasio” di quest’anno, anche la scommessa tra teatro e fisica di Piera Mungiguerra. Divertendosi e divertendo tra voci mutanti ed ombre, la regista ha portato sulla scena perfino il “principio dell’indeterminazione” di Heisemberg. Per dire che? Per dire che alla società servono intrecci, relazioni, attitudine alla comprensione reciproca. Tutto ciò che oggi sembra disperdersi nell’universo delle solitudini ad una velocità maggiore di quella degli elettroni.

 

 “La cantatrice calva” di un regista napoletano, Fabio Pisano, ha chiamato a recitare anche l’assurdo della politica-non politica. Solo rimandi con filmati e foto: ma quanta voglia di salvarsi da una comunicazione fagocitante che amplifica il nulla in un quotidiano rap dei neuroni bruciati dall’ego, dalla falsità e dall’inconsistenza da talk show perenne

 Francesco Leschiera ha confezionato un suggestivo parallelo tra Ionesco e Bacon. I quadri amorfi e il parlarsi addosso. Continuo, ossessivo, superficiale, televisivo. E si salvi chi può. Una cantatrice erotica per concludere che un bacio vale più delle parole. Una cantatrice intercambiabile per suggerire che la vita è un gioco di ruoli, spesso tragico.

 

 Al “Fantasio” si è visto di tutto. Ma più di tutto – (più dei “risultati” del concorso ai quali hanno contribuito, dividendosi, tre giurie) – si è capito una volta di più che è il “Fantasio” è un concorso dove per chi fa teatro esserci, conoscersi e farsi conoscere, conta più di vincere. Un teatro di incontri, il “Fantasio”. Incontri che meritano un augurio: lunga vita. (Ps: essendo teatro dell'assurdo va da sè che deve essere assurda anche la posa di regista e attori vincitori. Quindi foto orizzontale)

 

 

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