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Piazza Dante, c'è chi vuole recintarla spostando solo il problema altrove e chi storpia Lucio Dalla dicendo il contrario di quello che Dalla pensava. Tutto fa brodo

Presente e futuro. Immaginario, ma non troppo. Da ieri sera Piazza Dante è chiusa. Inferriate, alte, al perimetro. Cancelli, chiavistelli. Alle 22 chi è dentro esce. Chi è fuori non entra. Per qualche minuto il problema dei problemi è cancellato. I delinquenti sono tutto meno che fessi.
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 28 giugno 2017

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Presente e futuro. Immaginario, ma non troppo. Da ieri sera Piazza Dante è chiusa. Inferriate, alte, al perimetro. Cancelli, chiavistelli. Alle 22 chi è dentro esce. Chi è fuori non entra. Gongolano gli strateghi della sicurezza semplificata, ridotta all’osso di uno slogan. Dal pugno di ferro alle grate. Di ferro. E’ fatta.  Ora le Gazzelle e Pantere, le auto dell’ordine pubblico, non si danno più appuntamento con i vigili urbani e i finanzieri per i filò della preoccupazione in divisa. Per qualche minuto il problema dei problemi è cancellato.

 

Per qualche minuto, appunto.

 

I delinquenti sono tutto meno che fessi. Piazza Dante non è un’isola. Puoi illuderti di isolarla dai guai – che per altro non sono solo notturni - con un paio di giri di chiave. L’illusione della ritrovata serenità - la tranquillità beffarda di un deserto – dura un flash.

 

Tanto è bastato a chi metabolizza il rigore ridendoci su. E infatti chi aveva fissato in Piazza Dante il suo indirizzo dell’illecito è già in pieno trasloco. I guai non spariscono. Semplicemente, si spostano. Capirlo non era difficile. Gli strateghi della sicurezza che non rassicura non l’hanno capito. Non lo capiranno.

 

Il contesto urbano attorno a Piazza Dante è  ancora più invitante. Piazza Santa Maria è ad uno sputo. Così via Pozzo. Così il sottopasso della stazione che porta in una via Buonarroti che per oscurità si presta alla bisogna del trafficante e del cliente. E così la zona verso Torre Verde e quella già di per se dimenticata di  San Martino.

 

Piazza Mostra, poi, è una manna: cerchi il malavitoso da una parte e ti scappa dall'altra: sbuca in via Suffragio in un battibaleno o devia verso l’area di san Marco. E così, puntando la lente sulla mappa della città, ecco un fottio di altre possibili location. Un dedalo  ad uso potenziale della criminalità di piccolo e medio cabotaggio. Un dedalo di impaurita tristezza sociale.

 

Le pattuglie, dunque, ripattugliano. I tutori dell’ordine che eseguono gli ordini strozzano ogni maledizione in gola. Epperò – ci si giura – maledicono. Saltano il “giro” - concordato interscambio tra tutori - di Piazza Dante. Si ritrovano a fare le trottole, con e senza sirene,  in un sacco di posti. Un sacco di posti in più. Magari meno centrali. Magari più periferici.

 

La realtà di chi delinque è costruita su un dinamismo instancabile. I maratoneti della dose sono allenati. E s’allena anche chi – mica sempre straniero – la dose la cerca. Sono più mobili - è la duttilità criminale - di chi per organizzazione, forze, finanze e turnistica è costretto a dosare sia l’opera di prevenzione che quella sacrosanta di una repressione. Una repressione colabrodo: fermo, caserma, tribunale e, di nuovo, strada.  Il circolo vizioso del diritto che se non ci fosse non sarebbe diritto.

 

L’hanno chiusa Piazza Dante. Ma non potendo chiudere l’intero centro – e di conserva ipotetica anche l’intera periferia di parchi ed antri - hanno finito con il materializzare un paradosso. Il paradosso della soluzione estrema – a furor di popolo-  per un problema che provoca la contemporanea apertura di una puntiforme molteplicità dello stesso problema.

 

E non solo. Che ci sta a fare dentro un parco che si sbarra al calar della notte un locale che proprio di notte – con la movida studentesca – aspira a campare? Beh, i soloni della sicurezza parolaia non ci penseranno più di tanto: chiudiamo anche quello. E già che ci siamo chiudiamo mezza Trento, se non tutta. Che sarà mai un po’ di coprifuoco? Non scandalizzerà certo i trentini non più giovani.

 

Loro, noi, sono cresciuti in una città che si spegneva alle sette di sera. E dei giovani d’oggi, delle migliaia di universitari che “spritzano” rumorosa aggregazione dalle 21 in avanti, chissenefrega. Che studino. Che paghino gli affitti e ingrassino i proprietari a 250 euro a letto. Ma che non accampino pretese. La città va chiusa, possibilmente sigillata. E pensare che c’è chi ancora crede che l’animazione di un luogo lo renda più sicuro.

 

Ci raccontano, soloni, che un problema – sì perché la micro delinquenza è un problema – non si affronta cincischiando distinguo sociologici. Chi s’azzarda a “distinguere” è un appestato. Malato di buonismo. Il celodurismo che contagia ormai destra, centro e sinistra non contempla tentennamenti. La razionalità, la semplice attitudine ad un minimo di pensiero, è considerata “collaborazionismo”.

 

Eppure si dovrebbe almeno provare a ragionare sulla differenza tra chi ignora le regole di convivenza e chi invece non sa come fare a vivere, (altro che convivere) senza un tetto, un euro, un lavoro, una parvenza di dignità umana e sociale. Se poni la questione in quest’epoca di pensieri spiccioli e pressappochisti sei un fiancheggiatore dei delinquenti.

 

E allora fate voi. Chiudete, sbarrate. E se ce la fate, rincorrete chi troverà sempre un’alternativa. Analizzare fino in fondo, laicamente, la complessità dei fenomeni più scomodi e più imbarazzanti per una città – (e giuro che sono scomodi ed imbarazzanti anche per me) – non è perdere tempo. Né minimizzare. Non è scappare di fronte alle devianze per  negarle, rifugiandosi nell’anacronismo di una solidarietà ideologica e pelosa.

 

Ma conoscere la popolazione che abita le panchine - provare a identificare e separare davvero malviventi da  disperati  è un passo indispensabile, irrinunciabile. E’ ciò che fa la differenza tra l’azione di testa e l’azione di pancia. Volenti o nolenti.

 

I barboni sono iconografia: nostalgica. Dei barboni, l’Arturo, el Tullio e gli altri, si sapeva tutto. Dei multicolor stazionanti in Piazza Dante e altrove non si sa nulla. E soprattutto non si vuole sapere. Cosicché vince la semplificazione. E perde l’intelligenza. Ci si immola alla vulgata – comprensibile ma pur sempre vulgata – del “sono tutti spacciatori, tutti probabili accoltellatori, eccetera”.

 

Metterla così è fin  troppo facile. Ma dove porterà? Chiuderemo una piazza, un parco, due, tre. Sbarreremo ogni  porta. Ci imprigioneremo progressivamente dentro un’illusione di sicurezza perdendo le chiavi del buonsenso. Gli sconfitti non saranno i delinquenti che s’attrezzeranno comunque al losco. Sconfitta sarà l’idea di una comunità, di una società, capace di fare i conti con le contraddizioni e con i cambiamenti repentini e inarrestabili del suo tessuto. Anche le contraddizioni più scomode, più preoccupanti, più irritanti.

 

E allora forse è tempo più di carota che di bastone. Anzi no, di entrambi. Il bastone serve. Occorre randellare, (ma per davvero), i malavitosi d’ogni nazionalità quando fanno i malavitosi. Ma se passa l’equazione ogni straniero nullafacente è malavitoso ringrazieranno, indistinguibili, solo i delinquenti veri. Potranno confondersi e confondere più di quanto non facciano, abilmente, oggi.

 

Quale carota dunque? Quella che farà certo esplodere la bile dei paladini di una sicurezza insicura. E cioè un lavoro attento, duro e trasparente per separare l’umanità dei “senza nulla” da quella che sul nulla – l’assenza di prospettive – lucra e guadagna.

 

Ai primi va data qualche briciola di opportunità: una dignità di sopravvivenza che chieda in cambio lavoro, impegno e perché no “delazione” al fine del proprio bene. E’ il modo per evitare che ingrossino le file dei secondi fino a trasformare una banda in un esercito. Con i secondi non ci vuole né pietà né la pietosa e inconcludente “azzeccagarbuglieria” giudiziaria.

 

Ma gli uni sono gli uni e gli altri sono gli altri: stranieri sì, ma non tutti uguali. Non accettarlo, culturalmente prima che operativamente,  è contribuire ad ingigantire anziché risolvere il problema. Che resterà problema anche in una città chiusa a doppio o triplo mandato. Tutto qui. Ma è un tutto che sfida la cultura di un’amministrazione.

 

Un tutto che deve stimolare il cervello piuttosto che far tendere i muscoli. Cultura è interpretare tutte le pieghe di un fenomeno per provare a governarlo con l’aiuto chi  ha idee ed esperienze da mettere in campo. Cultura è non imboccare scorciatoie che portano al vicolo cieco. Cultura, i primis per chi amministra, è non cadere nella trappola delle banalizzazioni. Quella appunto delle semplificazioni.

 

Su Piazza Dante si cimentano tutti. Non sempre a proposito. Si è cimentato di recente anche un comico,  Mario Cagol, che ci ha scritto un inno alla “restituzione”, (ai trentini), scimmiottando la meravigliosa Piazza Grande di Dalla. Ma Lucio Dalla, in piazza Grande, stava con gli ultimi: “Santi che pagano il mio pranzo non ce n’è sulla panchine…”.

 

Cagol fa il furbetto. Guadagna pagine di “bravo” sui siti sfruttando le note di Dalla. Ma canta, (canticchia), il contrario di quel che Dalla pensava, diceva e incideva. La semplificazione è questo. Tutto fa brodo. Nella fattispecie, un brodo sciapo.

 

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