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Tra libertà di culto e libertà di cultura cambiano solo tre lettere ma le chiese aprono, i teatri e i cinema no

È evidente lo stridore tra i “non vi dimenticheremo” e l’evanescenza delle prospettive offerte al settore. Migliaia e migliaia di lavoratori dello spettacolo non sanno se e come sbarcheranno il lunario. Scorrendo il protocollo risulta evidente che qualche modo ci sarebbe: volendo. Senza esagerare, ovviamente. Senza strafare, ovviamente. Senza un rischioso “liberi tutti” ovviamente. Ma tant’è
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 09 maggio 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

TRENTO. Rispettoso. “I fedeli hanno diritto al culto, alle messe. Non discuto il via libera che il Governo ha decretato ieri”. Rispettoso sì, ma perplesso. È perplesso ma non vuole travisamenti Francesco Nardelli, il direttore del Centro Servizi Culturali Santa Chiara: “La Chiesa festeggi pure. Ma a noi tocca solo piangere?”. Nardelli ha letto e riletto il protocollo che concede alla Chiesa una “graduale ripresa delle celebrazioni liturgiche con il popolo”. Un protocollo che evita al Governo solenni penitenze. Il direttore del Santa Chiara non si sogna di criticare: né le aspettative della Chiesa né le pronte concessioni dello Stato. “Non mi permetterei mai”, dice e ripete. Non discute i contenuti dell’accordo che dal 18 maggio riporterà la gente a messa.

 

Sta in guardia Nardelli perché la materia è spinosa e perché può farsi violenta la suscettibilità non tanto delle tonache quanto di chi tira le tonache nel terreno di una politica dove si crocifigge la serietà della fede per scopi ignobili. Non critica, Nardelli. Semmai azzarda un rilancio. Sfruttando l’occasione. Lo fa con una domanda semplice: “Se a precise e condivisibili condizioni si è deciso che si possono riattivare le messe in chiesa, perché mai non è possibile avviare qualche sperimentazione per teatri, cinema e luoghi di cultura al chiuso e all’aperto?”. La risposta alla più che legittima questione posta da Nardelli non richiede certo complicate elaborazioni. Se i vescovi s’arrabbiano, nonostante il Papa predichi buon senso e toni bassi, la politica trema. Tutta la politica, ad ogni latitudine. Le scelte sono conseguenti: rapide, un poco genuflesse. Prevedibili.

 

Se invece ad arrabbiarsi è il mondo vasto e scarsamente considerato di chi campa di cultura - di chi aiuta il “popolo” che frequenta le arti a campare meglio - beh, non trema nessuno. Non la politica. Non il Governo che pure, con un buon ministro, giura sostegno. Che forse ci proverà anche a dar sostegno. Ma con lentezza e confusione. È evidente lo stridore tra i “non vi dimenticheremo” e l’evanescenza delle prospettive offerte al settore. Migliaia e migliaia di lavoratori dello spettacolo non sanno se e come sbarcheranno il lunario. Oggi, domani, tra mesi, tra un anno. Forse – citazione amara degli Squallor – “il 38 luglio”. Milioni di persone - i pubblici - non hanno la minima idea di quanto sarà loro vietata quella crescita personale e collettiva, quell’indubitabile progresso sociale, cui la cultura contribuisce. Un contributo multiforme. Di espressività ma più di tutto di aggregazione. Un contributo che per altro è economicamente rilevante.

 

Tutto questo e molto altro potrebbero spiegare per ore Nardelli e tutti gli operatori della cultura. Ma qui proviamo a spiegarlo noi. Meglio precisarlo a scanso di equivoci. Per correttezza nei confronti di Nardelli e forse anche per evitargli scomuniche. Più politiche che religiose. Lui, il direttore, si concede solo un bis, come a teatro: “Se si è trovato il modo di autorizzare le messe, il culto, perché non si trova il modo di autorizzare anche lo spettacolo?”. Scorrendo il protocollo risulta evidente che qualche modo ci sarebbe: volendo. Senza esagerare, ovviamente. Senza strafare, ovviamente. Senza un rischioso “liberi tutti” ovviamente. Ma tant’è.

 

Al primo punto della versione Covid del Concordato Stato-Chiesa si stabilisce che l’accesso individuale ai luoghi di culto si deve svolgere in modo da evitare ogni assembramento sia nell’edificio che nei luoghi annessi. È forse sacrilego immaginare la stessa norma per i luoghi dove si offre cultura e spettacolo, (teatri, cinema, sale), specie se in spazi aperti, visto che non siamo in inverno? Il protocollo obbliga al distanziamento nelle chiese: almeno un metro laterale e frontale. È sacrilego prevedere lo stesso metro, nel caso degli spazi aperti anche di più, per lo spettacolo? Ancora. Accesso contingentato in Chiesa, uso delle protezioni ormai di uso comune, volontari che favoriscono accesso e uscita, vigilando sul numero massimo di presenza consentita. Se vale per le Chiese non potrebbe valere anche per la cultura? Dove sta l’ostacolo? Qualcuno ha idea di che lavoro hanno sempre svolto le maschere nei teatri?

 

Certo, all’aperto sarebbe più facile garantire distanze e meno facile controllare i flussi di pubblico. Ma non sarebbero barriere insormontabili, se prevalesse la voglia di scavalcarle con un accordo serio tra istituzioni, enti culturali, associazioni, realtà professionali. Considerando poi che nel mondo culturale, la fantasia e la creatività possono essere messe al servizio anche di una logistica dell’emergenza. I risultati, c’è da scommetterci, potrebbero essere sorprendenti. Vade retro irriverenza, ma alcuni punti del mini Concordato sembrano puntare più sulla fede che sulla sicurezza. D’altra parte si è perfettamente in tema. Si stabilisce con tutti i crismi, infatti, di “raccomandare ai fedeli che non è consentito accedere alle celebrazioni in caso di sintomi influenzali e respiratori o in presenza di temperatura corporea di 37.5 gradi. Idem, messa vietata, a “coloro che sono stati in contatto con persone positive al Covid 19”. Ora, può essere che nella pratica all’ingresso delle chiese qualcuno misurerà la febbre, anche se nel protocollo non lo si specifica. Ma tra tamponi carenti e asintomatici, come si stabilirà l’assenza di pericolosi contatti pregressi con malati di virus?

 

Se questo è il grado di prevenzione stabilito, cioè una certa vaghezza, non si capisce perché il criterio non possa essere applicato anche allo spettacolo. Magari rafforzando ancora più la prevenzione con un patto specifico. E’ un mistero, ma non della fede. Il capitolo igienizzazioni, quello sì, va nei particolari. Liquidi per le mani, pulitura costante anche dei microfoni oltre che di vasi sacri, ampolle e acquasantiere. Un organista sì, il coro no. Tutto, sempre per aderenza al tema, “sacrosanto”. Ma in un teatro a pubblico ridotto – metti l’auditorium, ma anche un cinema, una piazza o un parco – è proprio così impossibile prevedere regole simili, magari anche più stringenti? Boh. Certo, il problema dei problemi sarebbe regolare in sicurezza le attività di palco, tutelando artisti e tecnici. Ma sui “tavoli” – (un’infinità di tavoli nazionali e anche locali tra rappresentanti del mondo dello spettacolo ed istituzioni, tavoli che per ora non quagliano) – di proposte ragionevoli e praticabili gli addetti ai lavori artistici ne hanno presentate una montagna.

 

In fondo tra libertà di culto e libertà di cultura cambiano solo tre lettere. Sfidando l’accusa di blasfemia insistiamo. La messa serve a curare le anime, migliorandole. La cultura? Pure. Tuttavia pratica le arti, chi le promuove, chi le permette dietro i palchi o i set, chi organizza, chi pubblicizza, il vasto pianeta dell’indotto è probabilmente privo di santi. E pure dei ministri dei santi in terra. Ecco perché nella scala delle priorità cultura e spettacolo sembrano essere perfino senza gradini. Se Governo, Provincia e Comuni non si daranno una mossa - fatti, non parole – commetteranno peccato mortale. Quel peccato che per la Chiesa - tanto “attenzionata” - comporta condanna dura. All’inferno.

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