Una nuova croce in vetta alle Dolomiti: ma davvero crediamo che la montagna sia tanto incompleta da doverci aggiungere la nostra ''firma''?

Giacomini Alessandro, ha sostenuto, sotto ogni forma, l'indipendenza del pensiero e delle azioni sia dell'uomo sia dello stato nei confronti di qualsiasi chiesa o fede religiosa. Attualmente collabora con MicroMega.
Sulle cime veste il dogma, le Dolomiti non hanno bisogno di firme. L’ultima arrivata in ordine di tempo svetta sullo Sciliar, un’operazione raccontata con i soliti toni trionfali e anestetizzanti dalla Provincia Autonoma di Bolzano. Si parla di creatività, design, stabilità strutturale, sinergia tra i gestori dello Schlernhaus, artigiani e giovani talenti del Liceo artistico Cademia di Ortisei. Tra sagome caratteristiche, travi incrociate a X per resistere al vento e l’orgoglio dei ragazzi per aver creato "un nuovo simbolo della montagna altoatesina", l’operazione viene presentata come un ammirevole esperimento didattico e culturale.
Ma dietro questa patinata narrazione che confonde la creatività con l'appropriazione, la sostanza non cambia di un millimetro, si tratta, ancora una volta, di un’altra croce piantata sulla cima di una montagna, come se le Dolomiti, patrimonio mondiale dell’umanità riconosciuto dall’Unesco per il loro valore estetico assoluto e insuperabile, non fossero della collettività intera, ma una proprietà privata o una cattedrale a cielo aperto della Chiesa cattolica.
Non è una questione di dettaglio è la prosecuzione di una prassi prevaricatrice su cui da tempo cerco di accendere i riflettori. Solo poco tempo fa ricordavo la posizione chiara e ragionevole del Club Alpino Italiano, “Mantenere quelle esistenti ma evitare nuovi simboli sulle cime. Il presente caratterizzato da dialogo interculturale e nuove esigenze ambientali”. Un principio ribadito da Reinhold Messner con spiazzante chiarezza: “Le montagne sono di tutti, nessuno ha il diritto di metterci il cappello”.
Eppure, che si tratti di una struttura apparsa quasi per magia sul Monte Giner nel Parco Adamello Brenta o di un’opera di design accattivante progettata sui banchi di scuola per lo Sciliar, il meccanismo sottostante resta sempre lo stesso: la continua, pervasiva e aggressiva marcatura del territorio con elementi confessionali. C’è un cortocircuito culturale grottesco nel far passare un simbolo religioso per un “nuovo simbolo del paesaggio”: quale sarebbe il messaggio? Che la natura da sola è incompleta? Che una cima dolomitica spoglia, intatta, modellata dai millenni, necessita del benestare di un’ideologia umana o della firma di un designer per acquisire dignità e identità?
Ognuno può vivere l'ascesa in vetta come meglio crede. Ma indubbiamente c'è chi la vive come un’esperienza laica, universale, viscerale, la fatica dei passi, il fiato corto, l’attesa della sommità e poi quell'esplosione di gioia che si somatizza nel corpo, a volte come un virus benefico. Per chi vuol viverla così questa sensazione viene puntualmente limitata, azzerata e declassata nel momento esatto in cui, arrivati in cima, ci si trova di fronte all'ennesimo manufatto confessionale.
In quel preciso istante, la sensazione che si prova è che la montagna non è più di tutti e soprattutto non è più un ambiente naturale, ma è un luogo ''domato'' dall'uomo (e dalla Chiesa) e chi vi sale è un ospite sgradito nel feudo di qualcun altro. La salvaguardia ambientale e la tutela del paesaggio non si fanno soltanto combattendo le colate di cemento o gli impianti di risalita speculativi, si fanno anche difendendo la neutralità e l'integrità visiva delle vette. In tempi di derive ideologiche e identitarie, trasformare le cime in un palcoscenico per ambizioni personali e religiose significa alimentare divisioni e nazionalismi, dimenticando che la montagna ha il potere di unire proprio perché è priva di sovrastrutture.
Se la logica deve essere quella della marcatura, allora vale la pena ricordare la mia ferma intenzione, di fronte all'incapacità di lasciare le cime libere e neutrali, l'unica risposta possibile contro la prepotenza dei simboli resta la contrapposizione del pensiero critico. A ogni nuova marcatura religiosa risponderemo con il richiamo alla libertà di coscienza, per ricordare a tutti che la vera bellezza delle Dolomiti sta nel loro essere di tutti e di nessuno.
Le cime delle montagne non hanno bisogno di croci, né storiche né di design, la cattiva notizia è la costante brama delle religioni di dover marcare il territorio, quella buona è che lassù, dove il cielo incontra la roccia, non ne abbiamo davvero alcun bisogno.


















