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Dalle molestie alla giornalista Beccaglia agli insulti sui social, chi segnala la violenza si prende cura del benessere di tutti

La vicenda delle molestie alla giornalista Giulia Beccaglia e le discussioni in merito mi hanno fatto venire in mente delle attività in classe con i miei alunni. Poco importante cosa io abbia proposto. Mi è stato chiaro, però, che anche per gli adulti c'è tanta confusione su che cosa sia accettabile
DAL BLOG
Di Idil Boscia - 29 novembre 2021

Amo raccontare frammenti di vita e tutto ciò che lascia un segno

La vicenda delle molestie alla giornalista Greta Beccaglia e le discussioni in merito mi hanno fatto venire in mente delle attività in classe con i miei alunni. Poco importante cosa io abbia proposto. Mi è stato chiaro, però, che anche per gli adulti c'è tanta confusione su che cosa sia accettabile. Una mano sul sedere? Uno scherzo. Un gioco. Niente di che. Posso ragionarci con dei ragazzini. Ma con degli adulti? Posso provare con dei dodicenni a fare capire che non tutte le parole hanno lo stesso peso. Che ricevere il commento "Ma come ti sei vestito?", anche se dà fastidio, non è come sentirsi dire "Sei una troia".

 

Posso provare a dimostrare, insieme alle mie colleghe ed ai miei colleghi, che la violenza è da condannare, sempre. Non tanto e non solo a parole, ma col nostro comportamento. Non è solo la prof che è fissata, perché è una donna. Non facciamo passare l'idea che condannare la violenza contro le donne equivalga a non dare importanza alle azioni violente delle donne verso gli uomini. Lo accetto da un ragazzino, un ragionamento così, ma faccio proprio fatica se un pensiero di questo tipo viene espresso da un adulto e da un adulto che è anche personaggio pubblico. Sto pensando alle parole di Valentini. A come non sia riuscita a scrivere qualcosa subito. Sono rimasta allibita. E ferita. Confido che ci siano stati anche degli allibiti. E dei feriti. 

Vogliamo fare degli eventi? Bene. Vogliamo dare dei segnali visibili? Bene. Ma se riempiamo la città di sedie e scarpe rosse, e poi ci sentiamo a posto con noi stessi e viviamo quelle sedie e quelle scarpe rosse come un oggetto di arredamento, con un significato bello ingessato, fermo, allora no. Non ci siamo. Se delle ragazze hanno paura ad uscire la sera, non ci siamo. Se chi subisce violenza si sente ancora sola, non ci siamo. Se le leggi rimangono a metà, non ci siamo. 

E non è una sconfitta delle donne. Non è una sconfitta delle femministe. È una sconfitta della nostra umanità. Ed una conferma della comodità di mantenere le cose come sono. Stessi comportamenti. Stesse - parziali - leggi. Stessi problemi irrisolti. Stessa cattiveria. Stesse pezze di risposta che rendono la situazione ancora più triste. Dico sempre ai miei ragazzi ed alle mie ragazze che abbiamo delle responsabilità nei confronti degli altri. Che assistere ad una violenza e non dire niente è come legittimarla. Che chi segnala, non è una spia, ma chi si prende cura del benessere di tutti. Ma se queste cose che insegniamo in classe restano lì, tra le mura della scuola, allora non ci siamo. Noi adulti dobbiamo essere più attenti. E più umani.

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