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| 03 giugno | 10:02

Congedo da Rovereto, una città fantasma

DAL BLOG
Di Il Lanternino - 03 giugno 2026

di Stefano Zangrando, docente, traduttore e autore

La vita, e a pochi passi, il nulla. È così che appariva, per l’ennesima volta, il microcosmo roveretano nelle giornate appena concluse, tra l’ultimo weekend di maggio e la festa della Repubblica. Con i miei amici di qui parliamo spesso di questo fenomeno, a vuoto. Tra sabato e domenica, gli esterni del Mart pulsavano eccezionalmente di vitalità: il Poplar aveva richiamato centinaia di giovani a ballare sotto la cupola di Mario Botta che, per il resto dell’anno, offre più che altro riparo alle tracce languenti di una gloria trascorsa. Ma era sufficiente allontanarsi di poche decine di metri da quel baricentro museal-musicale per imbattersi, giustappunto, in una città spettrale, desolata, di sparuti viandanti tra le solite botteghe serrate, alcune per sempre.

 

Il lunedì, poi, bastava allungarsi fino a Torbole per sperimentare il consueto scarto: mezz’ora di macchina ed eccoti nel pieno di un consorzio umano vario, allegro, intraprendente e spendaccione. Flora mediterranea, villeggianti di ogni dove, autoctoni impegnati di buona lena a far girare la gran ruota del turismo stagionale. Che magari non è in maggioranza giovane e danzereccio come venti o trent’anni fa – la demografia non perdona e ha imposto di aggiustare l’offerta –, ma ti fa sentire in un luogo apprezzato e dinamico, dov’è bello abitare gli spazi pubblici. Poi ritorni all’ombra della Quercia e, di quelle migliaia di turisti, ce n’è a malapena un millesimo che, magari approfittando del meteo un po’ instabile, sceglie di fare visita alla città della Pace, o di Mozart, o del Mart... Chi è che ha detto che il problema di Rovereto è essersi data troppe etichette?

 

Peccato che quegli stessi visitatori abbiano trovato una città svuotata: molti esercizi chiusi per il ponte, poca gente in giro, nessun indizio di benvenuto ai «foresti». Con qualche eccezione: ho incontrato persone venute per visitare la libreria Arcadia, questa “casa privata della letteratura” che nell’arco di un’infanzia – se ne festeggia proprio quest’anno il decennale – ha fatto di Rovereto un’interlocutrice alla pari di centri di promozione del libro come Milano, Torino o Roma. E che, uscendo dalla libreria con un acquisto in mano, mi hanno chiesto un consiglio su dove pranzare: tutte quelle serrande abbassate

 

Intendiamoci: nella mia piccola cerchia amicale, composta equamente di nativi e acquisiti, le opinioni divergono. C’è chi dichiara di apprezzare l’offerta locale, che ritiene di tutto rispetto, e ne approfitta ogni volta che può; e chi invece, meno inserito nella micro-comunità culturale cittadina, patisce di Rovereto le carenze, l’incapacità di rigenerarsi – «i roveretani non vivono la città» è il refrain di chi tra noi paragona le nostre piazze semivuote con quelle, molto più animate, delle province confinanti – e soprattutto la mancanza di una volontà: quella di aprire la città, ma sul serio e continuativamente, a chi roveretano non è.

 

Io però, in tempi di overtourism globale, mi augurerei innanzitutto che a vivere di più la città fossero i suoi stessi abitanti. Una domenica pomeriggio, stufo del solito vuoto, ho fatto un salto al centro commerciale Millenium per dare un’occhiata a certe tende parasole, e lì ho trovato tutta una Rovereto popolare, di massa, più interessata al proprio touch screen che a qualunque iniziativa culturale o cornice urbana, che affollava i negozi e gli spazi insulsi fra un negozio e l’altro. Tutto ciò mentre il centro, il delizioso centro storico tra Santa Maria e corso Bettini, restava inanimato.

 

Questo è dunque diventata la città dove abito da un quarto di secolo? La demografia non perdona, dicevo: c’è poco da sperar di rivedere, oggigiorno, le frotte di ragazze e ragazzi che fino agli anni novanta del secolo scorso si riversavano in corso Rosmini per lo struscio (o le «vasche», come le chiamano gli amici di qui che le ricordano). I giovani ormai sono minoranza, a farla da padroni sono i boomer e la generazione X, cioè noi la cui gran parte non esce più perché i figli i nipoti eccetera, o se esce va in montagna o al lago, perché la natura eccetera, mentre i più giovani e i meno istruiti affollano i non-luoghi del capitalismo avanzato senza che si faccia alcunché per recuperarli a un’esistenza meno alienata.

 

Anche per questo, a sette anni da quando Il Dolomiti ha voluto ospitare questo blog, ho deciso di fermarmi. Se c’è qualcosa che il mio lanternino ha potuto illuminare, spero sia servito a renderle un po’ di merito. Non è stato un blog prolifico: uno scrittore non è un giornalista. Ma trentotto articoli non sono neanche pochi. Articoli che hanno cercato di valorizzare almeno una dozzina fra autrici e autori in qualche modo legati al territorio, oltre a un traduttore, un tatuatore, un travestito e un giornalista; e di instaurare, con scarso successo, un dialogo letterario fra il Trentino e l’Alto Adige-Südtirol oppure, durante i tempi strani della pandemia, un rapporto con il vicino Nordest; che hanno trattato di scuola e di plurilinguismo, di belle iniziative e di commiati – come la chiusura del mitico Silenzio, che è stato per nove anni il miglior ristorante della zona.

 

Oggi tocca al Lanternino accomiatarsi, arreso a un diradarsi dei contributi dovuto certo in parte ad altri impegni del suo autore, ma anche – o non lo diremmo in coda a queste righe – all’esaurirsi di un incontro di sguardi, il mio e quello della città, che ha via via abbassato il suo, come ammettendo la propria perversione: non è di luce che si nutre, sembra dire, ma del buio dietro le serrande chiuse del suo centro, e le garba così. C’è chi in questa penombra ci sta bene – mi confida senza alzare gli occhi – e addirittura ci coltiva il proprio ricco orticello, e questo è il problema più grande.

 

Insomma, se a Rovereto c’è una vitalità residua (c’è eccome, e nei pochi giorni l’anno in cui si palesa a tutti rende la città bellissima), io l’ho vista affievolirsi in questi sette anni. A soffrirne di più, tuttavia, è stato mio figlio, che di anni ne ha diciotto. La sua adolescenza, già inficiata nel librarsi in volo dalla tarpatura pandemica, è coincisa con la scelta della sua città di morire un po’. Per lui, come per il Lanternino del padre, è venuto il momento di volgersi altrove.

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