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La credibilità del sistema anti-doping mondiale è ai minimi termini

Il Tas (tribunale arbitrale sportivo) di Losanna ha assolto 28 atleti russi dalle accuse di doping che sarebbe avvenuto durante le Olimpiadi di Sochi 2014. Ma posto che la Russia ha delle responsabilità in molti casi di doping (positività accertate nel mondo dell’atletica e in passato dello sci di fondo), come si fa a non far partecipare alcuni atleti ad una competizione come le Olimpiadi “sospetti di uso di sostanze dopanti”
Dal blog di Livio Zerbini - 01 febbraio 2018 - 17:24

Notizia di oggi è che il Tas (tribunale arbitrale sportivo) di Losanna ha assolto 28 atleti russi dalle accuse di doping che sarebbe avvenuto durante le Olimpiadi di Sochi 2014 in quanto le prove raccolte risultano insufficienti per stabilire se sia stato o meno violato il codice anti-doping. La Russia recupera quindi 9 delle 13 medaglie revocate dal Comitato olimpico internazionale (oro e argento nella 50 km mass start di sci di fondo, argento nelle due prove a squadre maschili di sci di fondo, l’oro e il bronzo dello skeleton, i due argenti dello slittino e l’argento sui 500 metri di pattinaggio velocità). Rimangono 11 casi in cui le prove di assunzioni di sostanze dopanti risultano sufficienti e 7 casi ancora in attesa di giudizio.

 

Andiamo per ordine per cercare di capire qualcosa negli eventi degli ultimi anni. Nel dicembre del 2014 un’inchiesta giornalistica della televisione tedesca ARD ipotizzava la presenza di doping di Stato in Russia come avvenne nella Germania dell’Est. La Wada (agenzia antidoping mondiale) istituì una commissione d’inchiesta indipendente presieduta dal professor Richard McLaren che, dopo aver intervistato testimoni, analizzato migliaia di file documentali e analisi dei laboratori anti-doping, affermò come ci fossero incontrovertibili prove che migliaia di campioni di sangue e urine prelevati dagli atleti fossero state manomesse per evitare che risultassero positivi ai test anti-doping.

 

In seguito a questa indagine il Comitato Olimpico Internazionale tramite una sua commissione disciplinare (Oswald commission) ha provveduto a sanzionare (ritiro delle medaglie vinte) e squalificare 46 atleti russi. Molti di questi avevano vinto medaglie importanti: il fondista Alexander Legkov (oro nella 50 km e argento nella staffetta), Aleksander Tretiakov oro nello skelethon, Nikita Kryukov 2 argenti nello sci di fondo. Quindi si era arrivati a 46 squalifiche, nessuna per positività ai test anti-doping, ma tutte per manipolazioni dei campioni di sangue e urine che avrebbero impedito l’accertamento dell’uso di sostanze proibite. Adesso a gennaio 2018 il TAS di Losanna ribalta questa decisione ridando a 28 dei 46 atleti russi i risultati ottenuti alle precedenti Olimpiadi e di fatto dando loro la possibilità di partecipare agli imminenti giochi olimpici di PyeongChang.

 

A dicembre 2017 poi, il Comitato Olimpico Internazionale dopo aver sospeso il comitato Olimpico Russo in vista delle Olimpiadi di Pyeongchang aveva anche diramato la lista degli atleti russi che avrebbero potuto partecipare alle Olimpiadi senza mostrare simboli della nazionale Russa. Aveva fatto scalpore che tra gli esclusi eccellenti ci fossero Viktor Ahn super star dello short track, Anton Shipulin il biathleta russo più forte degli ultimi anni e Sergei Ustiugov uno dei più forti sciatori di fondo degli ultimi 2-3 anni nonché grande avversario del nostro Federico Pellegrino nelle sprint.

 

La notizia ha fatto abbastanza scalpore perché nessuno dei tre atleti è mai risultato positivo all’antidoping ed hanno continuato a competere fino a pochi giorni fa (Shipulin è attualmente quarto nella classifica di Coppa del Mondo di biathlon, Ustiugov ha vinto quest’anno una tappa del Tour de Ski ed è andato 5 volte sul podio in Coppa del Mondo, Ahn stava preparando le sue ultime Olimpiadi dopo essere stato uno dei pattinatori più vincenti di sempre). Il Comitato Olimpico Internazionale non ha fornito spiegazioni esaustive sul perché dell’esclusione di questi atleti. E qui c’è la nota dolente di tutta la situazione. Posto che la Russia ha delle responsabilità in molti casi di doping (positività accertate nel mondo dell’atletica e in passato dello sci di fondo), si perde di credibilità se per “sospetti di uso di sostanze dopanti” non si fanno partecipare alcuni atleti ad una competizione come le Olimpiadi.

 

Inazitutto un recente studio su Sport Medicine ha dimostrato tramite questionari anonimi che il 40% degli atleti professionisti ammette di far uso di sostanze dopanti, sebbene solo 1-2% venga poi trovato positivo ai controlli anti-doping. Quindi bisognerebbe sospettare almeno del 40% degli atleti e non solo gli atleti russi in quanto compagni di squadra di atleti accusati di uso di sostanze dopanti. A titolo di esempio nelle imminenti Olimpiadi invernali, il norvegese Sundby campione dello sci di fondo, parteciperà malgrado una positività accertata (già scontata con 2 mesi di squalifica) per salbuatamolo in eccesso (stesso problema occorso a Chris Froome alla Vuelta 2017), mentre atleti mai trovati positivi, ma “sospettati di..” non vi parteciperanno? La vicenda risulta quantomeno paradossale.

 

Per non parlare del caso più famoso dell’atletica leggera quel Justin Gatilin, sprinter americano avversario di Usain Bolt, squalificato per 8 anni per uso di testosterone dopo essere già stato squalificato per uso di anfetamine e di recente invischiato nell’ennesimo caso doping (il suo allenatore attuale è stato inquisito per commercio di prodotti dopanti). Gatlin tornato dopo la squalifica ha vinto medaglie mondiali e olimpiche facendo tempi migliori di quando faceva uso di sostanze vietate. Si potrebbe avere più di un sospetto anche su di lui, ma prendere decisioni solo su sospetti o prove insufficienti ci allontana molto dal mondo dello sport. Ci si avvicina più ad un uso ricattatorio delle istituzioni che governano lo sport mondiale. Il sistema dell’antidoping sembra venga usato più come strumento di pressioni per questioni politiche che esulano dalla mera pratica sportiva.

 

In tutto questo si inserisce la triste vicenda della seconda positività del nostro marciatore Alex Schwazer, la cui carriera è finita poco prima delle Olimpiadi di Rio 2016 per un caso doping poco chiaro, in quanto Schwazer era appena rientrato dalla squalifica per la prima positività e si era affidato per il suo ritorno a Sandro Donati da sempre schierato contro il doping. Schwazer, Donati e i loro avvocati hanno sempre sostenuto che le provette di sangue e urine prelevate a casa di Schwazer siano state manomesse nel tragitto verso il laboratorio di analisi.

 

É dal 2016 che chiedono le provette al laboratorio che le ha analizzate per poter far le analisi del Dna. Ed è da 2 anni che il laboratorio anti-doping di Colonia fa di tutto per non inviare questi campioni, alimentando sospetti sempre maggiori sull'intera vicenda. Da tutte queste vicende appare come, il sistema anti-doping mondiale fatichi a trovare chi si dopa e che nelle sue procedure ci siano enormi falle per quanto riguarda la sicurezza, sembra troppo facile poter manomettere i campioni di sangue e urine. Questo comporta grande incertezza, poca coerenza nelle sanzioni e il rischio di un uso strumentale dell’anti-doping.

 

Siamo a pochissimi giorni dall’inizio dell’Olimpiade invernale di PyeongChang che rappresenta il massimo traguardo per un atleta e un grande spettacolo per gli appassionati sportivi, l’augurio è che ci possa essere una bella competizione che non venga rovinata da alcune decisioni che probabilmente esulano dal mondo dello sport e dal problema del doping stesso.

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