Stop alle inquadrature “hot” nell’atletica femminile. Bragagna: ''Bene. Da sempre si ammicca a un pubblico maschile. Certe regie indugiavano anche su spettatrici che mangiavano il gelato''
Meno primi piani e più attenzione alla prestazione: l’atletica cambia il modo di riprendere le donne in gara. Una scelta che riflette una nuova sensibilità, ma che apre interrogativi tra regia, libertà delle atlete e peso crescente dell’immagine sui social media. Bragagna: “È una prospettiva meritevole. Anni fa capitava perfino che una regia indugiasse su una spettatrice che mangiava un gelato in tribuna per aumentare l’audience”

TRENTO. Le immagini delle atlete durante le competizioni di atletica leggera ‘cambiano prospettiva’: le nuove linee guida diffuse dall’Ebu (Unione Europea di Radiodiffusione) per le riprese televisive puntano infatti ad evitare inquadrature che possano contribuire alla sessualizzazione delle sportive, privilegiando così, giustamente, la valorizzazione della prestazione e della parità di genere.
L’indicazione è quella di mantenere, quando possibile, la telecamera frontale rispetto all’atleta, evitando primi piani particolarmente ravvicinati durante gli ultimi istanti prima della partenza o nei momenti di maggiore vulnerabilità fisica, come la stanchezza al termine di una gara o un infortunio.
Un cambiamento che riflette una sensibilità nuova e che, proprio per questo, apre interrogativi sulla sua concreta applicazione. A discuterne con Il Dolomiti è Franco Bragagna, grande voce dell’atletica italiana, che parte da una prospettiva storica: “Nei Giochi dell’antichità gli atleti gareggiavano nudi, mentre le donne non erano nemmeno ammesse ad assistere alle competizioni. Oggi il contesto è completamente diverso”.
Per Bragagna l’intento delle nuove direttive è per certo condivisibile: “È una proposta meritevole perché tiene conto delle diverse sensibilità, comprese quelle dei Paesi in cui, anche per ragioni religiose, il rapporto con il corpo femminile è vissuto con maggiore attenzione”. Allo stesso tempo, osserva come queste differenze culturali riguardino soprattutto il corpo della donna e ricorda che anche il modo di raccontare lo sport è cambiato nel tempo: “Anni fa – continua il telecronista - capitava perfino che una regia indugiasse su una spettatrice che mangiava un gelato perché si pensava che quell’immagine potesse attirare qualche telespettatore in più”.
Tradurre questo principio nella pratica, però, non sembra essere così semplice. L’atletica comprende discipline molto diverse tra loro e la telecamera, sottolinea Bragagna, “è un partecipante passivo: racconta quello che accade”. In una regia con più operatori è difficile controllare ogni singola inquadratura, soprattutto durante gare in cui l’azione si sviluppa rapidamente. Più che imporre regole rigide, secondo il telecronista, l’obiettivo dovrebbe essere in primis evitare di soffermarsi inutilmente su immagini che non aggiungono nulla al racconto sportivo.
Il tema poi si intreccia inevitabilmente anche con quello dell’abbigliamento tecnico (così diverso dall’abbigliamento maschile): “L’atleta, prima di tutto, deve essere nelle condizioni migliori per gareggiare. Se per essere più veloce o saltare meglio servono capi più aderenti o più corti, entro i limiti stabiliti dalle federazioni, quella è una scelta dovuta ad esigenze tecniche”. I regolamenti fissano infatti criteri precisi anche per evitare che vengano esposti marchi e sponsor oltre quanto consentito; non è quindi corretto attribuire esclusivamente a un fattore estetico la scelta dell’abbigliamento da gara.
Bragagna ricorda anche come il tema della sensibilità culturale accompagni da tempo l’atletica internazionale. Porta l’esempio della mezzofondista algerina Hassiba Boulmerka che (negli anni ’90) pur gareggiando con pantaloncini più coprenti rispetto allo standard, fu minacciata di morte dagli ambienti islamisti più radicali e, durante parte della sua carriera, fu costretta per questo a vivere all’estero. Un episodio che dimostra quanto il modo di guardare al corpo femminile cambi profondamente anche da una cultura all’altra.
Stabilire un confine netto tra una ripresa necessaria al racconto della gara e una che alimenta il 'voyeurismo', però, rimane complicato: “Esiste anche il grado di interesse di chi guarda - osserva Bragagna - e non possiamo negare che il fatto che gran parte dell’audience, prettamente maschile, abbia contribuito ad orientare alcune scelte televisive. Tenere conto anche della sensibilità di Paesi che vivono queste questioni come aspetti religiosi e di costume è corretto, ma tradurre tutto questo in regole semplici non è scontato”.
D’altra parte, c’è anche il diritto delle atlete di esprimere la propria personalità. Unghie colorate, trucco ricercato, acconciature particolari fanno parte dell’identità di molte sportive e non incidono necessariamente sulla loro prestazione. Su questo non esistono regole, ed è giusto che sia così: “Cambiano i tempi, cambiano i linguaggi e cambia anche il modo in cui gli atleti scelgono di presentarsi” dichiara ancora il telecronista.
Un mutamento ancora più evidente nell’epoca dei social media. Oggi, atlete e atleti che gareggiano alle Olimpiadi sono al contempo protagonisti anche su TikTok, Instagram e altre piattaforme digitali. La costruzione della propria figura sportiva, dunque, procede ormai di pari passo con quella personale: “È una questione che riguarda soprattutto il marketing - spiega Bragagna -. Ogni atleta è sempre più attento al proprio bacino di sponsor e alla propria immagine”.
Una popolarità online può tradursi anche in molte opportunità economica. Le sponsorizzazioni, infatti, non si limitano più al compenso fisso, ma prevedono spesso accordi legati alla visibilità e all’attività sui social. In questo contesto trovano spazio anche classifiche dedicate alle “atlete più belle del mondo”, contenuti che inevitabilmente generano clic e perché no, 'valore commerciale'. Il caso della velocista americana Sha’Carri Richardson è emblematico: con 4,4 milioni di follower su Instagram, una forte identità estetica e una femminilità rivendicata anche in pista, rappresenta perfettamente il nuovo equilibrio tra prestazione sportiva, immagine personale e comunicazione mediatica.
Le nuove regole sulle inquadrature televisive si inseriscono quindi in uno scenario molto più complicato di quanto possa apparire: da una parte c’è la volontà di raccontare lo sport mettendo al centro la prestazione ed evitando immagini che possano contribuire alla sessualizzazione delle atlete. Dall’altra però restano la libertà di espressione delle sportive, le esigenze tecniche delle competizioni, le differenze culturali e religiose e un sistema in cui immagine, marketing e social network hanno assunto un peso senza precedenti. Per questo, il principio alla base delle nuove direttive è condivisibile, ma trovare un equilibrio concreto nella pratica quotidiana delle riprese resta una sfida tutt’altro che semplice.














