Stop alle riprese hot nell'atletica? Il regista: “La tutela è giusta, ma ci condanniamo ai campi larghi per evitare di rischiare? Si può snaturare il racconto dello sport''
"La tutela è sacrosanta e nessuno la mette in discussione. Si rischia però di mettere in difficoltà chi fa questo mestiere con professionalità e di compromettere il racconto della competizione sportiva . Lo sport va valorizzato attraverso il gesto atletico e le emozioni che riesce a trasmettere. Se perdiamo tutto questo, perdiamo una parte essenziale dello spettacolo" dichiara il regista trentino Alessandro Cagol a seguito delle nuove linee guida diffuse dall'Ebu per evitare inquadrature che possano mettere a disagio le atlete durante le competizioni femminili

TRENTO. “La tutela è sacrosanta e nessuno la mette in discussione, ma non si può rischiare di snaturare il racconto dello sport”. Dopo le riflessioni del telecronista Franco Bragagna (Qui l'articolo) e dell’ex velocista azzurra e vicepresidente della Fidal Manuela Levorato (Qui l'articolo), anche il regista televisivo trentino Alessandro Cagol interviene sul dibattito nato attorno alle nuove linee guida sulle riprese delle competizioni femminili sportive.
Un tema che conosce da vicino avendo alle spalle una carriera di ventotto anni, di cui molti di questi dedicati anche al mondo dell’atletica leggera.
Lavorando dietro la regia di eventi appartenenti alle più diverse discipline sportive, ritiene essenzialmente che sia fondamentale trovare un equilibrio tra la necessità di tutelare gli atleti e la possibilità di raccontare lo sport in maniera completa.
“La tutela è sacrosanta e nessuno la mette in discussione – spiega il regista trentino –. Il problema è capire dove si trovi il confine, perché queste nuove indicazioni diffuse dall’Ebu rischiano di mettere in difficoltà chi fa questo mestiere con professionalità e di compromettere il racconto della competizione. Il nostro compito è valorizzare lo sport, qualunque esso sia. Bisogna coordinare gli operatori, scegliere le immagini che raccontano il gesto atletico, la sfida tra gli avversari e anche l’emozione del pubblico. Queste regole sono l’abc della regia sportiva”.
Il timore è che indicazioni troppo rigide finiscano per limitare proprio gli strumenti necessari a raccontare la gara agli spettatori tramite gli schermi: “Se durante un evento ci sono dieci o venti telecamere è perché ognuna di queste ha una sua funzione precisa. Una ripresa da dietro, ad esempio, serve a mostrare una ricezione nella pallavolo o un gesto tecnico nell’atletica. Se quelle immagini diventano un problema, allora alcune telecamere non potranno più essere utilizzate e alcuni azioni non più riprese” spiega sempre il regista.
Il rischio c'è, ed è quindi quello di perdere alcuni dettagli fondamentali: “Facciamo solo campi larghi? Così però non si vede più il movimento tecnico, non si coglie la qualità della prestazione e si impoverisce di parecchio il racconto di quella che è la competizione in atto” continua Cagol.
Si insiste poi sul fatto che la differenza debba essere fatta tra chi lavora con professionalità e chi, invece, utilizza 'volutamente' determinate immagini con intenti diversi e magari maliziosi: “Se qualcuno insiste in mala fede su certe inquadrature è giusto che venga sanzionato e radiato. Ma non si può mettere sullo stesso piano chi fa il proprio lavoro rispettando le regole” continua l’esperto.
Secondo il regista poi, aprendo il ventaglio della questione, il problema potrebbe riguardare allora numerose discipline sportive. Dall’atletica al beach volley, dalla pallavolo al nuoto, fino al tennis: “Nel tennis le telecamere sono posizionate dietro il campo per mostrare il gioco. Se il problema diventa vedere le atlete da quella prospettiva, allora si dovrebbe rinunciare anche in questo caso ad una delle immagini principali della partita. Sarebbe assurdo, ma staremo a vedere come evolverà”.
Lo stesso discorso vale ovviamente anche per l’atletica leggera, disciplina che è attualmente al centro del dibattito per le nuove linee guida: "La telecamera frontale serve a raccontare lo sforzo dell’atleta, il replay evidenzia la fatica sul volto e la tecnica del movimento. Togliamo queste telecamere? Inquadriamo soltanto la faccia? È inevitabile riprendere anche il busto - continua il regista -. Nessuno sostiene che sia corretto indugiare su immagini fuori contesto e se una persona viene ripresa per dieci o venti secondi a bordo campo mentre la gara è in corso, quello sono d'accordo, non è di certo giornalismo sportivo. Raccontare un gesto tecnico con le inquadrature necessarie è però un'altra cosa”.
Anche il pubblico, osserva Cagol, rientra nella narrazione televisiva di un evento, come si è visto di recente durante il Mondiale di calcio: "Se durante un Mondiale ci sono tifosi che festeggiano e fa molto caldo, non possiamo smettere di mostrare il pubblico perché qualcuno è in costume o in reggiseno. Bisogna distinguere tra il racconto dell’evento e l’utilizzo improprio delle immagini. Il pubblico c’è sempre ed è una componente importante da mostrare agli spettatori, anche in questo caso, ribadisco, non si deve indugiare”.
Un ragionamento simile si potrebbe poi estendere anche a quelle che sono le riprese e le inquadrature che i telegiornali nazionali e regionali diffondono in televisione durante il periodo estivo con i servizi dedicati alle calde temperature e ai bagni al mare dei cittadini; bikini, corpi esposti e pochi campi larghi. Il regista: “Si arriverà allora a narrazioni differenti anche in questo senso?”
Indicazioni, regole, che tra l’altro potrebbero avere un impatto anche sul lavoro quotidiano della troupe televisiva: operatori e registi finiranno per sentirsi costantemente condizionati, con la paura di sbagliare. A quel punto, sempre secondo l'esperto trentino, per evitare contestazioni o denunce, "si tenderà a scegliere sempre l’inquadratura più prudente, magari un campo largo, rinunciando ai particolari che rendono comprensibile e coinvolgente una competizione - continua Cagol -. Il nostro lavoro è già sottoposto a moltissime attenzioni: privacy, targhe delle auto, minori e tanti altri aspetti. Aggiungere ulteriori limiti senza definire chiaramente cosa sia consentito rischia di creare soltanto incertezza e ciò che ne deriva. Il confronto comunque proseguirà, fino ad arrivare ad un nuovo equilibrio che tenga in considerazione tutte le difficoltà presentate da parte di chi ci occupa della regia. È giusto considerare queste indicazioni per proteggere gli atleti, ma contemporaneamente nel farlo, il racconto dello sport non dovrebbe essere sacrificato”.
L' auspicio dell'esperto è che prevalga quello che si potrebbe definire il 'buon senso': “Paghiamo tutti per gli errori commessi da qualcuno in passato. La tutela è doverosa, ma lo sport va valorizzato attraverso il gesto atletico, la competizione e le emozioni che riesce a trasmettere. Se perdiamo tutto questo, perdiamo una parte essenziale dello spettacolo sportivo”.












