"Elon Musk e l’Odissea con l’intelligenza artificiale: ha la presunzione per farlo ma non mi piacerà. L'IA irrompe nel cinema? No barricate, ma che senso avrà questo lavoro?"
Cosa succede se l'intelligenza artificiale entra 'a gamba tesa' nel mondo del cinema? Ne abbiamo parlato con la regista Katia Bernardi: dalla provocazione di Elon Musk sull'Odissea di Nolan agli attori 'resuscitati' con l'IA, passando per i posti di lavoro a rischio e le potenzialità dello strumento. "Oggi iniziamo a vedere i primi film e cortometraggi realizzati con l’IA ed è ancora abbastanza evidente quando viene utilizzata. Probabilmente in futuro non lo sarà più e allora la domanda che mi pongo è: a quel punto, quale sarà il senso di fare cinema?"

TRENTO. Il cinema è fatto di immagini, certo. Ma prima ancora è fatto di persone, luoghi, incontri, tentativi, perfino errori. E allora che cosa succede quando dentro questo processo entra una macchina come l'intelligenza artificiale capace di scrivere, generare immagini e, volendo, costruire quasi interamente un film? È da questa domanda che parte la riflessione di Katia Bernardi, pluripremiata regista trentina, abituata da anni a raccontare storie attraverso le immagini, dalle serie tv ai documentari d’autore, dalla pubblicità al racconto cinematografico.
Bernardi non alza barricate contro l’intelligenza artificiale. Anzi, la usa già nella scrittura come “laboratorio di confronto” e guarda con curiosità alle possibilità che potrebbe offrire sul piano produttivo e fotografico. Ma traccia una linea piuttosto netta: l’IA può essere uno strumento, non diventare lo sguardo. Perché se a un regista si tolgono l’idea, lo stile e il punto di vista, “che cosa rimane?”. Il rischio, dice, è quello di ritrovarsi con opere magari perfette sulla carta, ma “senza anima, senza sguardo, senza stile personale, senza cuore”.
Da qui si apre una conversazione che va ben oltre: "Odissea" di Nolan, la provocazione di Elon Musk di realizzarne una lui con l'IA, il futuro degli attori e degli sceneggiatori, i mestieri che rischiano di scomparire, il copyright, la possibilità di riportare sullo schermo interpreti morti e quella frontiera sempre più sottile tra ciò che è reale e ciò che è artificiale. Fino alla domanda più semplice e forse più difficile: se un giorno un film realizzato dall’intelligenza artificiale riuscisse davvero a emozionarci, potremmo ancora negargli il nome di arte?
Bernardi, partiamo subito dalla boutade di Elon Musk sull’ipotesi di realizzare lui stesso un'Odissea realizzata con l’intelligenza artificiale. Come l’ha interpretata?
Le dico subito che ho amato tantissimo "Odissea" di Nolan, anche perché in qualche modo ha voluto fare un passo indietro, tornando a quel modo di fare cinema che io amo. Parlo di quel cinema artigianale in cui costruisci una nave, la metti in acqua, non giri in una piscina con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e costringi questi poveri attori (sorride, ndr) a imparare a remare. È un’immagine che trovo bellissima. C’è poi il fatto di andare davvero nelle location, cercarle, partire dai luoghi veri e storici e costruire lì il set, non il contrario. Io sono molto vicina a questo tipo di cinema anche se siamo sicuramente davanti a un momento di enorme cambiamento e non sappiamo cosa succederà in futuro. Ho sentito anch’io questa provocazione e non so se crederci o se sia una trovata di marketing. In realtà credo di no, perché penso possa esserci anche la presunzione di farlo veramente. Magari mi sbaglio. Ma credo anche che un’Odissea realizzata in quel modo non riuscirebbe a convincermi quanto quella di Nolan.
Il punto allora non è soltanto ciò che vediamo sullo schermo, ma anche come ci si arriva?
Esatto. Oggi iniziamo a vedere i primi film e cortometraggi realizzati con l’AI ed è ancora abbastanza evidente quando viene utilizzata. Probabilmente in futuro non lo sarà più. Però la domanda che mi pongo è: a quel punto, qual è il senso di fare cinema? Nel mio caso faccio documentari e serie televisive factual, da sempre con la Eie Film di Torino, e per me fare cinema significa anche azione, scoperta, ricerca, visitare luoghi, incontrare persone. Significa magari partire per cercare una cosa e scoprirne un’altra. Tutto questo fa parte del processo.
Questo significa che per lei l’intelligenza artificiale deve rimanere completamente fuori dal processo creativo?
No, non sono chiusa all’intelligenza artificiale. Non la conosco ancora abbastanza e sto iniziando a pensare che mi piacerebbe fare qualche corso proprio per imparare meglio a utilizzare questo mezzo. Sono aperta, per esempio, alla possibilità di impiegarla nella realizzazione di determinate scene, a livello produttivo o fotografico, che magari non potrei mai permettermi di realizzare per ragioni di budget o di location. Mi considero una regista “pop”, nel senso che amo un cinema fatto di contaminazioni e di generi diversi. Per questo trovo interessante anche la possibilità di mescolare reale e AI, soprattutto a livello di ripresa e fotografia, e se ne avrò l’occasione vorrò sperimentare in questa direzione.
E nella scrittura? È un terreno sul quale la sta già sperimentando?
L’intelligenza artificiale la utilizzo già quando scrivo i miei progetti: come una sorta di contenitore, un laboratorio di confronto, quasi fosse una spalla con cui confrontarmi quando mi viene un’idea. Quello che invece mi spaventa è che in futuro possa sostituire lo sceneggiatore. Questo sì, mi fa paura.
Dove mette allora il confine? Quali sono le fasi del suo lavoro che non affiderebbe mai all’intelligenza artificiale?
Nell’ideazione no. L’ideazione è l’idea, lo sviluppo dell’idea, ma soprattutto è lo sguardo che ci mette un autore o un regista. Se quello sguardo viene affidato a una macchina, innanzitutto c’è il rischio di un’omologazione, che vengano prodotti testi o idee molto simili tra loro. Ma soprattutto non avrebbe più senso il ruolo dell’autore e del regista.
Perché è proprio lì che si trova l’identità di un autore?
Certo. Se gli togli lo sguardo, l’ideazione e lo stile, che cosa rimane? Magari rimangono sceneggiature e script perfetti sulla carta, ma senza anima, senza sguardo, senza stile personale, senza cuore. Su questo sono chiusa. Sulle parti più tecniche, invece, posso immaginare una coesistenza, anche se sempre in una percentuale minima. Non so ancora se e quando mi misurerò davvero con l’intelligenza artificiale, dipenderà anche dai progetti e dai budget. Comunque eventualmente sarà il livello delle riprese, non certo nella sostituzione degli attori o nella scrittura.
E proprio gli attori rappresentano uno dei terreni più delicati. Oggi si parla della possibilità di riprodurre attraverso l’AI interpreti scomparsi, o addirittura di generarne di completamente nuovi. Immaginiamo di poter ricreare perfettamente un attore come Ugo Tognazzi: opportunità per le nuove generazioni o limite da non oltrepassare?
Secondo me si oltrepasserebbe un limite. Magari la mia è un’opinione un po’ reazionaria, però credo che quegli attori debbano rimanere parte della storia del cinema. Anche questo significa dare valore a ciò che è stato, alla memoria e alla storia del cinema: lasciare che quegli attori rimangano protagonisti dei loro film. Più che altro, non capisco il fine della loro duplicazione. Sono stati attori straordinari, perché dovremmo replicare qualcosa che è stato stupendo nella sua unicità?
Proviamo allora a rovesciare il problema. Siamo sempre più esposti, soprattutto sui social, a immagini, video e cortometraggi generati dall’intelligenza artificiale. Potremmo arrivare a un punto in cui il pubblico non riuscirà più nemmeno a distinguere ciò che è reale da ciò che è artificiale?
Ti do una risposta romantica: spero di no. Probabilmente, in un futuro neanche troppo lontano, sarà sempre più difficile distinguere un prodotto reale da uno realizzato con l’intelligenza artificiale. Questo credo succederà sicuramente. Però voglio credere anche nello sguardo delle nuove generazioni. Ho una figlia di 15 anni che ogni tanto mi vede guardare dei video sui social e mi dice: “Ma questa roba è fatta con l’AI”. E me lo dice lei, con un tono critico. Voglio quindi credere che le nuove generazioni impareranno in qualche modo a distinguere ciò che è fatto con l’AI da ciò che è reale.
E se, per assurdo, questa invasione di contenuti artificiali ci portasse a farci apprezzare maggiormente ciò che è vero?
È quello che spero. Ti rispondo con una domanda: perché uno spettatore dovrebbe voler vedere qualcosa realizzato totalmente da una macchina o da un robot? Perché dovrebbe preferirlo a qualcosa fatto da esseri umani, con attori veri, girato in luoghi reali oppure in scenografie costruite da professionisti bravissimi? È per questo che la definisco una risposta romantica: spero che in futuro lo spettatore continui ad apprezzare maggiormente qualcosa che sente come vivo. È una speranza, insomma, nell’essere umano.
A microfono spento ha fatto un paragone curioso con lo sport e le gare tra robot. Perché secondo lei rende così bene l’idea?
Ultimamente ho visto queste gare di umanoidi in Cina, con robot che partecipano a competizioni sportive. A me, sinceramente, non interessa guardare dei robot che gareggiano. Mi interessa vedere ragazzi e ragazze che faticano, che mettono disciplina e impegno per raggiungere un obiettivo sportivo. Quello mi trasmette emozioni e credo dia anche un senso alla vita, al sogno, al talento. Vedere un robot che corre non m'importa, perché non è portatore di tutte quelle emozioni e di quel significato che invece stanno dietro alla carriera di uno sportivo e a una gara. E un po' così è anche nell'arte del cinema.
Tornando al cinema, c’è poi un tema molto concreto: quello del lavoro. Dietro un film esiste una macchina enorme fatta di sceneggiatori, montatori, doppiatori, compositori, tecnici degli effetti visivi. L’intelligenza artificiale rischia davvero di mettere in discussione alcuni di questi mestieri?
Sono preoccupata perché credo che alcune figure professionali del settore cinematografico, dei documentari e delle serie televisive siano effettivamente a rischio. Compresa, ovviamente, la mia. Non so tra quanti anni potrà essere messa in discussione anche la figura del regista che va sul set e gira materialmente un film, ma sicuramente la parte della scrittura mi preoccupa molto.
È qui che si dovrebbe correre “al riparo” con normative specifiche?
Credo di sì. Non a caso negli Stati Uniti c’è già stato uno sciopero degli sceneggiatori che ha riguardato anche questi temi. Ho provato a studiare qualcosa anche sul piano legislativo e credo che determinati lavori vadano assolutamente tutelati. Non sono un’esperta di diritto, ma bisognerà trovare un modo per proteggere gli autori, il loro copyright e gli sceneggiatori. Altrimenti il rischio è che chiunque possa mettersi davanti a una macchina e produrre un testo, e questo secondo me è pericoloso. Lo stesso discorso vale per la parte tecnica, che conosco meno direttamente, ma è evidente che ci siano molte professioni a rischio. Servono quindi delle normative che le tutelino.
Una provocazione: finora abbiamo difeso l’elemento umano. Ma immaginiamo che domani si trovi davanti a un film realizzato quasi interamente con l’AI, magari guidata da un regista, e che quel film riesca davvero a emozionarla. Sarebbe disposta a riconoscerlo come una nuova forma d’arte?
È una bella provocazione. Sicuramente ne sarei stupita. Però sono una persona che accoglie il cambiamento e la trasformazione. Se nasceranno nuove forme d’arte e se il futuro prevederà anche una certa maniera di fare cinema attraverso l’intelligenza artificiale, credo che ci metterò un po’, ma sarò disposta ad accogliere anche questa trasformazione.
Quindi il confine, alla fine, potrebbe essere proprio l’emozione?
A patto che diventi arte. Per ora forse siamo ancora soprattutto nel campo della tecnica, anche se probabilmente dire che sia soltanto tecnica è riduttivo. Ma se succedesse quello che dice lei, se davvero un film realizzato con l’AI riuscisse a emozionarmi, alzerei le mani. Cercherei però di capire come e perché siamo riusciti ad arrivare a quel punto.
Prima do salutarla, lasciamo l’intelligenza artificiale e torniamo a Katia Bernardi. A cosa sta lavorando in questo momento?
È un periodo molto impegnato. Ci hanno dato la sesta stagione di "Falegnami in alta quota", siamo alla quarantunesima puntata, quindi sono molto felice perché è un progetto nato qui, in casa, peraltro durante il Covid. È andato bene, continua ad andare bene e sono contenta di poter andare avanti. E siccome oltre alla montagna amo forse ancora di più il mare, circa un anno fa abbiamo scritto un film documentario su Venezia: il progetto si chiamerà "The last guardians of Venice" e racconterà gli ultimi "guardiani", gli artigiani delle botteghe storiche che si tramandano saperi e che purtroppo oggi sono in grande difficoltà perché manca il ricambio generazionale. Lo girerò verso la fine dell’anno. È un progetto che realizziamo con Rai e France Télévisions e sarà la mia prima coproduzione europea. Sto poi facendo una cosa bellissima che uscirà l’anno prossimo e che è già stata annunciata durante una conferenza stampa: un programma Rai su Mina.
C'è qualcosa che non ha ancora fatto e che tiene nel cassetto?
Lo sto tirando fuori dal cassetto: sto scrivendo il mio primo film di finzione, ma ci vorrà tempo. Sarà un film in costume, tratto da una storia vera, una commedia, che è il mio genere. Ci vorranno probabilmente diversi anni. Poi ci risentiremo e vedremo a quel punto come sarà messa l’intelligenza artificiale, magari l’avrò utilizzata anch’io per quel film (Ride, ndr).


















