Il Veneto vuole "copiare" la Ganzega ma la Fai Cisl del Trentino è perplessa: "Come si può distinguere l'amicizia dal lavoro nero?"
La Fai Cisl del Trentino contraria al riconoscimento della Ganzega: "Il romanticismo di un passato che appartiene alla nostra storia non può diventare sfruttamento. Non possiamo chiamare amicizia ciò che rischia di trasformarsi in lavoro nero. L’agricoltura ha bisogno di regole, non di scorciatoie"

TRENTO. "La grande maggioranza degli agricoltori trentini lavora con serietà, responsabilità e nel rispetto delle persone che ogni giorno operano nei campi". A intervenire la Fai Cisl del Trentino sulla Ganzega. "Proprio per questo, però, non possiamo ignorare i rischi che una forma di collaborazione così difficile da controllare può generare".
La Ganzega, cioè l’aiuto spontaneo, occasionale e gratuito che familiari, amici e vicini si prestano in occasione delle attività agricole, è stata riconosciuta tra le consuetudini di grande rilevanza per il territorio (Qui articolo). Una decisione sulla falsariga dell'Alto Adige che già nel 2018 aveva inserito una consuetudine simile - "l'aiuto sporadico e occasionale durante la vendemmia" - nella Raccolta degli usi della provincia di Bolzano (Qui articolo). Un'iniziativa fortemente appoggiata dalla Provincia con l'assessora Giulia Zanotelli che aveva evidenziato il valore delle novità a sostegno degli operatori del settore sul territorio (Qui articolo).
Il Veneto osserva con grande interesse la decisione trentina e vuole seguire questo modello, tanto che la Regione ha lanciato un appello alla Camera di commercio, in particolare a quella di Belluno e di Treviso (Qui articolo).
E mentre gli altri territori guardano alle decisioni di piazza Dante, ecco che sul territorio la Fai Cisl apre a una riflessione sul "ritorno di una forma di collaborazione legata alla tradizione agricola trentina ma anche a un passato nel quale, soprattutto durante i periodi di raccolta, le comunità si aiutavano reciprocamente. Un passato che appartiene alla nostra storia e che merita di essere ricordato. Ma quando la rievocazione della tradizione entra nel mondo del lavoro è necessario fermarsi e interrogarsi sulle possibili conseguenze".
Il tema, secondo la Fai Cisl, non è quello di negare all’agricoltura la possibilità di organizzare il lavoro in maniera flessibile.
"Al contrario. In agricoltura la flessibilità esiste già e molto ampia", dice il sindacato. "Il contratto collettivo e le normative vigenti consentono di utilizzare rapporti di lavoro elastici, adeguati alla stagionalità delle produzioni. Un operaio agricolo stagionale, compreso un raccoglitore regolarmente assunto, viene retribuito per le ore effettivamente lavorate e non necessariamente deve avere un’occupazione garantita per tutti i giorni della settimana. Questo significa che il costo del lavoro per un’azienda agricola non è paragonabile a quello di molti altri settori".
L'organizzazione sindacale ricorda le diverse possibilità già previste dall’attuale sistema: dalla collaborazione familiare fino al sesto grado di parentela allo scambio di manodopera tra agricoltori, fino alla possibilità di ricorrere a specifiche forme contrattuali come il contratto LOAgri.
"Gli strumenti per consentire una collaborazione flessibile e sostenibile alle aziende agricole già esistono. Abbiamo sempre cercato di confrontarci con le esigenze del settore e di trovare un equilibrio tra sostenibilità delle imprese e tutela del lavoro", prosegue la Fai Cisl che rivendica di avere assunto negli anni un atteggiamento responsabile nei confronti delle difficoltà dell’agricoltura. "Abbiamo accettato di confrontarci anche su temi sui quali avevamo e continuiamo a nutrire delle perplessità. Pensiamo alla tariffa oraria prevista per i raccoglitori, più bassa rispetto a quella di un operaio agricolo a tempo determinato, così come abbiamo affrontato la questione dello scambio di manodopera tra agricoltori, pur evidenziando le nostre preoccupazioni. Ma sulla Ganzega non possiamo esserci: qui il problema non è soltanto il costo del lavoro o la flessibilità. Il problema è la possibilità concreta che dietro una relazione apparentemente basata sull’amicizia si possano nascondere rapporti di lavoro che sfuggono a qualsiasi controllo".
Per il sindacato il rischio è l'impossibilità di distinguere l’amicizia dal lavoro nero. Questo il nodo più delicato.
"Un rapporto fondato sulla presunta amicizia tra le persone rischia infatti di diventare estremamente difficile da verificare da parte degli organi ispettivi. Come si può distinguere un vero rapporto di amicizia da un rapporto di lavoro nero? Se tutti possono dichiararsi amici, anche persone che nella realtà vivono a migliaia di chilometri di distanza, come si può dimostrare che dietro quella collaborazione non esiste invece un rapporto di lavoro? Il rischio è che il confine diventi praticamente impossibile da tracciare".
Proprio qui, secondo il sindacato, si apre la porta a possibili abusi. "Il paradosso è che il lavoratore sfruttato potrebbe diventare, formalmente, l’amico di chi lo sfrutta. E a quel punto diventa molto più difficile per chi deve controllare intervenire e tutelare il lavoratore. Siamo stupiti che nel dibattito pubblico si parli soprattutto della salvaguardia della tradizione e molto meno di quanto sfruttamento potrebbe essere normalizzato attraverso una simile forma di collaborazione. E ci chiediamo anche quanta evasione contributiva potrebbe essere prodotta e quali conseguenze potrebbe avere sulle casse dell’Inps. Noi non ci stiamo. Perché a rimetterci, alla fine, sono sempre gli stessi: i lavoratori, che attraverso il proprio lavoro devono poter vivere, costruire il proprio futuro e maturare diritti e tutele".
La Fai Cisl non intende con questo negare le difficoltà dell’agricoltura trentina e, in particolare, quelle delle piccole aziende. Ma, secondo il sindacato, la risposta non può essere la progressiva normalizzazione di forme di collaborazione difficili da controllare.
"Queste misure possono sembrare dei tamponi utili nell’immediato, ma rischiano di diventare un boomerang. Perché dove si indebolisce la regolarità del lavoro, inevitabilmente si indebolisce anche l’attrattività del settore. E se vogliamo continuare ad avere lavoratori disponibili nei nostri campi anche negli anni futuri, dobbiamo garantire loro lavoro regolare, dignitoso e adeguatamente retribuito".
Per il sindacato la strada da seguire è quindi un’altra e passa da una maggiore organizzazione del sistema.
"Da anni diciamo che la nostra agricoltura deve riorganizzarsi. Bisogna rafforzare il ruolo dei consorzi, creando una vera rete tra le aziende e mettendo nelle condizioni il sistema di offrire lavoro regolare, adeguatamente retribuito e possibilmente per periodi più lunghi agli operai, compresi i tanti lavoratori stranieri che arrivano nei nostri territori. Abbiamo la fortuna di avere un Paese con una straordinaria diversificazione delle colture, dalla frutta agli ortaggi, dal Nord al Sud, con periodi di raccolta differenti. Dobbiamo sfruttare questa caratteristica e costruire una rete nazionale, anche attraverso gli enti bilaterali, che permetta a un lavoratore che sceglie l’Italia di poter trovare occupazione durante tutto l’anno spostandosi, quando necessario, tra le diverse regioni. Questa è la politica che dovremmo avere il coraggio di costruire: non scorciatoie temporanee che possono anche apparire romantiche, ma un sistema agricolo capace di garantire futuro alle imprese e dignità ai lavoratori. Perché salvaguardare la nostra agricoltura significa anche salvaguardare il lavoro che la rende possibile", conclude la Fai Cisl del Trentino.


















