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Quella volta che sono morto in Val dei Mocheni (e il leone da tastiera poi ha scritto: ''Io gli avrei fatto pagare le spese del soccorso alpino'')

Spesso mi fermavo a contemplare un paesaggio che percepii essere immutabile dalla notte dei tempi e che speravo continuasse ad esserlo anche dopo la mia dipartita
DAL BLOG
Di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 29 novembre 2019

Rapito dalla Montagna anni fa, pratica escursionismo, percorre vie ferrate e frequenta qualche falesia e palestra di roccia. 

Mi è successo qualche anno fa. Era un inverno generoso, con tanta neve e belle giornate e io stavo lavorando nel mio studio a Pergine Valsugana. Già dalla mattina il sole brillava in un cielo limpido e quindi, quella mattina, con una vago senso di colpa, avevo deciso di infilare in macchina l’attrezzatura da sci alpinismo per una furtiva puntata pomeridiana verso il lago di Erdemolo. Sia a casa che in studio, ovviamente, l’abbigliamento mezzo formale e mezzo sportvo/tecnico non era passato inosservato, ma la mia espressione da Mr. Bean scocciato, aveva impedito ogni domanda o ulteriore commento.

 

Smanioso di partire avevo atteso i rintocchi fatali della campana del paese, come un uomo del Medioevo a mezzogiorno. Segno divino secolarizzato che mi “imponeva” di staccarmi dallo schermo del pc per avviarmi con una benedizione metafisica verso l’agognata meta nevosa. La Rifattona all’epoca non era ancora rifatta, e al pari di un fuggiasco dal carcere, macinavo rattamente i pochi chilometri fino a Palù dei Mocheni con la smania dell’amante che si fionda su un talamo carico di promesse.

 

Masticai un panino mentre mi infilai gli scarponi, ingoiai il tutto (senza gli scarponi...) mentre stavo attaccando le pelli, e bevvi un tea caldo mentre contemporaneamente controllavo gli attacchi degli sci. In 4 nanosecondi affrontai le prime salite nel candore totale, immerso in un silenzio tombale. Il cielo era terso e la temperatura perfetta: né troppo caldo né troppo freddo. Insomma la giornata adatta per morire.

 

Poiché era un giorno in mezzo alla settimana durante le prime ore del pomeriggio, non vidi nessuno durante tutta la salita come benignamente la vuotezza del parcheggio mi aveva lasciato sperare. Procedevo lentamente assaporando ogni istante, risalivo i dolci pendii dei prati fino a raggiungere i radi larici che indicano la parte più ripida. Spesso mi fermavo a contemplare un paesaggio che percepii essere immutabile dalla notte dei tempi e che speravo continuasse ad esserlo anche dopo la mia dipartita.

 

 

Un sorso di tea, qualche barretta, ma stavolta, tutto al rallentatore. Talmente al rallentatore che mi accorsi che il tempo stava passando veloce e poiché era dicembre e le giornate molto corte, mi resi conto che se avessi continuato a salire verso il lago e mi fossi fermato un po', sarei tornato con il sole ormai pericolosamente calante o addirittura all’imbrunire e purtroppo avevo lasciato a casa la frontalina. Poco male. Decisi di fermarmi presso una staccionata, pregustandomi una discesa in neve fresca ancora vergine, senza tracce di altri sciatori.

 

D’altra parte le ombre degli abeti e dei larici stavano diventando lunghe e cominciava a fare un po' di freddino. Infilai la giacca a vento per la discesa, staccai le pelli e le arrotolai come si deve. Un ultimo sorso caldo prima della discesa dolce con la neve quasi alle ginocchia.

 

 

Un piacerino infame, come di chi di nascosto infila le dita nella Nutella e assapora la gioia del peccato! Curve morbide, procedere lento, comunque sudo anche in discesa e alla prima pausa tolgo la giacca a vento per rinfrescarmi un pochino. Scelta scellerata. Infatti infilai qualche curva prendendo un po' di velocità, ma ad un certo punto la neve sprofondò sotto di me quel che bastava a sbilanciarmi e caddi con la testa a valle e le braccia profondamente conficcate nella neve.

 

Il primo pensiero fu: “Azz.... la giaccavento!” Infatti sentii subito la differenza di temperatura e di conseguenza mi predisposi a raddrizzarmi in piedi il prima possibile con scarsissimi risultati. Secondo pensiero: “Quante volte ho predicato in giro che non va mai bene andare da soli in montagna?” (almeno in certe situazioni). Annaspai cercando di girarmi con la testa a monte, ma non potendo muovere le braccia cercai di ruotare le spalle in modo da “svasare” la neve attorno a me, non ottenendo nessun risultato. Ero praticamente in un avvallamento dove la neve riportata dal vento aveva fatto un accumulo. Più mi muovevo e più sprofondavo.

 

 

“Nessuno che passi di qua. E chi vuoi che passi alle 16 con le aguzze ombre degli alberi che si stanno avvicinando a me come artigli pronti a ghermirmi con il loro gelido abbraccio?”. Passarono i minuti, i quarti d’ora, avevo i crampi ai fianchi e ai polpacci sia per il freddo che per l’ansia che mi stava assalendo. “Ma sarà mai possibile morire così? Da solo, in una bella giornata, ma ad una quota “ridicola” in un punto della montagna dove d’estate le famigliole vengono a fare pic nic con la copertina sul prato? Almeno morissi gloriosamente a oltre 3000 metri di quota, incrodato su un passaggio impossibile...ma qui, senza nemmeno una giacca a vento addosso, tutto sudacchiato e con queste ombre che avanzano di alberi non più protettivi”.

 

Avevo sonno e chiusi gli occhi, avvertendo dolorosamente le estremità sempre più fredde; “Anche se ora passasse qualcuno, non sono esattamente sul sentiero, ma più a valle dove mi par di ricordare passi un torrentello (la mia amata Fersina?). Forse sono addirittura “nel” torrentello!”. Passarono più giorni, ed io ero evidentemente morto. Ricordo ancora oggi tutte le storie che si raccontano quando stai morendo lentamente, quando “la vita ti passa davanti come in un film” ma in realtà all’epoca l’ultimo pensiero fu: “Questa la devo proprio raccontare a mio cugino, così sembrerà quel pezzo di Elio E Le Storie Tese (Mio cuggino - ....Mi ha detto mio cuggino che da bambino una volta e' morto......).

 

 

Da allora mi è rimasta impressa nella retina un’immagine sgradevole: quella della faccia di chi mi ritovò casualmente dopo qualche settimana e che mi guardava con l’espressione rancorosa e beffarda del leone da tastiera che in occasione di incidenti in montagna scrive sempre: ”Mi a stì qua che faria pagar le spese del soccorso alpino, così la prossima volta i ‘empara!”.

 

P.S. Le foto inserite sono di un’altra escursione fatta in Val dei Mocheni fatta recentemente ma poiché sono morto non trovo più le foto originali perché il cellulare morì con me in quella occasione.

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