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| 09 lug 2025 | 16:46

9 luglio 2006, ''Campioni del Mondo'': l'inizio della fine. Il lento addio al numero ''10'' e il suicidio del calcio italiano

DAL BLOG
Di Luca Pianesi - 09 luglio 2025

Direttore de il Dolomiti

''L'inizio della fine'', così descrive quel 9 luglio 2006 la pagina Facebook ''Calciatori Brutti'' una delle più geniali e interessanti sul mondo del calcio. Ed effettivamente 19 anni fa si compiva il successo più importante del calcio italiano, la vittoria del Mondiale, ma si concludeva anche l'esperienza di una nostra nazionale in una fase ad eliminazione nella Coppa del Mondo. Da quel momento 19 anni di buio con un crollo del calcio italiano senza precedenti: nel 2010 in Sudafrica la truppa di Marcello Lippi esce ai gironi, nel 2014 i 23 di Prandelli steccano ancora ai gironi in Brasile e poi basta, non qualificati né ai mondiali del 2018 né a quelli del 2022. Praticamente i maggiorenni di oggi non hanno mai visto una partita ad eliminazione diretta della nazionale italiana ai mondiali di calcio.

 

Giustamente la pagina ''Calciatori Brutti'' si chiede com'è possibile che l'Italia non riesca più a produrre campioni come Totti e Del Piero. Noi aggiungiamo anche Baggio e Rivera, per andare un po' più indietro. Ma vogliamo 'volare' un po' più basso pur restando nell'olimpo del calcio di casa nostra? Quanto farebbero comodo oggi i Miccoli, Di Natale, Di Michele, Maresca o andando un po' più indietro gli Zola, i Mancini, mettiamoci anche Cassano. Campioni veri, riconosciuti in tutto il mondo, amati, invidiati, temuti. La loro arma in più? La fantasia. Erano la quinta essenza del numero 10. Un numero 10 che, oggi, nel calcio moderno, non esiste più. L'Italia i suoi campioni li costruiva in quel ruolo del campo (poi c'erano i difensori arcigni e impeccabili, i portieroni, centrocampisti dai piedi buoni e tutta grinta ma se nel mondo si deve pensare al campione azzurro si pensa subito a Rivera, Baggio, Totti, Del Piero).

 

E se fosse proprio questa la ragione del crollo del calcio italiano e della scomparsa dei campioni nostrani? L'aver abbracciato i modelli di calcio stranieri, a cominciare dal tiki taka spagnolo tutto passaggi finché non si trova l'imbucata giusta, per arrivare all'attuale rete di passaggi estenuante, anche indietro fin al portiere con i due terzini che si abbassano all'inverosimile e si allargano per ricevere dal numero 1. La licenza di saltare l'uomo ce l'ha solo l'esterno (perché è la zona dove si rischia meno se si perde il pallone e quindi da statistica gli allenatori permettono l'affondo solo in questa porzione di campo) e quindi i campioni attuali giocano tutti in fascia (qualche nome? Il Real ha Vinícius Júnior e Mbappè, il Barca ha Lamine Yamal, il Psg ha Dembélé e Barcola, il Liverpool ha Salah, il City ha Savinho e Foden, il Milan ci prova con Leao). Qui serve soprattutto potenza, corsa e velocità (oltre ai piedi buoni ovviamente). E se pensiamo ai Rivera, Baggio, Totti, Del Piero e tutti i 10 che dicevamo sopra potenza, corsa e velocità non sono proprio le prime caratteristiche che cuciremmo loro addosso. 

 

Insomma il calcio italiano inseguendo modelli altrui ha, passo dopo passo, rinunciato al fantasista e smantellato quel ruolo che faceva sognare grandi e piccini, ci permetteva di sfornare campioni, creava staffette, divideva il Paese, ci portava ai mondiali e magari ce li faceva pure vincere o quasi. Magari sbagliava un rigore in finale come a Usa '94 dopo averci portati fino a lì o faceva il segno con le dita ''per tanto così'' come a Francia '98 (in quell'occasione con sulle spalle il numero 18 perché il 10 era di Delpi e Totti stava a casa). Per non parlare del cucchiaio di Totti a Euro 2000 con l'Olanda o al gol di Del Piero (costretto al numero 7 perché il 10 lo aveva il Pupone) con la Germania nel 2006. Forse non siamo riusciti ad abbracciare il calcio più fisico e muscolare moderno rendendolo nostro, includendo la figura del fantasista.

 

Forse non c'è proprio più spazio per giocatori di questo tipo in un calcio stereotipato fatto di statistiche, di mille retropassaggi, di allenatori che a quello che salta l'uomo preferiscono quello che non sbaglia l'appoggio. Forse è un discorso da vecchio, tipico, standard, che pensa che quel che c'era prima era meglio di quel che si vede oggi. D'altronde in quel mondiale del 2006 chi scrive aveva 22 anni e il calcio italiano è stato qualcosa di irraggiungibile in quel ventennio tra il 1990 e il 2010. Ed era il numero 10 quello che faceva sognare. Sognare anche di poter vincere un Mondiale. Come in quell'oggi di 19 anni fa. ''L'inizio della fine''. La fine del calcio italiano e dei nostri numeri 10

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