"Sportivizzare la società è pericolosissimo: i miti non è detto siano degli esempi. Quanto è cambiato il volley? Tanto, come tutto lo sport". L'intervista ad Andrea "Zorro" Zorzi
"Gli slogan sportivi sono belli, terribilmente efficaci e diretti, ma la semplificazione, la banalizzazione e l'uso manipolatorio che spesso viene fatto di tali messaggi è pericoloso. Si vuole semplificare ciò che è complesso. Tra il vincere e il perdere, c'è il provarci, l'avere coraggio, fare del proprio meglio, insistere, non arrendersi e saper accettare il risultato. Il sistema deve essere riequilibrato. Certi comportamenti sono magari modelli in un ambito prettamente sportivo, ma da "pazzi scatenati" in altri contesti"

TRENTO. In quell'incredibile "infornata" di campioni che è stata la "Generazione di Fenomeni", lui era il "braccio armato" degli azzurri.
Assieme a Luca Cantagalli, non per niente soprannominato "Bazooka", Andrea "Zorro" Zorzi era certamente il terminale offensivo più potente di quel fantastico gruppo che, per un decennio, plasmato da Julio Velasco, ha dominato il volley mondiale.
Un giocatore fortissimo al servizio, devastante in attacco, solido a muro: per anni è stato il miglior opposto del mondo, senza "se" e senza "ma". Certo, in quel gruppo i fuoriclasse erano tantissimi e la distribuzione era equilibrata, mentre oggi Zorzi sarebbe il giocatore a cui il regista, sempre e comunque, affida le palle più importanti della partita.
Con la maglia azzurra ha disputato la bellezza di 325 partite, in tutte le classifiche assolute relative ai punti realizzati è ai primi posti e avrebbe potuto migliorare ulteriormente i suoi numeri se non avesse deciso, ad appena 33 anni, di dire "basta" con il volley giocato. Nel 1998 decise, infatti, di appendere le ginocchiere al chiodo, studiare e dedicarsi immediatamente ad altro. Con ottimi risultati.
Oggi è uno dei giornalisti sportivi più apprezzati in ambito pallavolistico e, parallelamente, svolge l'attività di speaker motivazionale in aziende e università, raccontando della propria - eccezionale - esperienza sportiva, ma affrontando anche temi trasversali, come l'uso delle metafore sportive in contesti lavorativi e le difficoltà ad applicare tali modelli in altri ambienti, il concetto di leadership, la gestione del cambiamento, il conflitto e la necessità di ascolto, la collaborazione e l'impegno.
Insomma, con l'ex fuoriclasse originario di Noale, che nel 1990 lasciò una cittadina (ma già famosa: perché lì venne fondata, nel 1945, l'Aprilia) della provincia veneta per trasferirsi a Parma, all'epoca uno dei top team mondiali della pallavolo, si può parlare veramente di tutto.
Da Noale a Parma, poi a Milano. E' rimasto "un po' veneto" o la possiamo considerare ormai milanese?
"No, perché non si diventa mai veramente milanesi. Si è graditi ospiti in questa grande e bellissima città, ma si resta veneti, pugliesi, sardi, a seconda della provenienza. A Roma si "diventa" romani, a Milano non c'è questo processo. Io vivo qui da più di trentacinque anni, quando mi spostai da Parma. Poi ho giocato a Treviso e Macerata, ma "casa mia", anche per motivi lavorativi, è rimasta ed è tutt'ora il capoluogo meneghino. Poi, quando posso, mi trasferisco nel mio "buen retiro" in Toscana, una terra meravigliosa, per rilassarmi".
Entriamo subito in tema: quanto è diversa la pallavolo di oggi rispetto ai tempi in cui lei faceva "buchi" sul parquet?
"E' cambiata, ma è l'inevitabile "successione anagrafica" degli eventi, una costante, un normale scorrere del tempo. Così come è cambiato lo sport a livello globale dagli anni '80 in poi, quando è diventato business. Dai Giochi Olimpici di Los Angeles 1984, i primi dell'era moderna finanziati con fondi privati, si è aperta una "nuova era" con novità che hanno rivoluzionato il mondo sportivo, quali ad esempio i diritti televisivi, il fenomeno Jordan, l'esplosione della Nike, la rincorsa dell'Adidas. E' stato un cambiamento fondamentale: si è scoperto che lo sport poteva avere un ruolo e un peso incredibili. E, ovviamente, è cambiato anche il volley, che non fa eccezione".
Approfittiamo, allora, di lei: in Italia il volley come e quando si è sviluppato?
"A partire dal secondo dopoguerra, in città importanti come Padova, Modena, Ravenna. Chi è rientrato dalla guerra ha "importato" la pallavolo, che era lo "sport di stato" in Unione Sovietica, dove era molto praticato. Era "perfetto" anche per i climi rigidi, visto che si giocava al chiuso ed era una disciplina meno "furba" rispetto al calcio, più "controllabile". La Nazionale vinse le Universiadi disputate in Italia nel 1970, un risultato però decisamente meno importante rispetto all'argento conquistato, anche in questo caso "in casa", ai Mondiali 1978 alle spalle dell'imbattibile Unione Sovietica, che a Roma conquistò il quinto titolo iridato in 29 anni. In quel momento la pallavolo italiana divenne uno sport sufficientemente organizzato e, grazie al lavoro del Ct Carmelo Pittera, nacque una struttura che mette le basi a tutto quello che verrà dopo. E, infatti, negli anni '90 l'Italia è il "centro" del mondo pallavolistico: la Nazionale vinse tutto e i migliori stranieri del mondo venivano a giocare nel nostro campionato".
Ecco, parliamo della "Generazione di Fenomeni": voi siete passati da essere atleti "normali", a, passi il termine, "miti" sportivi.
"La nostra generazione ha iniziato a praticare la pallavolo per diversi motivi, chi per disagi psico - fisici, chi per tradizione familiare, chi perché non riusciva in altre discipline. Non "mitizzerei" il passato, ma sicuramente ci trovammo esposti ad una pressione mediatica incredibile. Allora c'erano i quotidiani, oggi ci sono i social, che hanno "semplificato" tante cose, non sempre in senso positivo, hanno tolto lo spazio tra il privato e il pubblico, hanno polarizzato la vita e le prestazioni degli atleti. Quando ci siamo affacciati sulla ribalta internazionale è stato anche il momento del primo "abbraccio" a livello economico, non il più remunerativo, ma comunque importante. Oggi i social hanno cambiato il contesto, come all'epoca i quotidiani lo fecero per noi e come era stata la televisione, per chi era venuto prima di noi. E' lo scorrere, inevitabile, del tempo".
E dal punto di vista tecnico?
"E' cambiata la qualità della preparazione fisica, gli atleti di oggi sono più performanti e riescono a fare cose che, un tempo, erano proprie di atleti più "bassi". Anche se, anche in questo caso, non bisogna fare di tutta l'erba un fascio, visto che i vari Cantagalli e Bernardi sfioravano i due metri ed erano fuoriclasse assoluti, così come lo sono oggi giocatori che sono alti poco più di un metro e novanta, vedi ad esempio Plotnytskyi e Ishikawa, tanti per fare due nomi. Certo, l'introduzione del libero ha tolto compiti di seconda linea ai centrali, che da quel momento hanno potuto dedicarsi e specializzarsi su altri fondamentali. La pallavolo moderna ha riportato in primo piano le qualità tecniche: certo, se sei meno di 1,90 sei meno efficace in attacco, questo è ovvio. La pallavolo è uno sport selettivo per l'altezza, come altre discipline, ma non parlerei di fenomeno recente".
Non le chiedo chi è il più forte del mondo, ma chi è il suo giocatore preferito, oggi come oggi.
"Ce ne sono tanti molto forti, che giocano benissimo a pallavolo. Per la crescita che ha avuto, per come è migliorato in difesa e copertura, dunque nei fondamentali di seconda linea, dico Alessandro Michieletto, uno schiacciatore di 2 metri e 11, eccezionale anche in attacco e a muro, che rappresenta alla perfezione il nuovo modello di super giocatore iper performante e completo. Ho sempre amato quei campioni che erano "specializzati" nell'universalità: penso a Kiraly, Bernardi, ma anche Giba, un altro pallavolista che mi è sempre piaciuto tantissimo e Papi. Poi, parlando al presente, non posso non citare, oltre ad Ale Michieletto, anche Plotnytskyi, Nikolov e come attaccante apprezzo molto Ben Tara".
Quanto le "pesa" non aver vinto l'oro olimpico, l'unico trofeo che manca nella sua favolosa bacheca.
"E' chiaro che, in un contesto così competitivo, dove si cerca sempre di alzare l'asticella si pensi a ciò che "non si è vinto". Io, però, preferisco pensare a tutte le gioie e le soddisfazioni che ho provato, al fatto che la mia vita attuale, anche una volta smessa l'attività da pallavolista, tragga giovamento da quello che ho fatto. Certo, mi dispiace non aver conquistato la medaglia d'oro olimpica e penso anche che avrei potuto fare un po' meglio, ma da adulto devo essere tranquillo e onesto nell'analisi. Dunque se mi chiedete se sono soddisfatto in generale, la risposta è semplice: certo che sì".
Ha un idolo sportivo, un mito?
"Io sono figlio dell'epoca in cui c'era quel meraviglioso atleta che era Carl Lewis, il simbolo della "potenza è nulla senza controllo". Lo dimostrano anche gli studi: i miti sono quelli atleti di cui ci si innamora nell'età compresa tra 8 e 15 anni. Certo, puoi ammirare anche successivamente altri fuoriclasse, ma quando si diventa grandi si ragiona in altro modo. Faccio un esempio, personale: il Mondiale vinto dalla Nazionale di calcio nel 1982 è un successo vissuto con la "pancia" perché avevo quasi 17 anni, quello del 2006 rappresenta un'altra enorme gioia e soddisfazione, ma è un trionfo di "testa". E' c'è un'enorme differenza".
I miti sono anche degli esempi?
"Lo sport elegge a miti i vincitori, ma non è detto che i comportamenti di questi siano degli esempi. Sportivizzare la società è pericolosissimo: si vince e si perde, perché così è deciso dalle regole che sono state stabilite prima, per stilare classifiche, in un contesto iper condizionato. E ci sta, sono le "regole" del gioco. Fuori dal mondo sportivo, però, le relazioni e il dialogo sono tutt'altra cosa. Chi pratica uno sport non è solamente uno sportivo, non è solamente un vincente o perdente. Gli slogan sportivi sono belli, terribilmente efficaci e diretti, ma la semplificazione, la banalizzazione e l'uso manipolatorio che spesso viene fatto di tali messaggi è estremamente pericoloso. Si vuole semplificare ciò che è complesso. Tra il vincere e il perdere, c'è il provarci, l'avere coraggio, fare del proprio meglio, insistere, non arrendersi e saper accettare il risultato. Credo il sistema debba essere riequilibrato. Certi comportamenti e atteggiamenti sono modelli in un ambito prettamente sportivo, ma da "pazzi scatenati" in altri contesti".
Tipo?
"Prendete i grandi campioni, quelli ossessionati dal dover vincere sempre, dall'essere focalizzati sul risultato, che pretendono sempre il massimo sia da se stessi che dai compagni. Che esasperano il concetto di prestazione e successo. In un contesto sportivo possono essere considerati esempi, stimoli, modelli - anche se magari non da tutti - ma metteteli in un altro ambito. Che so, durante una cena con amici, in relazione a situazioni di vita: verrebbero considerati "folli". Ecco perché bisogna stare attenti ad eleggere quali miti ed esempi assoluti gli idoli sportivi".
Nello sport, sempre più spesso anche in ambito giovanile, l'asticella viene alzata di continuo.
"E' un ragionamento più ampio. E' la società occidentale che ha scelto di non essere mai contenta e di guardare sempre più alto e stabilito che l'essere umano coraggioso è quello che non si pone limiti. Come ho detto: può essere efficace per stimolare chi è abituato ad accontentarsi ma, allo stesso tempo, in un modo così competitivo, nel quale la performance è fondamentale, rischia di fissare continuamente obiettivi irraggiungibili per i giovani. Il pericolo è che passi il concetto che, come atleta, o sei il migliore del mondo o un fallito".
Oggi lo sport italiano ha in Jannik Sinner un campione incredibile, forse il più grande in assoluto. Le piace?
"Non c'è dubbio che sia un super, super - all'infinito - campione, che arriva da una zona d'Italia che ha prodotto recentemente un altro fuoriclasse del calibro di Nicolò Giannelli. Sinner e chi gli sta a fianco hanno capito subito quanto avrebbero dovuto proteggersi da un mondo cosi "ferocemente" pubblico e ricco, ha lasciato sin dall'inizio in secondo piano il "vogliamoci bene" e "siamo sempre disponibili". Magari, per un popolo così "mediterraneo" come siamo noi può risultare poco empatico, ma è parte di ciò che gli permette di essere così fenomenale come è".
Ci tolga un'ultima curiosità. Da cosa nasce il soprannome "Zorro"?
"Semplicemente è un'assonanza del mio cognome. In Nazionale, già ai tempi delle giovanili, c'erano un sacco di Andrea, io, Lucchetta, Gardini, Giani. Ecco che per tutti venne coniato un soprannome, il mio fu "Zorro". Un bella fortuna soprattutto per i giornalisti".












