Contenuto sponsorizzato

L’ora buia della democrazia americana

La diffusione ampia e ormai normalizzata di idee di estrema destra e il supporto pubblico di esponenti politici è ciò che deve essere tenuto in considerazione per capire come si sia arrivati agli scontri e quali possano essere i possibili sviluppi
DAL BLOG
Di Orizzonti Internazionali - 08 gennaio 2021

Docenti di studi internazionali dell'Università di Trento

di Louisa Parks, Professoressa di sociologia politica presso la Scuola di Studi Internazionali e il Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento;

    Micaela Musacchio Strigone, dottoranda di ricerca in Studi Internazionali presso la Scuola di Studi Internazionali dell’Università di Trento

 

Nel pomeriggio di mercoledì 6 gennaio, mentre giungevano i risultati finali del voto in Georgia che garantivano ai Democratici anche il controllo del Senato, abbiamo assistito a proteste violente che sono sfociate nell’occupazione del Campidoglio. Le proteste, incoraggiate dal Presidente uscente Trump, erano dirette contro il Congresso che si apprestava a certificare il risultato delle elezioni presidenziali. Trump, come sappiamo, ha costantemente e immotivatamente sostenuto che le elezioni siano state falsate. Anche mercoledì ha ribadito questa posizione, sostenendo che in Senato, controllato ancora dai Repubblicani, il risultato sarebbe stato messo in discussione dai suoi senatori. Tuttavia, quando anche Mike Pence, il Vice Presidente statunitense che presiedeva la seduta del Congresso, ha dichiarato che non avrebbe messo in discussione il risultato delle urne, Trump si è rivolto ai suoi sostenitori. Il Presidente si è presentato prima davanti ai suoi sostenitori che stavano manifestando dinanzi al Campidoglio ribadendo che le elezioni presidenziali fossero state “rubate” dai Democratici, e dopo, via Twitter, ha sostenuto che Pence non avesse avuto avuto il coraggio di proteggere la Costituzione, incitando i suoi sostenitori a continuare le proteste.

 

La protesta però non è stata pacifica come auspicato da Trump. I suoi supporter hanno oltrepassato le barriere della polizia e hanno assaltato il Campidoglio, riuscendo ad entrare nelle camere dei due rami del Congresso. Contemporaneamente, i Senatori sono stati evacuati mentre Parlamentari e membri dello staff sono rimasti chiusi nei loro uffici. Il bilancio finale è di quattro morti anche se i dettagli non sono ancora chiari. I messaggi e i video che Trump ha postato su Internet durante tutto lo svolgimento delle proteste – in cui ribadiva supporto e affetto nei confronti dei suoi sostenitori ma nel contempo li invitava a rimanere pacifici e non attaccare la polizia – sono stati cancellati da tutti i maggiori social network.

 

Sommossa estemporanea o proteste organizzate? Il possibile significato delle proteste

Innanzitutto, è importate sottolineare che identificare questi eventi come “sommosse” implica ritenere che la loro natura sia stata spontanea, non organizzata, l’eruzione di un momento di rabbia. Questo è un errore che comporterebbe ritenere superflua l’organizzazione di un sistema di vigilanza e contenimento. Le sommosse sono aggregazioni di persone non organizzate, mentre le proteste sono atti politicamente motivati e con un, anche minimo, livello di organizzazione. Al di là delle posizioni individuali circa le motivazioni politiche dei manifestanti, è evidente che si sia trattato di una manifestazione organizzata e non di una sommossa spontanea. Gli eventi violenti hanno avuto luogo dopo una marcia che era stata organizzata da tempo e di cui la polizia era a conoscenza, inoltre la motivazione politica era chiara: bloccare la certificazione dei risultati elettorali.

 

Per cercare di comprendere il significato e le dinamiche delle proteste, possiamo guardare agli studi su movimenti sociali. In questi studi, le proteste sono viste come momenti chiave nella vita di un movimento, e si parla spesso di “cicli di protesta”. Questo concetto può aiutarci a capire come le proteste – di ogni tipo e colore politico – emergono ed evolvono nel tempo. In breve, qualcosa – un torto subito, la sensazione di essere vittime di una situazione, la semplice percezione di qualcosa di sbagliato – induce gli individui ad organizzarsi per trovare rimedio all’ingiustizia percepita. A fronte del permanere dell’ingiustizia, gli individui protestano. Protestare è però un’attività impegnativa e che richiede molto tempo, impegno e dedizione. Questo comporta che le proteste, solitamente, si esauriscano relativamente in fretta, come, ad esempio, le proteste organizzate dai sostenitori del Black Lives Matter (BLM) lo scorso anno. A questo punto, due sono le strade che, tendenzialmente, un movimento si trova davanti: o si realizza una qualche forma di apertura da parte dello Stato alle istanze del movimento e allora alcune parti del movimento possono organizzarsi in maniera più formale e istituzionalizzata, magari creando ONG che possano relazionarsi con gli interlocutori politici; oppure non si realizza alcuna apertura e mentre molti lasciano il movimento, una parte può radicalizzarsi e decidere di ricorrere anche all’uso della violenza per ottenere i propri fini.

 

Questa è ovviamente una semplificazione. I cicli di protesta non hanno solo ed esclusivamente questi due possibili esiti, ma l’idea di ciclo di proteste e i suoi possibili esiti ci offre una possibile chiave di lettura per gli eventi di mercoledì 6 gennaio. Una parte della letteratura sui movimenti sociali si è sviluppata in seguito all’analisi del caso italiano degli anni di piombo. La teoria che vede la radicalizzazione come una progressiva adozione di tattiche violente si basa su ciò che è accaduto, a partire dal ’68, ai movimenti studenteschi e operai e ai movimenti reazionari di estrema destra. Quando le proteste sono state contenute dallo Stato italiano, parte dei movimenti, sia di sinistra che di destra, si sono radicalizzati adottando la violenza come loro principale tattica operativa. Entrambe le fazioni, non vedevano nessuna opportunità di riconciliazione tra le loro istanze e la posizione dello stato, degenerando progressivamente verso attività terroristiche. Gli Italiani sanno bene il costo che queste decisioni hanno comportato.

 

È importante sottolineare che il processo di radicalizzazione di parte di un movimento è a volte lungo e non lineare. Le immagini che abbiamo visto mercoledì a Washington mostrano gruppi di manifestanti abbastanza organizzati che assaltano il Campidoglio e, nonostante si tratti di immagini mai viste prima nel contesto americano, sarebbe un errore interpretarle come una semplice reazione estemporanea al risultato elettorale di novembre. Gruppi e milizie di estrema destra esistono da tempo negli Stati Uniti. Tuttavia, non hanno mai ricevuto un così esplicito supporto da parte di politici del partito Repubblicano e le loro voci sono state diffuse e amplificate da una serie di canali TV e profili sui social media. La minaccia che questi gruppi pongono alla democrazia liberale è reale. Come abbiamo chiaramente visto mercoledì, questi gruppi non riconoscono il risultato di elezioni libere e democratiche, non credono che tutti siano uguali e possano godere degli stessi diritti e ritengono loro stessi come i rappresentanti della maggioranza della popolazione americana che sarà messa a rischio dalla presidenza Biden. Il fatto che politici di rilievo – per primo il Presidente degli Stati Uniti – mostrino supporto e incitino questi gruppi è indicativo della normalizzazione delle idee di estrema destra abbiano raggiunto nella politica istituzionale. Continuando il parallelismo con gli anni di piombo italiani, la radicalizzazione di un movimento è un processo lungo e complesso che risulta dalle interazioni che questo ha con un’ampia gamma di altri attori sociali: dal Governo, alla polizia, ai simpatizzanti e agli oppositori. Nel caso Italiano, però, entrambi i gruppi terroristici di destra e sinistra vivevano in clandestinità, non ricevevano nessun supporto alla luce del sole da parte della politica istituzionale e dalla maggior parte della popolazione. Ciò ha comportato che i terroristi perdessero qualsiasi tipo di cognizione della realtà e d’appoggio che gli garantisse qualsivoglia successo. In tal senso, la situazione negli Stati Uniti è diversa. La diffusione ampia e ormai normalizzata di idee di estrema destra e il supporto pubblico di esponenti politici è ciò che deve essere tenuto in considerazione per capire come si sia arrivati agli scontri e quali possano essere i possibili sviluppi.

 

Se predire le conseguenze degli eventi di mercoledì è impossibile e nessuna comparazione con il passato può dirci esattamente cosa accadrà nel futuro, è chiaro però che una certa attenzione debba essere prestata a come si reagisce a tali eventi. Quali sono i possibili scenari futuri? Dovrebbe Biden cercare una riconciliazione con questi gruppi così estremi? C’è chi è d’accordo con questa posizione per evitare un’ulteriore radicalizzazione. Ma qual è lo spazio che può essere concesso in una democrazia a questi gruppi? È necessario sottolineare i pericoli che la normalizzazione di queste idee pongono e chiamarle con il loro nome: estrema destra. La democrazia per sopravvivere ha bisogno di costante vigilanza e il continuo rafforzamento dei suoi meccanismi. Dare troppo spazio a questi gruppi significherebbe l’opposto, mettere a rischio la democrazia solo per appacificare una rumorosa, ma comunque minoritaria, parte della popolazione. Le proteste di mercoledì sono infatti il risultato delle azioni di una piccola quantità di persone che hanno organizzato quell’evento per mesi e che hanno sfruttato l’inadeguata forza di polizia che era stata schierata per l’evento. Proprio la gestione dell’evento da parte della polizia, mostra quanto sia importante avere al potere qualcuno che supporti le istanze dei manifestanti. La disparità di trattamento da parte della polizia nel gestire la protesta di mercoledì, in confronto alle proteste del movimento BLM o degli attivisti per i diritti dei disabili, è stata netta e mostra quanto siano fondamentali le decisioni di chi detiene il potere e le loro ripercussioni sul comportamento della polizia. Nel caso della manifestazione del movimento BLM, nel giugno scorso, le Guardia Nazionale – che dipende direttamente dal Presidente – era stata schierata in largo anticipo e in grande numero per impedire l’avvicinamento dei manifestanti a zone sensibili. Mentre, mercoledì è stata chiamata – dal Vice Presidente – solo quando i manifestanti avevano già assaltato il Campidoglio, nonostante si sapesse da settimane della manifestazione.

 

Rimarginare la ferita che si è creata negli Stati Uniti richiederà molto tempo, ma riconoscere la minaccia che rappresenta per la democrazia la diffusione di idee violente ed evitare la loro normalizzazione è qualcosa che deve essere fatto al più presto.

Ultima edizione
Edizione ore 19.30 del 30 luglio 2021
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
In evidenza
Società
31 luglio - 06:01
Fra lockdown, restrizioni e perdite altissime i lavoratori dello spettacolo sono stati fra i più danneggiati dalla pandemia: “Viviamo nella [...]
Cronaca
30 luglio - 20:08
Trovati 36 positivi, nessun decesso nelle ultime 24 ore. Sono state registrate 32 guarigioni. Ci sono 6 pazienti in ospedale, nessuno in terapia [...]
Cronaca
30 luglio - 20:13
Dalle 16 era stato attivato anche il soccorso alpino di Asiago per partecipare al controllo del territorio per riuscire a [...]
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato
Contenuto sponsorizzato