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Carcere, cronaca di una rivolta. Il suicidio, la sommossa e l'indignazione: ''Questo non deve diventare un luogo di morte''

A Spini di Gardolo gli episodi di autolesionismo, anche fatali, sono maggiori che negli altri istituti penitenziari. Manca la guardia medico-infermieristica nelle ore notturne e le attività lavorative sono quasi inesistenti. I motivi della protesta e il racconto della giornata nella Casa circondariale di Trento

Di Donatello Baldo - 22 dicembre 2018 - 23:04

TRENTO. Dall'interno delle celle le grida dei detenuti, il gracchiare degli altoparlanti, i rumori di colpi secchi contro le inferriate. All'esterno, sul perimetro nord, su un muretto, alcune ragazze, mogli e figlie dei detenuti, che gridano a loro volta all'indirizzo delle piccole finestre nella speranza che una voce familiare risponda.

 

"Dicono che è tunisino quello che è morto, mio marito è tunisino", e una donna urla di nuovo, grida forte il nome dell'uomo che vorrebbe ancora vivo. La ronda della Polizia penitenziaria dall'alto si avvicina sul camminamento e fa cenno di andare via. E si ritorna all'ingresso, con gli altri parenti dei detenuti a cui è stato detto che le visite per oggi sono sospese.

 

Famiglie venute anche da lontano, con i bimbi piccoli, che avrebbero voluto incontrare i propri cari prima del Natale. "Non è successo nulla - spiegano alla guardiola", ma la situazione è tesa, hanno visto il fumo uscire dalle sezioni a nord, hanno visto il carosello dei mezzi dei pompieri, della polizia, della guardia di finanza.

 

Un elicottero dei carabinieri volteggia sopra la struttura, qualcosa è successo. Una rivolta, una sommossa interna, una protesta generale che segue la notizia di un suicidio, avvenuto nella notte. L'ennesimo suicidio nel carcere di Spini.

 

Sul finire della mattina la situazione è ancora tesa, un rivolo di fumo esce ancora dalle celle, i familiari sono nel panico e cercano informazioni. "Vogliamo sapere - dice una donna con un figlio in braccio - non me ne vado fino a che non mi dicono che mio marito sta bene".

 

Le notizie si compongono nel corso delle ore. Dopo il suicidio, i detenuti hanno iniziato a protestare, una protesta che ha coinvolto l'intera struttura, tutte le sezioni eccetto quella femminile che conta soltanto poche unità. Tutti i piani in subbuglio, incendi nelle celle, suppellettili divelte. Duecento detenuti coinvolti sui 334 presenti.

 

All'interno, nel tentativo di risolvere la situazione, i vertici delle Forze dell'ordine. Il commissario del Governo, il questore, la direttrice del carcere. Per l'intervento arriva in forze il battaglione antisommossa dei Carabinieri di Laives.

 

Ma davanti ai cancelli arrivano anche il consigliere provinciale Paolo Ghezzi, l'avvocato radicale Fabio Valcanover, il presidente dell'Ordine degli avvocati Andrea de Bertolini, il presidente della Camera penale Filippo Fedrizzi.

 

Ghezzi chiede di entrare assieme a de Bertolini, in forza del potere ispettivo riconosciuto ai consiglieri provinciali. Permesso negato per motivi di sicurezza. Entrano comunque nel piazzale e riescono a ricostruire la situazione.

 

Un 32enne si è tolto la vita. Fine pena in maggio, ma il Tribunale di Sorveglianza gli aveva negato una permesso di uscita. E' successo nella notte, l'ambulanza che entra alle 3.20 e se ne va alle 3.40. Non c'è nulla da fare se non constatare il decesso.

 

Da qui la rivolta, perché di notte non c'è un medico, non c'è un infermiere. Perché i suicidi sono più che altrove, perché quelli tentati sono innumerevoli e se non si interviene subito vanno tragicamente a buon fine. Perché il Tribunale di Sorveglianza, quello che concede i permessi e le uscite, è estremamente rigido. Perché nel carcere di Spini non si lavora, non si fanno attività, si scontano le ore, i giorni, i mesi e gli anni a guardare il vuoto.

 

Nel primo pomeriggio, con l'ingresso nella struttura del reparto antisommossa, schierato con scudi e manganelli, si è temuto il peggio. "Non c'è stato nessun ferito", riferisce il prefetto Lombardi, alla guida del Commissariato del Governo: "Siamo riusciti a garantire il ripristino della normalità dopo i colloqui con alcuni rappresentanti dei detenuti".

 

Questa la versione delle Forze dell'ordine, che sarà confrontata con quella dei detenuti dopo le visite ispettive già annunciate da Paolo Ghezzi che tornerà a varcare i cancelli della Casa circondariale per approfondire quanto sia successo. "Manterremo alta l’attenzione affinché nel carcere di Spini di Gardolo sia ristabilito un clima che non incoraggi le scelte disperate come quella che la scorsa notte ha compiuto l'uomo nella sua cella al terzo piano".

 

"Non è possibile che un carcere sia un luogo di morte", afferma invece Andrea de Bertolini, il presidente dell'Ordine degli avvocati di Trento che ha raggiunto la Casa circondariale non appena ha avuto la notizia del suicidio e della successiva rivolta degli altri detenuti.

 

"Non è accettabile che qui ci sia un tasso di suicidi così alto. Non basta una struttura all'avanguardia perché all'interno vi sia una situazione di salubrità sociale che possa garantire la dignità dei detenuti".

 

Il tema è proprio questo: cosa succede all'interno delle spesse mura del carcere di Spini? Sovraffollamento, atti di autolesionismo, tentati suicidi e suicidi. Oltre la media italiana, già alta rispetto ad altre realtà europee. Mancata assistenza medico-infermieristica. Problemi che anche il governatore Fugatti, arrivato a Spini quando la situazione si era ormai risolta, vuole approfondire.

 

"La situazione è tornata alla normalità - afferma Fugatti - ma vanno capite le reali motivazioni di quanto accaduto, ciascuno per le proprie responsabilità. Vogliamo capire se ci sono carenze e se ci dovessero essere la parte della Provincia siamo pronti a intervenire. Va capito se il tasso elevato di autolesionismo sia casuale o a carenze interne alla struttura. La questione sanitaria è in capo alla provincia e se verranno evidenziate problematiche inerenti a questo cercheremo di fare la nostra parte".

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