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Coronavirus, dall'Uva e Menta a El Barrio a Trento i locali abbassano le serrande: ''Non ne vale la pena, speriamo di rivederci il prima possibile''

Maurizio Menta: “Al fine di poterci rivedere il prima possibile, abbiamo optato per questa strada sperando possa essere la migliore”.  Lorenzo Carlucci (Barrio) "Come si può in un locale adibito a luogo di incontro, dove le persone vengono per gioire della presenza reciproca, dire alle persone di rispettare le distanze?”

Di Laura Gaggioli - 07 novembre 2020 - 18:39

TRENTO. Il coronavirus vince sui ristoratori avviliti che da mesi lottano, non solo per contenere la pandemia con impegno civico rispettando le normative, ma anche per sopravvivere.

 

“Ora non ne vale più la pena”. Così Uva e Menta, celebre pizzeria e cafè al centro della città, chiude (per momento) i battenti e saluta sui social la propria clientela: “Al fine di poterci rivedere il prima possibile, abbiamo optato per questa strada sperando possa essere la migliore”.

 

“Non c’è voluto molto per prendere questa decisione - commenta il titolare Maurizio Menta - Il nostro fatturato è composto dall'80% degli incassi registrati dopo le 18, per il bar, e le 19, per il ristorante. Solo il 20% viene dal pranzo. Ma se si considera che le affluenze del pranzo, tra smart working e chiusure, sono diminuite del 50%, si capisce che non si può sopravvivere così”.

 

Maurizio prova a spiegare: “Non ne vale la pena. Se approdi nell’asporto devi far riferimento alle agenzie di trasporto che chiedono una percentuale. Per guadagnarci qualcosa devi quindi riuscire a vendere minimo 60 pizze”.


Numeri troppo alti, quindi, e dipendenti da salvaguardare. Così la scelta sembra obbligata. “Un’azienda a conduzione familiare forse riesce a resistere - commenta il gestore - ma noi, che abbiamo 18 dipendenti, non possiamo dare false illusioni ai nostri lavoratori. Ora avranno la certezza della cassa integrazione e magari potranno vivere con più serenità”.

 

Storia diversa, ma destino comune, quella del El Barrio, bar di quartiere di San Martino a Trento che, mosso dallo spirito di sopravvivenza, chiude per rispetto anche della sua figura professionale.

 

“In questo momento non ho più modo di poter fare il mio lavoro accogliendo persone, clienti, amici. Questo ha motivato la mia decisione - commenta Lorenzo Carlucci, gestore del locale, che spiega - “Dovrebbe essere lo Stato a dirci di non andare avanti. E’ una contraddizione di termini: come si può in un locale adibito a luogo di incontro, dove le persone vengono per gioire della presenza reciproca, dire alle persone di rispettare le distanze?”. A dettare la scelta c’è quindi una domanda quasi esistenziale, che pone l’accento al cuore dello spirito del pubblico esercizio.


E oggi, sabato 7 novembre, l’ultimo giorno di apertura per il bar di quartiere al fine di consumare insieme ai suoi affezionai clienti, tutte quelle scorte che altrimenti andrebbero buttate, Lorenzo non ha più dubbi: “Mi sento un fuori legge a lavorare così. Sono contento della decisione presa”.

 

Per una piccola attività come quella del El Barrio, aperto da poco più di un anno, manca poi quella possibilità di poter resistere grazie a risparmi e accantonamenti di anni di lavoro. “Non si tratta più di resilienza o resistenza, per quanto mi riguarda si tratta di salvare quanto più possibile senza indebitarsi, ancora una volta, solo per sopravvivere".

 

Un insieme di due fattori, economici e gestionali, a dettare le difficili decisioni dei gestori. Da oggi e per qualche tempo lasceranno la città un po' più vuota. 

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