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Coronavirus, il Trentino fuori pista. Tante categorie in difficoltà ma la Pat trova il tempo per interviene pubblicamente a favore del comparto funiviario

La Pat sembra sia rimasta colta di sorpresa dalle decisioni del governo. Nelle settimane scorse si era pure sbilanciata: 5 milioni per garantire l'avvio della stagione dopo un'estate trascorsa a pensare a Bolbeno e alla riforma delle Apt

Di Luca Andreazza - 27 novembre 2020 - 18:54

TRENTO. Un gigante fragile. L'industria della neve rischia di scoprire che non rappresenta un perno immobile ma che ruota come tanti, tutti, intorno a confini ben precisi. Un settore forte, fortissimo, in quei territori dell'arco alpino che coincidono in termini di interesse con un'economia praticamente totalizzante. Ininfluente o quasi altrove. E per cercare di mostrarsi ancor più importanti le Regioni del Nord hanno mostrato i numeri: "Perdiamo 20 miliardi, rappresentiamo l'1% del Pil nazionale". Corretto e legittimo. Subito piazza Dante si è speso per sostenere le istanze di un interlocutore da sempre privilegiato, non sempre è stata così tempestiva a fronte di tante chiusure e difficoltà in generale per le categorie economiche. 

 

Una levata di scudi per far partire la stagione che rischia di non essere compresa, però, nemmeno su un territorio alpino perché alla fine il comparto della neve non è da escludere possa essere definito per quasi larga parte della popolazione di "nicchia". La Provincia batte i pugni quando forse siamo già nel campo del "Col senno di poi sono buoni tutti" perché sembra ripresentarsi a grandi linee la stessa situazione della scorsa primavera. Ci pensa Roma a decidere, come nelle puntate precedenti, per ragioni sanitarie. In anticipo. D'anticipo ha già giocato anche piazza Dante e non tutti i settori hanno beneficato di tanta bontà: 5 milioni già sul piatto per l'innevamento programmato e un avvio "garantito".

 

C'è da dire poi che è bastato o quasi un week-end di marzo per diffondere in modo importante Covid-19 nelle aree a vocazione turistica. E quegli assembramenti restano una ferita, per molti anche lutti, per il Trentino. Le scuole chiuse in tutta Italia, aree in difficoltà e zone rosse da una parte, festa, divertimento e marketing aggressivo dall'altra parte. La fotografia è un Tonale-Ponte di Legno diviso a metà. La Provincia aveva predisposto i protocolli e le linee guida, ma il rispetto di quanto messo nero su bianco non è avvenuto. Esclusa un'estate di tregua, ora si parte in una situazione già di stress per il sistema sanitario, gli operatori sono sul fronte da ormai 8 mesi, senza sosta. E la seconda ondata è ancora in corso. Ma l'inverno è tutto per la Pat.

 

Un'estate trascorsa dalla Provincia "a non prendere neanche in considerazione la soluzione C" e utilizzare foto non trentine per la promozione. La seconda ondata era più di un'ipotesi, nel dubbio meglio prepararsi e stralciare i piani, ma piazza Dante si è più impegnata a confermare l'investimento a Bolbeno e cercare di cambiare il look del sistema di promozione (che funziona visti i numeri prima di Covid-19) e accorpare le Aziende per il turismo, parlare di un milione di presenze come base d'asta minimo per creare dei maxi-ambiti, dire che "tutto il Trentino è turistico" salvo poi legiferare che "Alcuni territori sono più turistici di altri" e quegli altri la domenica possono chiudere, ragionare sui territori invece che sul prodotto. Un atteggiamento che appare avulso rispetto al contesto di pianificare un futuro a lungo periodo e definire le possibili mosse di un inverno traballante nel breve periodo. Colti di sorpresa quando l'ultimo Dpcm già ha disposto la chiusura degli impianti. In ritardo nel presentare le linee guida, presentate come se fossero le tavole della legge. Una stagione compromessa in partenza poteva essere occasione di sperimentare e lanciare in alcuni territori una sorta di transizione verso altre motivazioni di vacanza.

 

Si torna, meglio si continua, a fare i conti tra economia e salute. Certo, una valutazione migliore si potrebbe avere se la Provincia comunicasse tutti i dati del quadro epidemico, responsabilità che non è stata ancora presa in considerazione da piazza Dante, anche se forse la prossima settimana si potrebbe sbloccare la questione: il ministero predispone le piattaforme necessarie. 

 

Il via libera agli impianti è un nodo dirimente, ma poi c'è la mobilità tra restrizioni e limitazioni da considerare. Quarantene e isolamenti imposti dai vari governi nazionali perché il coronavirus corre, se trova spazio accelera subito. Quale è il costo di aprire? Una coperta corta tra pochi turisti o rischio assembramenti. Una promozione che rischia di essere schizofrenica tra necessità di fare numeri, ma non troppo perché poi si deve gestire un rischio. Basta una coda troppo lunga, persone un po' troppo vicine, anche nella più piccola e dimenticata località del Trentino, per vanificare tutto: reputazione, immagine e credibilità ma le ripercussioni sono ovviamente maggiori.

 

Fermare oggi un periodo evidentemente fulcro dell'inverno potrebbe significare ripartire di slancio economicamente domani e trattare per ristori di un certo tipo? Partire a ogni costo oggi per salvare (?) l'inverno potrebbe tradursi in perdere il resto della stagione fino a primavera inoltrata e non avere più margine di trattativa sui ristori per la forzatura? E' un argomento forse che la politica delle Regioni del Nord dovrebbe approfondire, se c'è la volontà di pianificare e guardare oltre questo momento; affrontare le società impianti senza cadere in soggezione

 

A costo di lesa maestà, c'è poi tutta la stortura di un sistema Trentino del turismo in questa crisi sanitaria, dipendente dalle funivie da lontano, pozione magica per qualunque male. Sci alpino, sci alpino e ancora sci alpino, un all-in da sempre. Le società impianti agiscono sostanzialmente come un sistema monopolistico: la stagione invernale è tutto per la gran parte delle vallate trentine, l'estate in costante crescita chiude poi il cerchio e il ciclo economico si ripete ormai da decenni. Imperturbabili da ogni condizionamento, ma condizionando.

 

E l'emergenza coronavirus mette in evidenza la precarietà di un sistema che appare però fermo nel profondonon sempre pronto a cambiare le proprie abitudini quando basta in realtà relativamente poco per spazzare via certezze e leadership: un prodotto troppo specializzato può scoprirsi vintage in un attimo. Un settore storicamente e fortemente sostenuto dal pubblico, sempre attento a intervenire in soccorso: i 5 milioni di euro di cui sopra sono indicativi ma è piena la letteratura dell'Autonomia trentina di aiuti. Gli utili sono spesso dei privati, i debiti dell'ente pubblico o comunque un salvagente si trova sempre in attesa di tempi migliori. Un sistema impermeabile ai cambiamenti che non arretra di un millimetro e lascia poco respiro a valutare altri piani e progetti

 

Nonostante le difficoltà, l'approccio è sempre quello di mostrare i muscoli. Criticità che non mancano nemmeno in Trentino. Difficile dire che l'industria delle neve sia completamente in crisi o in declino, i numeri ci sono sempre stati (magari i fatturati hanno dato meno soddisfazione ma questo è un altro discorso) ma comunque gli anni migliori sembrano alle spalle: oggi le amministrazioni devono intervenire per pianificare ski college o corsi di sci agevolati per bimbi e ragazzi delle scuole per trascinare le nuove generazioni sulla neve. In pratica far ritrovare l'amore per quelle discipline invernali che forse hanno perso la corona. 

 

La quota neve, quando quella naturale arriva, è sempre più alta; le inversioni termiche aggiungono un po' di pepe ai piani delle località; le tecnologie vengono costantemente affinate per riuscire a produrre quell'innevamento programmato necessario per avviare le stagioni a temperature sempre più improbe: un conto da 25 milioni per coprire i circa 1.600 ettari di piano sciabile. Un sistema fin troppo denso, un impianto non è stato e non viene negato quasi a nessuno, in una Provincia di 500 mila abitanti: una diffusione capillare, senza grandi differenziazioni e tutte che si presentano naturalmente a portata di famiglia per un cannibalismo alla fine, troppo spesso, tutto interno. Un turismo fotocopia per seguire un "modello Campiglio", quando non può e non deve essere tutto così. 

 

Gli italiani accorciano sempre di più il periodo della vacanza, il turn over è altissimo (i "ritorni" non sono più una garanzia) e cercano (spesso anche) altro: centri benessere, una ciaspolata o una visita altrove. A questo si aggiunge che destagionalizzare è più facile a dirsi che a farsi per un Paese Italia strutturato e culturalmente orientato su periodi classici: Natale e Capodanno, Carnevale e Pasqua per l'inverno. Si punta allora sul mercato estero, spesso intermediato attraverso i grandi player: si rinuncia a un po' di guadagno, ma arrivano a bilancio somme importanti. A prescindere dall'apertura degli impianti, nodo dirimente, difficile interpretare la questione mobilità per un inverno nel quale i margini di errore sarebbero evidentemente nulli.

 

Ma oltre il cambiamento climatico che impone ragionamenti complessivi, c'è anche un cambio di passo nei numeri. Trend dettati dai costi sempre più alti per attrezzatura e skipass, nuove motivazioni di vacanza più green e "solitarie". Lo sci da discesa è lo sport più praticato per il 59% del sistema neve. Ma agisce da 100%. Il 13% è snowboard, poi freestyle, scialpinismo e fondo intercettano insieme un altro 13%, quindi le ciaspole all'11% con un dato sottostimato (dati del report Skipass panorama turismo). Ma le società impianti, allergiche a qualunque fuori-pista, si sono spesso imposte e la politica si è adeguata. Il Covid-19 ha solo sollevato repentinamente le ammaccature.  

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