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Coronavirus, scioperi nelle fabbriche: “Mettono il profitto prima della salute, gli operai chiedono garanzie sulla sicurezza”

La Dana di Rovereto e la Tecnoclima di Pergine sono le prime fabbriche a entrare in sciopero: “Gli operai vivono con la preoccupazione di venire infettati o infettare i nostri colleghi”. I sindacati chiedono la fermata tutte le fabbriche non essenziali fino al 22 marzo. AGGIORNAMENTO

Di Tiziano Grottolo - 13 marzo 2020 - 09:58

ROVERETO. L’emergenza coronavirus non accenna a placarsi e dopo l’entrata in vigore delle misure restrittive, varate dal governo per ridurre i contagi, molte attività hanno chiuso i battenti. Non tutte però, le fabbriche ad esempio possono rimanere aperte ma in alcune si è presentato il problema della sicurezza.

 

“La protesta nella fabbriche trentine è appena incominciata”, avvertono i sindacati. Tra i lavoratori infatti c’è molta preoccupazione perché non sempre è possibile mettere in atto tutte le misure per prevenire il rischio di contagio. I primi ad entrare in sciopero sono stati gli operai della Dana di Rovereto e della Tecnoclima di Pergine. QUI AGGIORNAMENTO. 

 

Come già anticipato la decisione è arrivata dopo che nei giorni scorsi il Governo ha emanato le nuove misure per fronteggiare la diffusione del coronavirus, scegliendo di chiudere tutto fuorché i servizi essenziali, facendo però eccezione per le fabbriche, nelle quali si è lasciato di fatto alle aziende la responsabilità di garantire le misure di sicurezza necessarie per evitare il contagio. “Nelle fabbriche, però, ci sono spogliatoi in comune, ci sono le mense, mancano le adeguate protezioni e per lavorare si deve necessariamente collaborare, passarsi i pezzi e le attrezzature, parlare e stare inevitabilmente vicini”, denuncia la Fiom.

 

Così, a seguito di un confronto tra Rsu di Fiom, Fim e Uilm, la Dana “con la direzione aziendale, che non ha compreso fino in fondo le preoccupazioni espresse dai lavoratori” e la Tecnoclima hanno deciso di proclamare lo sciopero. “Non si non si escludono azioni analoghe anche in altre fabbriche del territorio provinciale”, mettono in guardia i sindacati, peraltro iniziative analogo sono state prese in altri stabilimento d’Italia.

 

“Si lavora in un clima di terrore, con la preoccupazione di venire infettati e di trasmettere poi il virus ai familiari magari anziani o ammalati – afferma la segretaria generale della Fiom del Trentino Manuela Terragnolo che aggiunge – il confronto con le aziende è difficile, si pone il problema delle perdite economiche in caso di chiusura, il profitto viene insomma messo prima della salute”.

 

Secondo la Fiom tutte le fabbriche che non producono attrezzature sanitarie né operano nei servizi essenziali, dovrebbero rimanere chiuse e i lavoratori messi in cassa integrazione, questo almeno fino al 22 marzo. “Ridurre il rischio di propagazione del contagio significa aiutare anche i lavoratori che operano nei servizi essenziali, come gli ospedali, che già sono sovraccaricati e operano in condizioni difficilissime – continua Terragnolo – un fermo di qualche settimana consentirà di bloccare il virus ed eviterà di trascinare questa situazione drammatica per molti mesi”.

 

Da giorni si stanno cercando delle soluzioni per evitare di bloccare la produzione ma la gran parte delle aziende non sono ancora del tutto preparate a gestire questa emergenza, ad esempio è stata riscontrata un’oggettiva penuria di dispositivi di protezione individuale utili a prevenire i contagi: “Siamo consapevoli dei costi umani ed economici – dicono i sindacati di Fiom, Fim, Uilm – ma i lavoratori sono giustamente spaventati. Da parte nostra – proseguono – riteniamo necessaria una momentanea fermata di tutte le imprese metalmeccaniche, a prescindere dal contratto utilizzato, fino a domenica 22 marzo, al fine di sanificare, mettere in sicurezza e riorganizzare tutti i luoghi di lavoro”.

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