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IL VIDEO. Dietro la cooperativa sfruttamento e caporalato: i braccianti costretti a vivere in alloggi di fortuna senza luce né riscaldamento

L’ombra del caporalato sulle campagne, blitz dei carabinieri che arrestano tre persone con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro. I braccianti, sorvegliati fino a sera e alloggiati in case di fortuna senza riscaldamento e luce, erano pagati meno della metà del minimo garantito dai contratti nazionali

Di T.G. - 25 novembre 2020 - 12:44

VERONA. L’operazione “Polvere di stelle” è scattata nelle prime ore di questa mattina e ha portato all’arresto di tre persone accusate di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento del lavoro. Nell’operazione, condotta dai carabinieri del gruppo tutela del lavoro di Venezia supportati dai comandi di Verona e Vicenza, a finire in manette sono stati un cittadino di nazionalità marocchina, uno di nazionalità albanese e una donna italiana che, stando a quanto ricostruito dai militari, sfruttavano decine di cittadini marocchini impiegati in agricoltura e nell’allevamento del bestiame, alcuni di questi irregolari sul territorio.

 

È tra il maggio 2019 e il luglio 2020 che l’ombra del caporalato si staglia sulle campagne veronesi, nello stesso periodo i carabinieri hanno effettuato una serie di controlli sulle aziende agricole delle province di Vicenza, Verona e Padova. Le indagini, coordinate da Maria Beatrice Zanotti, sostituta procuratrice di Verona, hanno da subito consentito ai militari di individuare una cooperativa operante nel settore agricolo, con sede legale a Cologna Veneta, in Provincia di Verona, che reclutava cittadini stranieri da impiegare come manodopera nei campi, in un regime che viene definito “di sfruttamento”.

 

Gli accertamenti, portati avanti anche attraverso complessi servizi di osservazione controllo e pedinamento, oltre che alle testimoniali rese da numerosi lavoratori, avrebbero permesso di far emergere le condotte delinquenziali dei tre indagati: il titolare dell’azienda fornitrice di manodopera, il cittadino marocchino, si occupava del reclutamento dei lavoratori, un suo stretto collaboratore (l’uomo di origine albanese), aveva la funzione di intermediario, mentre la donna italiana, collaboratrice di uno studio commercialista, svolgeva le funzioni di consulente del lavoro adoperandosi per consentire alla cooperativa di evadere gli oneri contributivi da versare in favore dei dipendenti.

 

 

Gli indagati, avrebbero di fatto costituito un’associazione per delinquere che permetteva loro di approfittare dello stato di bisogno e della situazione di vulnerabilità dei lavoratori, versando loro una retribuzione palesemente inferiore a quella contemplata dai contratti collettivi regionali e nazionali, spesso limitandosi alla corresponsione di un compenso orario equivalente a meno della metà di quello previsto dalla norma. In alcuni casi, inoltre, è stato accertato come, per evitare i controlli, i lavoratori sfruttati venissero alloggiati con sistemazioni di fortuna prive di riscaldamento ed energia elettrica per poi essere svegliati alle prime luci dell’alba e accompagnati con autovetture, a volte fatiscenti, nelle aziende agricole dove prestavano la propria opera, sotto stretta sorveglianza, fino a tarda sera e senza il rispetto di alcuna norma di sicurezza sui posti di lavoro venendo privati anche di dispositivi di protezione individuale.

 

Il collaudato modus operandi con cui agivano gli indagati consentiva alla cooperativa sociale di proporsi sul mercato agricolo ad un prezzo decisamente vantaggioso per le ditte committenti, che beneficiavano del reclutamento e l’impiego di manodopera irregolare, soprattutto in quelle attività particolarmente usuranti e faticose come la raccolta di prodotti agricoli e l’allevamento di bestiame. Il minor prezzo offerto sul mercato veniva assicurato anche grazie a un preciso ed ormai collaudato “sistema” illecito di abbattimento del costo della manodopera ottenuto grazie alla complicità di una collaboratrice di uno studio di consulenza di Vicenza, che mediante la predisposizione di una falsa documentazione, consentiva alla cooperativa di evitare di pagare gran parte dei contributi previdenziali.

 

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