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Le mani della ‘ndrangheta sul lago di Garda: nel mirino mafioso diverse attività ma anche il traffico di stupefacenti

Dopo le rivelazioni di un pentito è scattata l’operazione “Taurus” che ha portato all’arresto di 33 persone sospettate di aver dato vita a un sodalizio di stampo mafioso legato alla ‘ndrangheta. Sequestrati beni mobili e immobili per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro

Di Tiziano Grottolo - 15 July 2020 - 12:08

VERONA. Nelle prime ore della mattinata odierna i carabinieri del Ros hanno dato seguito a una serie di ordinanze di custodia cautelare nei confronti di 33 persone accusate di aver messo in piedi un sodalizio di stampo mafioso legata alla ‘ndrangheta. Contestualmente, sono stati notificati oltre 100 avvisi di garanzia e sono avvenute numerose perquisizioni. I militari hanno sequestrato beni mobili e immobili per un valore complessivo di oltre 3 milioni di euro.

 

Nell’ambito dell’operazione “Taurus”, sono stati toccati vari territori come Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia e Calabria. Grazie alle indagini è stata scoperta quella che si crede essere una vasta ramificazione di stampo 'ndranghetista che faceva base a Sommacampagna, in provincia di Verona, almeno dal 1981 e legata alle famiglie “Gerace-Albanese-Napoli-Versace” originarie della piana di Gioia Tauro. La consorteria operava in diversi Comuni del Basso Garda e provincia come Villafranca Veronese, Valeggio sul Mincio, Lazise e Isola della Scala.

 

I reati contestati, oltre all’aggravante mafiosa, vanno dal traffico di stupefacenti alla rapina, passando per estorsione, usura, ricettazione, riciclaggio, turbata libertà degli incanti, furto aggravato, favoreggiamento, violazione delle leggi sulle armi. L’operazione è nata da un’attività investigativa avviata nel 2013, portata avanti anche grazie delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, per ricostruire un traffico di stupefacenti diretto verso il Veneto, e successivamente ampliata per accertare l’eventuale presenza in quella regione di strutture di ‘ndrangheta.

 

In particolare sono emersi importanti elementi di responsabilità in merito al collegamento diretto con la 'ndrangheta in Calabria, con una struttura locale che si basava su un’articolata divisione dei compiti. Le indagini hanno anche evidenziato la capacità del sodalizio criminale di intimidirle vittime, facendo ricorso a un elevato numero di reati in particolare estorsioni ed usura. Inoltre sono stati documentati diversi episodi di riciclaggio, commessi attraverso società di cui i formali titolari si servivano, avvalendosi anche della mafiosità dei loro interlocutori, per trarre un personale tornaconto.

 

Dal quadro dalle indagini, sostengono i carabinieri, è possibile ipotizzare la capacità della consorteria di acquisire, direttamente o indirettamente, la gestione e il controllo di attività economiche nei più svariati settori, dalle costruzioni edili e movimento terra, impiantistica civile ed industriale, servizi di pulizia e di affissione della cartellonistica pubblicitaria, al commercio di autovetture e materiali ferrosi, nonché delle società di trasporti su gomma. Ciò sarebbe avvenuto anche in collegamento con soggetti contigui alla cosca “Grande Aracri” di Cutro e stanziali nella provincia di Verona.

 

Infine, gravi elementi sono emersi in ordine alla gestione, da parte dei sodali, di un traffico di stupefacenti, sviluppato nel veronese attraverso due canali di approvvigionamento: uno in Calabria e l’altro facente capo ad appartenenti a gruppi criminali albanesi e sloveni. Nel corso dell’operazione sono stati sequestrati pure ingenti quantitativi di cocaina e marijuana.

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